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Clairo, fotografia via Twitter. 

L'algoritmo dell'indie

Elia Alovisi

Elia Alovisi

Come YouTube ha creato dal nulla fenomeni da milioni di views—Boy Pablo, Clairo, Varsity—e rischia di portare a un appiattimento musicale, a discapito dei musicisti che coinvolge.

Clairo, fotografia via Twitter. 

L'onda lunga dell'indie da cameretta tutto carino e strizzaocchio continua a crescere, sostenuta dal soffio degli algoritmi. Fate una prova: cercate su YouTube il video di "Everytime" dei boy pablo, il progetto di un ragazzino norvegese che ha saltato tutto il lavoro di recupero poliglotta e archivistico di Mac DeMarco e Ariel Pink prendendo direttamente il risultato finale delle loro ricerche come punto di partenza. Al momento in cui scrivo, ha più di tre milioni di visualizzazioni. Nei video correlati o consigliati vedrete probabilmente altri brani simili dai video tutti colori slavati, sottotitoli semi-ironici, marachelle passatempo. I nomi dei loro autori, forse, non vi diranno molto: Fazerdaze, Gus Dapperton, Varsity, Clairo, The Walters, Phum Vipurit. Ma ognuno di loro ha un singolo da più di un milione di views, e quindi un tentativo di carriera come musicista, e il merito è in gran parte di un calcolo eseguito da una rete neurale.

Quando Pablo ha girato il video di "Everytime" non si sarebbe, realisticamente, mai aspettato che su di lui e i suoi amici si sarebbero posati tanti occhi. In piedi su un molo in una giornata cristallina, Pablo suona la sua finta Vox azzurra a forma di goccia e guarda in camera mentre comincia a cantare. L'inquadratura si restringe verso di lui, e poi un taglio: ora è l'intera band a suonare su un molo, tutti a seguire l'occhio digitale che li sta riprendendo. L'effetto è divertente, soprattutto quando per proseguire nel loro intento i ragazzi devono voltare il collo all'indietro. Il brano è piacevole, per quanto formulaico: di bedroom pop così ce n'è tanto in giro, eseguito da semi-adolescenti cresciuti a pane e "Ode to Viceroy". Quando la musica si ferma, l'inquadratura zooma ignorando band e strumenti e cattura un motoscafo sullo sfondo, con un border collie col tartufo a prua.

A ottobre 2017, circa quattro mesi dopo la sua data di upload, il video di "Everytime" ha cominciato a comparire tra i video consigliati a un sacco di persone, tra cui Eric Skelton di Papers & Planes, che ha cercato di capire perché. Grazie a un post su Reddit la canzone era arrivata a circa 25,000 views quando l'algoritmo di YouTube ha deciso di cominciare a spingerla apparentemente dal nulla. Da quanto ricaviamo da questo paper pubblicato da Google, l'algoritmo si basa sul lavoro di due reti neurali che aggiustano il loro funzionamento in tempo reale, non basandosi su feedback generati da utenti ma analizzando il comportamento di ogni singolo utente: ha guardato il video fino in fondo? Ha lasciato un commento? Ha guardato altri video dello stesso canale? Nel caso di "Everytime", la risposta è stata "sì" abbastanza volte da convincere il sistema che quel video dovesse essere visto da più persone. I risultati si vedono anche su Google Trends nelle ricerche per il termine "boy pablo", quadruplicate nel giro di pochi giorni proprio a ottobre. E in tre mesi siamo arrivati a tre milioni e passa di views.

Pablo, che suonerà in Italia a breve e può permettersi di farlo proprio grazie al successo di "Everytime", dice di non pensare troppo al successo che il suo brano ha avuto e ci tiene giustamente a specificare che non considera i suoi ascoltatori come "l'effetto collaterale di una sorta di algoritmo divino", e aggiunge che "significherebbe mancargli di rispetto, perché sono persone reali che apprezzano veramente la musica". Risponde a una mail che gli ho mandato, specificando che negli ultimi tempi ha cercato di non parlare più della questione, ma capisce perché la gente sia curiosa riguardo al rapporto tra l'algoritmo ed "Everytime". "Quello che voglio fare", aggiunge, "è prendere i miei ascoltatori sul serio e scrivere altra musica, musica migliore, e continuare a buttarla fuori per fargliela sentire".

Quella di Pablo è la reazione corretta e, come mi scrive il suo manager, ci tiene a non essere definito solamente dalla modalità con cui "Everytime" è diventata una canzone relativamente famosa. "È un musicista di 19 anni il cui progetto ha trovato i favori di milioni di persone tutto attorno al mondo, e so che non può essere merito esclusivamente di un algoritmo", dice. Il che è vero, ma una paura che ho—e che Phum Viphurit, la cui "Long Gone" è al momento a 1.8 milioni di views, condivide—è quella di un'eccessiva semplificazione, e quindi appiattimento, del modello indie-rock-da-cameretta-tutto-sciallo-e-cheeky-e-DIY. "Mentre alcuni ascoltatori scoprono nuovi artisti dello stesso genere, creando nuovi artisti che cominciano a fare numeri", dice Phum, "questo mettere assieme determinate canzoni con un laid back chill vibe potrebbe anche portare gli ascoltatori ad annoiarsi degli stessi consigli. Spero che non porti a una desensibilizzazione, perché io sono il primo a usare gli algoritmi per scoprire nuove cose simili a quelle che ascolto di solito".

