Il rap delle donne in Italia non esiste

La questione delle donne che fanno rap in Italia è talmente un casino che, per evitare di mettere fine al dilemma prendendo un muro a testate, ho deciso di chiedere aiuto a La Pina e Mc Nill.

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mar 15 2017, 11:10am

"Il Rap delle donne in Italia non esiste perché il rap è uno solo e non appartiene né ai maschi e né alle femmine", esordisce La Pina quando le chiedo cosa ne pensa delle femcees.

Conoscere il punto di vista di una delle vere MC italiane che ha lasciato il segno nella storia del rap era quasi d'obbligo, ma non immaginavo sarebbe stata così ferma e integerrima sull'argomento. Non ci ha pensato mezzo secondo—nessun dubbio, nessuna riflessione—e non nego che la freddezza con la quale mi ha risposto mi abbia fatto deglutire un bel po' di saliva.

Ascolto rap da molto tempo ormai, diciamo che ci siamo scelti, così come ci si sceglie tra le persone e s'instaura un rapporto speciale. Ricordo di aver incominciato a familiarizzare con l'immagine di una donna che rappava proprio grazie al film Sister Act II. Avrò rivisto milioni di volte il frame in cui Lauryn Hill, sul tetto della scuola, in cerchio coi suoi compagni, esordiva con "I have the flow, I have the flow" e convinceva tutti.

A dieci anni ero priva di qualsiasi costruzione stereotipata, e per me ascoltare una donna che metteva in fila rime e giocava con le parole, intrappolando metrica, flow e stile, era qualcosa di magico. Avvicinarmi in punta di piedi a questo genere musicale è stata per me un'esigenza personale, casuale, ma estremamente intima.

La Pina che ho cominciato ad ascoltare io aveva un caschetto color rame e zero tatuaggi. Erano gli anni di Neffa, Gruff, Giuliano Palma, Colle der Fomento e Otierre. Erano gli anni in cui ascoltavo "Le mie Amiche" e "Piovono Angeli". Nella mia stanza cantavo "In media ci sto dentro" e cercavo di non commuovermi quando arrivava il pezzo "Per effetto del medesimo incantesimo qui spariscono / Persone come in preda a un esodo / E visto che l'ennesimo si è dato / Mi chiedo dove va tutta 'sta gente che non ho neppure salutato".

"Ho iniziato a fare rap quando ancora in Italia si sapeva poco e niente, eravamo più liberi di fare quello che volevamo. Le donne? Eravamo tre di numero, ma non ce ne fregava un cazzo. L'importante era fare del buon rap e noi lo facevamo", mi dice La Pina quando le chiedo di raccontarmi che aria si respirava negli anni Novanta.

Quando ho avuto la certezza che l'avrei incontrata per parlare di rap, ho capito subito che avrei toccato il tasto degli stereotipi: nella mia testa era impossibile che ai suoi tempi non ci fossero stati. Lei, però, mi spiega: "Nessuno stereotipo. Dovevi solo essere pronta a passare un mese fuori casa, due cambi e pochi soldi in tasca. A me nessuno ha mai detto che in quanto donna non potessi fare rap, non ho mai subito nessun tipo di discriminazione. Poi è anche una questione di personalità, io non mi sono mai fatta mettere i piedi in testa da nessuno".

La Pina.

Sinceramente, non era quello che mi aspettavo di sentire. Siamo nel 2017 e ancora lottiamo per la legge contro la violenza sulle donne. Dalla TIM mi arrivano messaggi tipo: "Coccola la tua femminilità con uno spazio tutto per te! Gossip, maternità e tanto altro." Ci sono antropologi che sollevano questioni da Zelig, tipo: "La scuola ha bisogno di introdurre le quote blu. La presenza maschile nelle classi favorisce un più giusto equilibrio tra insegnamento e apprendimento e la figura dell'uomo è vista dagli occhi dell'alunno con più autorevolezza". Purtroppo è innegabile quanto la figura della donna, in una società teoricamente progressista ed emancipata, sia ancora chiusa in un ripostiglio—e mi è difficile pensare che questi cliché non ci fossero negli anni Novanta. Gli stereotipi esistono e appartengono in modo irrefutabile alla nostra condizione; sono come ombre onnipresenti che ci inseguono in ogni territorio in cui ci muoviamo, non ultimo quello musicale. 

