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Dave Phillips, umanimalista

Il noiser svizzero che ama sconvolgere i sensi del pubblico per farli evolvere. Lo abbiamo intervistato in occasione del suo arrivo a Flussi il 28 agosto.

Dave Phillips è un punk. E non c'entra niente il fatto che quasi trent'anni fa suonasse grindcore coi Fear Of God ("sono esistiti solo per diciotto mesi e la gente ancora ne parla..." dice lui con ironia ma forse anche un po' infastidito), semmai il fatto che tutto il lavoro realizzato da lì a oggi abbia a che fare con la messa in discussione di tutte le istituzioni, tutti gli assunti-base, tutte le consuetudini private, sociali, politiche ed esistenziali della vita umana. Primo fra tutti il rapporto che instauriamo con il tempo che abbiamo a disposizione, con lo spazio e con tutte le altre creature con cui ci troviamo a condividerlo. È proprio il suono di questi spazi vitali a fare da materia prima per il suo lavoro: manipolato, dilatato, distorto e aggredito, il rumore della realtà diventà la sua arma critica fondamentale, quella che gli permette di trasformare i suoi istinti riottosi in una forza evolutiva da condividere con tutti.

Come tutti i noiser, ha una discografia sconfinata, una collezione di ascolti estremi spesso accompagnata da un'apparato concettuale più o meno chiaro, e soprattutto dal suo corpo, lanciato in performance che ne fanno il punto nodale di tutti i flussi energetici e di linguaggio che formano il suo lavoro. Live i suoi movimenti dialogano con sorgenti audio e supporti video a supporto dei suoi argomenti contro il potere centrale, contro la violenza sugli animali, l'identitarismo e la storia della fisicità, per costruire una forma di vita che non abbia neanche più bisogno di definirsi "umana". Il primo passo in questa direzione si chiama "Umanimalismo", è un sistema di teorie e riflessioni che Dave ha iniziato a enunciare nel libro/album Homo Animalis, e un secondo capitolo è in arrivo.

In questi trent'anni il suo pensiero si è arricchito anche grazie alle collaborazioni con artisti dall'attitudine simile, arrivando a fondare con alcuni di loro un collettivo chiamato Schimpluch Gruppe, un gruppo di performer che ha aggiornato la lezione dell'azionismo viennese alle problematiche del corpo contemporaneo. La sua prossima performance italiana sarà il 28 agosto al festival Flussi di Avellino, a completare una line-up che quest'anno ha davvero dell'incredibile. In attesa del festival, gli ho inviato qualche domanda per approfondire i tanti modi in cui la sperimentazione sui suoni concreti potrà darci un mondo differente.

Ti interessa che la tua musica sia una forza liberatrice? Il rumore, in un certo senso interrompe il linguaggio, quindi disorienta il potere.
“Forza liberatrice” mi sembra esagerato. Certo, mi interessa comprendere in che modo alcuni aspetti del mio lavoro sui suoni sia “liberatorio”, ma ha a che fare col contesto in cui lavoro. Ad esempio: in merito a quanto restrittiva è diventata la vita umana, non solo per gli umani ma per tutte le forme di vita, allora sì, voglio agire per liberare. Libertà vuol dire esigere rispetto per tutte le vite, volere eguaglianza e pari dignità tra tutti gli esseri viventi, il che comporta ovviamente che la razza umana dovrebbe evolversi (tra le altre cose). Mi piace anche l’idea di Albert Ayler che la musica sia “la forza risanatrice dell’universo”, che ovviamente consiste anche nella liberazione.
Per me, il rumore non interrompe il linguaggio, anzi è un linguaggio, non disorienta il potere ma fornisce potere, dona forza.

Una forma sonora così pura come il noise è anche un modo per approfondire argomenti che concettualmente si possono solo scalfire, no?
Il modo razionale/logico di assimilare i concetti è solo una delle possibili forme di apprendimento e, a mio modesto parere, non è sufficiente, lascia da parte altre possibilità di capire tramite sensi differenti che, probabilmente, abbiamo lasciato impigrire troppo. La musica e il suono, per me, sono modi di risvegliare quei sensi.

Da dove viene il tuo interesse per i suoni concreti e i field recordings? A volte mi sembra quasi ti interessi manipolare i modi in cui la realtà si manifesta per comprendere la natura stessa della realtà.
Be’, c’è un percorso di ricerca esistenziale che sta sotto tutto il mio lavoro, e sì, ha ache fare con la necessità di apprendere e capire. Ma come si costruisce questo interesse.. be’… è un processo soggettivo, credo che la risposta migliore che potrei dare è semplicemente “mi ha toccato”. È un linguaggio profondo, potente, evocativo, pieno di emozioni, storie e diversi punti di vista sulla “realtà”. Ahimé, io uso i suoni concreti in maniera molto “concreta”, come a suggerire una narrativa: l’elemento dell’acqua, ad esempio (in tutte le sue forme) è un suono che mi piace integrare in vari contesti, ha a che fare con l’origine della vita, è la cosa più importante, da cui questa ha origine. Questo per me indica un valore, una forma di rispetto per il fatto di far parte di un pianeta, anziché di dominarlo.

Ecco, questo quindi è un aspetto del tuo lavoro che è trasversalmente politico. Pensi che sia questo approccio, quindi, a raccontare l’eguaglianza di tutti gli esseri? È anche una forma più alta di onestà nei confronti della propria forma di vita, no?
Cos’è politico e cosa non lo è? Io mi sento spinto a contribuire positivamente, in qualche modo, alla vita su questo pianeta, parlando di cioè che mi tocca da vicino o che mi infastidisce. Ma sai, trovo difficile operare separazioni del genere: musicista/persona, politico/privato, lavoro/vita, etc. Per me sono tutte parte della stessa cosa. Certo, mi sforzo di trovare una forma di parità, un equilibrio che mi faccia crescere, ma non riesco proprio a immaginare come si possa non essere interessati a questi aspetti della vita.