Quando parlo di "appiattimento" intendo quel fenomeno per cui un determinato stile viene adottato da sempre più persone, e così facendo cominciano a cristallizzarsi in figure comuni che rischiano di risultare, con il passare del tempo, ripetitive. È un processo per cui ogni genere musicale passa, prima o poi, con il lasso di tempo in cui questo si svolge come unica differenza. Il lento declino del rock come forza dominante della musica occidentale non è poi così diverso dalla fulminea scomparsa, per dirne una, della witch house. Questo può portare a due reazioni principali, da prendere come estremi di uno spettro: da un lato il conforto e l'abitudine, l'equivalente sonoro del prendere casa in un paesino dell'hinterland e mettere su famiglia. Dall'altro la noia, che può essere evitata solo con l'affermazione di nuovi sottogeneri e ibridazioni. Gli algoritmi aiutano lo svolgimento di questo processo, ma al contempo rischiano di velocizzarlo enormemente. A scoppi fulminei come quelli di cui stiamo parlando potrebbero seguire declini altrettanto imprevedibili.

Questo ragionamento non è un giudizio sulla qualità della musica proposta in questo loop di consigli: gli artisti coinvolti sono solo stati selezionati da una rete neurale che ha deciso che i loro video erano ok in base a comportamenti umani, semplificando e aumentando la portata del "Oh senti che figata questa roba qua (link al video)". Finiti in questo loop, ora stanno cercando di coglierne i meritati frutti e provare a costruirsi una carriera. "Pensiamo tutti troppo a come surfare sulla prossima onda, ma appena la raggiungiamo si è già infranta", dice Phim Viphurit con una metafora decisamente calzante. "È come avanzare a tentoni al buio in cerca di un pubblico potenziale. Io sono tailandese, non ho mai avuto grandi aspettative su ciò che facevo, e all'improvviso mi sono trovato un pubblico internazionale che ha ascoltato il mio album di debutto. Ma non puoi vivere con l'ossessione della cresta dell'onda, devi solo creare qualcosa di genuino e sperare nel meglio".

I Varsity sono una band indie pop di Chicago che spunta tutte le caselle del genere: chitarre cristalline, coretti concilianti, testi d'amore infranto con una sana dose di auto-denigrazione col sorriso. La loro "So Sad, So Sad", postata due anni fa da un canale-aggregatore con circa 100.000 iscritti, ha oggi 13 milioni di views—una cifra che la stragrande maggioranza dei loro colleghi non vedrà mai neanche col binocolo, tra l'altro fatta senza nemmeno un video ufficiale e sull'upload di un canale-aggregatore. Anche in questo caso il picco di interesse è arrivato in maniera improvvisa dopo mesi e mesi di totale indifferenza, come dimostra Google Trends. Per darvi un riferimento e restare in territori sonori simili, "Archie, Marry Me" degli Alvvays, una band molto più istituzionalizzata, promossa, seguita e discussa, ha fatto circa 3.5 milioni di views in tre anni.

"YouTube è come l'equivalente online del tuo amico (leggermente fastidioso e molto persistente) che continua a dirti di provare ad ascoltare una band che potrebbe piacerti", dicono i Varsity in risposta a una mia mail. "Vedere sempre la stessa canzone tra i video consigliati può venire a noia, ma è così facile saltare un brano su YouTube che non penso possa diventare un problema". Il successo della loro canzone non li spaventa, anzi: "I commenti che riceviamo sotto a "So Sad" ci fanno venire voglia di andare avanti, ed è tutta esposizione internazionale che non ci saremmo mai aspettati di ricevere".

Lo stesso vale per Neil dei Peach Pit, autori di "Peach Pit", 4 milioni di views nel momento in cui scrivo. "Per noi finire in questo giro è stato una figata, abbiamo avuto l'opportunità di viaggiare e abbiamo cominciato a vedere più persone ai nostri concerti. Anzi, ci sembra che i pezzi che abbiamo pubblicato dopo "Peach Pit" siano stati recepiti ancora meglio. Abbiamo già avuto più successo di quello che avremmo mai pensato di poter avere". E per Pablo: "Poter suonare la mia musica dal vivo di fronte ad altre persone in posti reali in giro per il mondo è sempre stato uno dei miei obiettivi principali, e ora ho l'opportunità di farlo", dice.