Purtroppo non si può pretendere che un genere musicale risolva un problema socioculturale più profondo. Mi rendo conto che sarebbe inutile paragonare la situazione italiana allo schema evolutivo del rap d'oltreoceano, ma proviamo—anche solo per un attimo—a farlo, e capire come si è evoluta la figura della donna rapper.

In America sono diverse le MC a essersi conquistate il rispetto in un mondo prevalentemente maschile. Che sia stato facile o meno, donne come Queen Latifah, Foxy Brown, Mc Lyte, le Salt'n'Pepa, Missy Elliot, Lauryn Hill hanno tutte lottato per ribaltare le carte in tavola e non si può dire che non abbiano vinto. Ogni loro successo è bastato per mettere un punto fermo a qualsiasi tipo di diatriba sessista.

Siamo agli inizi degli anni Novanta e alle donne non era ancora stata concessa una vera e propria piattaforma per esprimersi. La figura femminile era un trofeo, un oggetto sessuale da conquistare per i maschi che ne rappavano. Furono le Salt'n'Pepa a contestare con forza il mito che le donne non potessero parlare di certi argomenti—come il sesso per l'appunto. In "Let's Talk About Sex", si comincia a percepire quanto sia stato forte il loro desiderio di rivincita: "Parliamo di sesso alla radio e in televisione / Molti sapranno che tutto è lecito / Diciamo le cose come stanno, e come potrebbero stare / Come erano, e ovviamente come dovrebbero essere / Chi pensa sia qualcosa di sporco ha una scelta / Iniziate a bucarvi, premete pausa o spegnete la radio." Con parole simili, le Salt'n'Pepa hanno cominciato a impadronirsi di una propria fetta di mondo e a dimostrarsi pronte a educare il lato più forte e combattivo di ogni donna.

Per non parlare di Queen Latifah, che negli anni '90 ha costruito le basi per quello che noi chiamiamo femminismo oggi. Credo che non esisterebbe nessuna Queen B senza il suo contributo e il suo lavoro. Nel '93, con "U.N.I.T.Y .", Dana Elaine Owens fu la prima donna rapper ad alzare la voce sul sessismo. Allora come adesso, il mondo-rap era dominato da maschioni tutti testosterone sempre pronti a chiamare le loro donne "puttane". Queen Latifah sfornò un pezzo di protesta, lanciando un messaggio forte a tutte le femmine all'ascolto: "Dovete fargli sapere / Che non siete una puttana o una troia," diceva. Una lodevole lotta che la portò anche a vincere un Grammy per quel pezzo, nel 1995, sconfiggendo tra l'altro un classico come "Gin and Juice" di Snoop Dogg. Latifah ebbe inoltre il supporto di un'altra grande artista, MC Lyte, che la definì l'unica donna rapper capace di "cambiare il modo in cui il mondo vede le MC donne e il loro potenziale commerciale." 

Corpi nudi, trucco appariscente e tacchi vertiginosi, come quelli di Lil Kim, hanno in qualche modo reso più facile l'equazione donna/bella figa/me la sbatto; ma per fortuna a equilibrare i bollenti spiriti c'era Missy Elliott, che metteva sul piatto solo skills e attitude. Nonostante—giochiamo al gioco maschilista—non fosse particolarmente bella, il suo Supa Dupa Fly mandò tutti a casa a livello di critica e fece un enorme favore a Timbaland, che produsse la grande maggioranza dei pezzi dell'album e cominciò a diventare il super-iper-produttore-celebrità che è oggi. Ma l'eredità più grande che Supa Dupa Fly ci ha lasciato è un'alternativa riformista al concetto di femminilità canonica, con l'aggiunta dello sputtanamento di chiunque le aveva dato della chiattona a inizio carriera. Basta guardare quanto è sexy nel video della sua "She's a Bitch", tra l'altro vestita dal sarto di Marilyn Manson.