Il tuo album Songs Of A Dying Species è composto da suoni registrati anche in luoghi noti per fatti storici di violenza inaudita come Hiroshima o Ho Chi Min City (per non parlare della violenza che operano le banche con sede a Zurigo), nasce forse da un senso di disgusto per l’evoluzione umana?
No, è molto più semplice. Registro molto sul campo e mi interessa documentare gli animali e la natura, ma anche le tradizioni umane… Per cui ho raccolto queste registrazioni umane negli anni e ho deciso di metterle tutte in un disco. Il titolo e gli scritti che l’accompagnano, quelli sì, raccontano un rapporto ambiguo con l’esistenza umana, ma non è né amore né odio. Mi rendo conto possano essere interpretati in modi diversi, dipende da cosa vuoi trarne.

Un tuo disco che mi piace molto è Homo Animalis. Potresti spiegare in che consiste la tua idea di “Umanimalismo”? Cosa pensi potremmo trarre dai regni non umani (non solo quello animale) da includere nella vita umana per renderla più libera?
“Umanimalismo” descrive una forma avanzata di vita umanoide che fa a meno delle fasi fuorvianti come quella religiosa, quella materialist/tecnologica e quella suprematista, e che cresce per diventare una creatura empatica, basata sulle emozioni, che supera i sopravvalutati ragionamenti logici per sviluppare un’intelligenza sovra-linguistica e sovra-sistematica (anche sovra-cerebrale, in poche parole) con più attenzione a tutti i nostri sensi, e ai sensi sociali e ambientali come forme primarie e intrinsecamente sociali. Un egalitarismo che includa tutte le forme di vita, compreso il pianeta stesso.
Nasce dal fatto che l’uomo è il più giovane degli animali del pianeta e non vi ha ancora trovato posto. È anche un modo di equilibrare quello che riceviamo con quello che diamo… Be’, c’è un testo molto dettagliato in cui lo spiego, incluso nell’edizione di Homo Animalis, che però è solo un primo tentativo di metterne giù alcuni aspetti. Nel mio prossimo LP Rise, ce n’è un altro in cui approfondisco questa idea.

Cosa ne pensi della tecnologia come mezzo di ricerca e, al contrario, come mezzo di oppressione?
La tecnologia è, appunto, di per sé solo uno strumento, anche se penso che alcune applicazioni siano preoccupanti. La fede nella tecnologia è una nuova religione, un sistema di credenze, una dipendenza, e la nostra tecnologia ha superato la nostra umanità. Non fraintendermi, non sto predicando nessun “ritorno alla natura”, io stesso ovviamente approfitto e apprezzo molte forme di tecnologia, ma credo che la sua mesa in atto sia troppo sbilanciata da una parte, monodimensionale, e causi troppi danni e troppo spreco, a prescindere dal fatto che venga usata come strumento di ricerca, di oppressione o di controllo.

Come perfomer, quindi, ce rapporto c’è tra il tuo corpo e le macchine che usi?
Sono solo i miei attrezzi, i mezzi per raggiungere uno scopo… Almeno finché funzionano. Anche se, certo, ogni volta cerco di trovarne di adatti alla situazione.

Pensi che le cose che ti interessa comunicare si manifestino più autenticamente quando ti esibisci live? In generale cosa ti interessa provocare quando affronti il pubblico?
Non necessariamente, Che sia in studio o live, comunicano in modi diversi, a volte più diretti (come nelle performance che chiamo, “azioni video”, o nei testi che includo nei dischi), mentre a volte mi espongo in modi più sottili… Mi piace molto vivere a seconda della situazione, cosa che ha molto a che fare con l’essere presente di persona, l’avere scambi diretti e approfonditi con gli altri, analizare le idee suggerite nelle performance, analizzarle, sentirle criticate, etc. Non penso di “affrontare” il pubblico, anche se a volte posso sembrare ostile, perché non nascondo i miei sentimenti e i miei pensieri,molti dei quali sono espressi nella performance. Preferisco offrire cibo per la mente e i sentimenti, sfidare, coinvolgere, ispirare, suggerire sensibilità e consapevolezze su questioni che sono care al mio cuore e su cui (credo) valga la pena impiegare un po’ di tempo.

Ci sono novità in cantiere per lo Schimpfluch Gruppe? Farete ancora qualcosa assieme?
Viviamo tutti in diverse parti del mondo, ma per il 2016 è in programma un tour degli Stati Uniti com me, Joke (Sudden Infant) e Rudolf (Eb.Er). Probabilmente faremo anche delle azioni di gruppo durante il tour, ma dobbiamo ancora decidere in che modo.

Quale pensi sia la forza che più di tutte vi unisce?
Il suono, la chimica, le affinità, l’amicizia…

Stai per venire a suonare a Flussi. Hai dato un’occhiata alla line-up del festival? Sei contento di farne parte?
Non conosco troppo bene Flussi, anche se ho già suonato da Avellino qualche anno fa. Mimmo SEC_ è il mio contatto con quel mondo, l’ho conosciuto qualche anni fa quando ho suonato a Napoli per la prima volta, siamo rimasti in contatto e abbiamo collaborato molto. Dato che so quanto si dedica con passione alle cose, mi sono fatto un’idea di Flussi, per cui non vedo decisamente l’ora di suonarci. Ci suoneranno anche alcuni amici che non vedo l’ora di rivedere, e c’è molta roba nuova da scoprire, che è ovviamente sempre eccitante.

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