Non sono riuscito ad avere una risposta da Clairo, autrice di "pretty girl", il cui video che la vede mentre canticchia una canzone in cui dice che andrà tutto bene anche se bene non si sente davanti alla webcam, cambiando vestiti e intonando un karaoke di generico self-help per il ragazzino che non cerca consiglio nei libri dell'Autogrill ma nelle parole di un suo simile carino ed eccentrico. Finora nel suo curriculum ci sono sei milioni e passa di views, che a fine settembre erano solo un milione e mezzo, e una video intervista da THE FADER nel suo curriculum. Dietro a questi risultati potrebbe però esserci un intervento umano. Come fa notare un post su Reddit che sembra legittimo, clairo sarebbe figlia di Geoff Cotrill, marketing manager di diversi super brand e di Rubber Tracks, etichetta discografica/studio di registrazione di proprietà della Converse. Geoff l'avrebbe quindi aiutata a trovarsi nei luoghi giusti al momento giusto. L'algoritmo avrebbe quindi solo continuato il lavoro, ma è stato comunque strumentale ad amplificare la magnitudine di "pretty girl".

YouTube sta quindi permettendo a musicisti di ricevere attenzione su ciò che fanno e sta permettendo a un sacco di persone di ascoltare nuova musica. Il pensiero potrebbe andare alla perdita di genuinità del processo di scoperta, ma in fondo non è un problema se a consigliare un artista sia una rivista, un vostro amico, un post su Facebook o un algoritmo. La sistemizzazione in righe di codice e lo scucchiaiamento musicale di canzoni dai riferimenti condivisi possono far storcere il naso, ma sono solamente l'effetto delle strutture digitali con cui interagiamo su base quotidiana, corpo e mente, delegandogli sbattimenti in cambio di piacere e semplicità. Semplificando: YouTube mi fa sentire una canzone carina che assomiglia a quest'altra che mi piace? Bene, io me la godo e anche l'artista, che sta solo cercando di fare musica che gli piace per gente a cui piace, magari ci cava fuori qualcosa.

Ma questo godimento può anche essere letto nei suoi effetti più nebulosi, tornando all'appiattimento di cui parlavo sopra. La mia paura è che guardando cose che assomigliano a quelle che ci piacciono si vada a perdere—nella fruizione estemporanea, non stiamo parlando di appassionati che passano ore a fare digging su SoundCloud e Bandcamp—l'elemento di sorpresa e perturbazione che porta avanti il discorso musicale. Se ascolti solo l'indie terso alla Real Estate e ti trovi di fronte un pezzo di Keiji Haino magari lo schifi, ma invece forse scopri una cosa completamente opposta a ciò che ti piace, e ti incuriosisce, e ingrandisce la portata del tuo gusto e dei tuoi interessi.

Prendo spunto, per spiegare meglio e definitivamente ciò che voglio dire, da un articolo di Kyle Chayka su The Verge, sull'interior design e sull'architettura hip. Nel suo articolo, Chayka postula l'esistenza dell'AirSpace, un luogo fisico e un set di regole estetiche che sta lentamente diventando onnipresente nella vita della classe medio-alta, creando una gentrificazione estetica oltre che urbanistica e sociale. Chayka fa un'enumerazione particolarmente efficace descrivendo l'interno di una caffetteria AirSpace media:

"Mobili minimalisti. Birra artigianale e toast con l'avocado. Legno riutilizzato. Illuminazione industriale. Cappuccini. Un Wi-Fi veloce."

"Cambiare luogo può diventare tanto indolore quanto ricaricare un sito", scrive Chayka, "Potresti non accorgerti nemmeno di non essere più nel punto in cui sei partito". L'omogeneizzazione degli spazi vivibili va a braccetto con la perdita delle stranezze e delle imperfezioni proprie della località e della tradizione. L'AirSpace è, sostiene Chayka, un'applicazione contemporanea e pervadente del nonluogo teorizzato dal francese Marc Augé, e si palesa nelle app che regolano l'esistenza umana in un contesto urbano, nei bar e nei ristoranti consigliati da Google, nelle case impeccabili che chiunque può abitare e abbandonare grazie a AirBNB, tutti luoghi che somigliano sempre più a impeccabili e perfetti aeroporti, supermercati, hotel. Viviamo una gentrificazione collettiva che ci abitua sempre più a trovarci in luoghi che già conosciamo, di cui possiamo avere una nostalgia, in cui possiamo sentirci (io, come te, come lei, come lui, come loro) a nostro agio. Forse troppo.

Ora sostituite i caffè americani e i toast all'avocado con le chitarrine sognanti, le percussioni da drum machine scrausa e i testi naïf. Pensate ai mobili minimalisti come a vestiti vintage dai colori sgargianti. Prendete il pagamento contactless, facile e istantaneo, e consideratelo come una registrazione granulosa e amatoriale. E avrete quella che rischia di essere non più musica di artisti con carriere da esplorare, ma semplice indie da algoritmo. Rassicurante, piacevole, genuino, riconoscibile. Forse troppo.

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