In due parole: l'identità femminile si è sempre trovata incongruente con l'immaginario e l'industria hip-hop. Le donne sono oggetto di discriminazioni, ingantite dalla mancanza di rispetto e conoscenza. Ne parlo con Giulia, in arte MC Nill, che da un piccolo paese in provincia di Perugia è arrivata con determinazione e rime a vincere il contest Tecniche Perfette e, in tv, alla finale di MTV Spit.

"Il rap non è né misogino né maschilista, è la società a esserlo", mi confessa Giulia quando le chiedo come mai in Italia le donne facciano fatica ad affermarsi come rapper.

Nill prosegue: "il rap femminile oggi in Italia c'è e mi piace molto. Ci sono Marti Stone, Vaitea, Comagatte, Loop Loona, Wazzy, solo per citarne alcune. È piuttosto florida come scena." Nill però aggiunge quanto sia difficile dover sempre convivere con commenti che giudicano l'aspetto fisico. Una donna che fa rap in Italia è quasi sempre giudicata dal sesso maschile secondo criteri che toccano il "livello di scopabilità." L'aspetto fisico torna a riprendere possesso del tema e, come dice Giulia: "si gioca sulle debolezze". Insomma, negli Stati Uniti hanno le bitches; in Italia abbiamo la troya.

E benché Kanye West provi ancora a farci credere che la parola "bitch" sia un nomignolo affettuoso, quando la usa per riferirsi a Taylor Swift in "Famous", le sue argomentazioni non suonano così convincenti. Da un lato, West sostiene che "bitch" sia in un contesto hip-hop un termine privato del suo significato derogatorio, come "nigga"; dall'altro, ha rappato "È come se io e Taylor potessimo scopare ancora / Perché? L'ho resa famosa, quella puttana". Sarebbe bello se tutti fossero come Common, che in "The Light" esplicita il suo rifiuto verso gli epiteti preferiti dai suoi colleghi: "Non ti chiamo la mia bitch, o nemmeno la mia boo / Un nome ha un significato enorme, e il tuo anche di più." Ma la realtà è molto diversa. 

Nell'intera industria del rap—specialmente quello più duro, crudo e un po' costruito—gli MC sono i primi a giocare sporco. È palese la loro strategia mirata a entrare al centro dell'attenzione, costi quel che costi. Nelle rime si è sedimentata quella sventatezza gratuita in cui tutti dichiarano di possedere tante cose, anche quelle che non hanno: macchine, soldi, oro e ovviamente donne. Tutti ne parlano con una facilità impressionante, e molti si ritrovano in grandi casini, che forse neanche avevano preventivato. Vedi Rick Ross, che in "U.O.E.N.O." di Rocko aveva praticamente inneggiato allo stupro: "Le ho messo l'MD nello champagne, non se n'è nemmeno accorta / L'ho portata a casa e me la sono goduta, non se n'è nemmeno accorta." L'eco della rivolta contro il pezzo era arrivato persino alla scrivania di Michelle Obama, accusata di non essersi espressa a riguardo.

Anche in Italia non siamo da meno, e sono innumerevoli testi rap del calibro di "Mi tatuo un euro  sul cazzo / Così quando il mio cash cresce e una mi succhia i soldi non mi incazzo" (cit. Guè Pequeno, "Giù il soffitto"). Fabri Fibra è stato addirittura escluso dal concertone del primo maggio del 2013 in seguito alle critiche arrivate dall'associazione D.i.RE, Donne in Rete contro la violenza, che riteneva i brani di Fibra misogini e violenti. Sotto accusa sono stati i testi delle canzoni "Su le mani" ("Se non me la dai io te la strappo come Pacciani", cit.) e "Venerdì 17" ("Froci ricchioni di merda / Puttane ruffiane complessate del cazzo," e "Giro in casa con in mano questo uncino / Ti ci strappo le ovaie e che cazzo me le cucino", cit). Fibra, di fatto, non partecipò alla manifestazione ma in una lunga chiacchierata con Radio 2 ribadì: "Il rapper non prende posizione sulla canzone che scrive, ma è l'ascoltatore che è costretto a riflettere e a prendere una posizone".

Non credo che questa sia da considerarsi una giustificazione plausibile al fatto di poter usare toni offensivi e discriminatori, ma Fibra ha sollevato un'argomentazione che sposo e di cui ho discusso anche con Nill e La Pina: bisognerebbe farla finita, se mai si è iniziato, di pensare che il rap debba insegnare qualcosa.

Il video di "In media ci sto dentro" de La Pina.

"Mi rendo conto che è soprattutto una questione sociale, che non dovrebbe aver a che fare con il rap, ma che lo intacca; lo colpisce e si radica nella testa di chi non sa filtrare alcuni messaggi sbagliati che vengono dalla società. Nella società italiana manca tutto il discorso sull'educazione sessuale e affettiva. Ogni aspetto della vita, inclusa la musica, subisce le conseguenze di questa mancanza", mi dice Nill. La Pina aggiunge: "Sta nella responsabilità di chi ascolta avere un background culturale tale da annullare qualsiasi tipo di incomprensione. La rivoluzione culturale non possiamo mica farla in tre gatti, è un discorso più complesso".

Una cosa di cui mi dispiaccio è che l'ascesa del rap a parte integrante del mainstream italiano abbia riguardato pochissime donne. In altre parole: uno strumento capace di influenzare e dirigere i suoi fruitori in maniera così potente potrebbe solo beneficiare da una maggiore diversità. Mi è quindi venuto automatico dire alla Pina che forse si stava meglio negli anni '90. Lei mi risponde di petto: "Mi fa incazzare quando sento che il rap ai miei tempi era migliore o che si stava meglio prima. Le cose cambiano, così le persone, la società, e anche la musica che si evolve a suo modo. Non sono un'integralista, spero che le cose continuino a cambiare, è il termometro della società. Se nel mondo del rap è facile schernire una donna, oggi più di prima, spero che in una battle o con le rime questa si sappia difendere e, con il proprio talento, metta tutti a tacere. È più grave che ti diano della scarsa, piuttosto che ti dicano di mettere qualche gonna per essere più donna, anche se poi, proprio per mettersi al livello di chi fa queste affermazioni, vorrei allora vedere la dimensione di questi cazzi".

Sia La Pina che Mc Nill convengono su una questione: "Si farebbe il gioco sbagliato a pensare di avere la strada spianata solo perché si è una femmina". In effetti sarebbe come giocare una partita a braccetto col nemico e me lo conferma Nill: "Io supporto e ascolto il rap di una ragazza che mi manda dei pezzi solo ed esclusivamente perché sono dei buoni pezzi, non perché è una donna. Non ti supporto perché appartieni a quello che gli altri ci vogliono fare credere essere il sesso debole, ma perché quello che dici merita di essere ascoltato e diffuso".

La "rapper" donna più famosa, dati i suoi passaggi in televisione, è Baby K. Non ricordo con precisione quando e dove la sentii la prima volta, ma sono certa di non aver alzato il volume. Sono andata a risentirmi alcuni suoi pezzi—volevo essere convinta che non mi piacesse davvero—e sotto a ogni video non ho potuto non notare che i commenti erano davvero tutti un "sei bravissima", "questo pezzo spacca", "sei la mia preferita". Questa cosa mi ha spiazzato, un po'. Credo che il testo di "Primo Round" mi abbia ghiacciato il sangue per sempre: "Tu vai fuori ancora prima che suona la campanelle / Na rima, na sberla, saluta la tua bella /; " La tua tipa ha più mani addosso di una perquisa / Non è una troia ma porta la sua divisa." "Femmina Alfa" non migliora la situazione nonostante il suo titolo, con auto-proclamazioni vuote del calibro di "un'ape regina che comanda il movimento". Vorrei sorvolare su "Roma-Bangkok" e "Venerdì", che personalmente trovo più indicata a connotare Baby K come la nuova Avril Lavigne italiana piuttosto che principale voce del rap femminile nostrano.

Quando le chiedo della nostra scena rap mainstream femminile, La Pina mi confessa: "Sinceramente trovo più stimolante sentire che esiste una scena underground attiva, di cui non si sa tanto, piuttosto che pensare che il rap che funziona deve essere solo quello che passa in radio o in tv. Non sarebbe tanto di 'nuova generazione'".

Nill, che a maggio 2016 ha fatto uscire il suo album Femminill, ne è la prova. Una ragazza lesbica, minoranza della minoranza, che ha deciso di fare rap "perchè era l'unica cosa che mi ha permesso di essere me stessa fino in fondo". Le persone che ti aiutano e ti sostengono vengono dal basso, dalla strada; sono quelle che ti ascoltano a una jam o su YouTube. Femminill è il sunto di tutto quello che ci siamo dette sulla questione donne rapper: è un percorso difficile ed emozionante. Parla di come delle volte si debba "afferrare la vita per i testicoli" quando incontri gente che "ti vuole come vuole altrimenti non esisti". Parla di quanto sia importante rimanere fedeli a se stessi, di famiglia, di sentimenti, di diritti LGBTQ e di rivendicazione.

"Un attimo per me" di MC Nill. 

Giulia ha deciso di fare da sola, senza dare peso all'idea di mainstream Anche perché "ti deve piacere fare rap, non ti deve piacere l'idea del rapper. Per me è una necessità mentale e fisica, nel rap non deve esistere alcuna scelta estetica. Le femmine che fanno rap non dovrebbero cascare nell'immagine della donna che rappresentano, dovrebbero imparare a essere se stesse e basta. Siamo in fondo essere umani, nella vita come nella musica".

E poi continua: "Apprezzo quando le MC donne non ricadono loro stesse nella lotta fra i sessi, anche se delle volte vedo che la gente si piglia bene quando questo succede. Io lo trovo triste, preferisco comunicare alla persone che si può essere donna in modo diverso senza per forza doverlo ostentare".

Insomma, come dice La Pina—che per altro stima davvero Nill: "Se vuoi fare fai. Nessuno ti viene a bussare alla porta perché sei brava, esiste un business. Si arriva dove si deve arrivare in base al gradimento delle persone. È importante non nascondersi negli stereotipi quando si cerca di capire perché non si è ancora sbocciati in altri canali che non siano quelli di YouTube. Lo stereotipo uccide il rap. Sono sicura che se uscisse domani una che spacca vedi come cambierebbero le cose. Tutto ha il suo tempo".

Le donne che fanno rap in Italia ci sono. Le jam anche, gli eventi dedicati pure. Basti pensare che solo in Barona, a Milano, siamo all'ottava edizione di Ladies First, un evento che punta i riflettori sulla scena hip hop femminile in tutte le sue discipline; a Torino c'è Who's That Lady. Le iniziative che ruotano attorno alla donna all'interno della cultura underground sono belle attive un po' in tutta Italia. Ma quello che ancora non mi spiego è come mai, in Italia, il rap femminile vive solo nel suo piccolo sottobosco e non riesca a prendere aria in superficie. Come mai le realtà presenti oggi si muovono solo in piccoli spazi quali jam, battle e simili, senza lasciare davvero il segno. In Italia le Femcees sono ferme a livello territoriale, mentre nel resto del mondo crescono e si appropriano della scena. 

Fermi tutti, so già che starete pensando a quanto sono inutili questi paragoni, bla bla bla. È vero, forse lo sono, ma allora non mi spiego come mai, sempre in Italia, sia solo il rap a non beneficiare di una scena femminile di spicco a un livello non più alto del piano terra. Perché in Inghilterra c'è una  Nolay che dal 2005 a oggi ha sfornato del grime da paura incorniciandolo con rime della madonna? O una Little Simz, o una Lady Leshurr? 

Perché oltreoceano scopriamo una Young M.A., anche lei lesbica come Nill, arrivata alla diciannovesima posizione di Billboard? Lei, che dai quartieri di Brooklyn non solo ha trovato il suo spazio ma ha anche incuriosito le donne rapper dei piani alti—basti pensare che il suo singolo d'esordio "OOOUUU" sia stato remixato sia da Remy Ma che da Nicki Minaj, proprio due a caso. Perché Kamaiyah fa gangsta rap assieme a YG come se fosse la cosa più normale del mondo? Perché Dej Loaf è credibile tanto quanto qualsiasi suo compagno trapper maschile quando dice che ti fotterà quando fotterai con lei? O, spostandoci in Germania, perché uno dei nomi più caldi della nuova scena trap è Haiyiti, una ragazza

Quello che sta succedendo al di fuori dei confini italiani è davvero potente e non si allinea minimamente alla nostra produzione locale. Sì, qualcosa si è mosso: vedi Nill, Wazzy che ha fatto uscire il mese scorso il suo album 100kg, Comagatte che da Molfetta cerca di fare gangsta rap in un mix—a mio avviso—poco equilibrato di trap e autotune. C'è Marti Stone, giovane abruzzese classe '92 che ha fatto uscire un disco sull'etichetta di Piotta e ora sta per uscire con un nuovo album. Insomma: il rap femminile di casa nostra c'è, ma distilla sempre a piccole dosi un prodotto che non si può certo definire eccellente.

La nostra è una situazione stagnante e sulla quale si potrebbero fare milioni di teorie a riguardo. La mia è che purtroppo il terreno coltivato dal rap femminile in Italia è ancora troppo piccolo. È un minuscolo spazio vitale nel quale, per il calcolo delle probabilità, è davvero difficile sfoderare qualcosa che funzioni e oltrepassi tutte le barriere. È un cerchio troppo stretto, e non è per niente stimolante né per chi già fa rap e né tantomeno per chi ha intenzione di cominciare a farlo. Nutro rispetto per chi, come Nill, nuota nel laghetto del rap italiano femminile rimanendo a galla, ma credo che per far funzionare le cose si dovrebbero stravolgere alcune dinamiche.

In Italia, specialmente in questo momento, è la musica ad andare verso le esigenza del pubblico di massa appianando qualunque possibilità che accada il contrario—ovvero che sia la grande massa ad adattarsi alla spinte musicali che vengono dal basso. Il linguaggio persuasivo e onnivoro del rap non è ancora esploso nel territorio riservato alle donne—e mi chiedo, senza sapermi rispondere, è solo una questione di talento? 

I requisiti per stravolgere questa prospettiva in Italia sono ancora incerti nonostante qualcuno stia smuovendo qualche zolla. Sarebbe bellissimo se si venisse a creare un canale come TeamBackPack interamente italiano, uno spazio aggregativo e accogliente per ragazze che rappano che possa sconfinare in quello della scena più ampia. Me lo auguro, perché credo che il rap sia il canale comunicativo più efficace al mondo. E dovrebbe veicolare messaggi in cui la gente comune può riconoscersi: ad esempio, che puoi scrivere rime e produrre pezzi anche se non hai il cazzo. 

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