Zucchero più blues del blues

'Un Po' di Zucchero' è il primo album di Adelmo Fornaciari: rinnegato anche dal suo autore, è in realtà un perfetto esempio del suo modus operandi.

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16 ottobre 2017, 8:52am

Non ho più un sogno e non ho neanche un sei
Ma vai bene così, che va tutto male.

Una frase del genere potrebbe essere uscita dalla penna di un cantautore maledetto, un disperato che non ha più voglia di mettere in croce neanche due rime, uno scoppiato visionario stile Edda... insomma, uno che fa una vita da tregenda. E invece si tratta di Zucchero, nel 1992, direttamente dopo il bestseller Oro Incenso & Birra (la canzone in questione si chiama "I frati"). Uno che ha venduto sessanta milioni di dischi in tutto il mondo (secondo Wikipedia) e che ha duettato con qualsiasi star possibile e immaginabile, uno che non dovrebbe avere grossi problemi ad ammettere di avercela fatta. Ma, a quanto pare, Zucchero Adelmo Fornaciari il blues ce l'ha dentro. Pare nel senso che lui non perde occasione di ricordarcelo, piazzando la parola blues in praticamente ogni canzone. Ma siamo sicuri che nei suoi dischi ci sia?

Chiariamoci, nessuno vuole mettere in dubbio che il nostro Fornaciari abbia passato momenti durissimi, soprattutto quando, sopraffatto dal successo (voluto e cercato in maniera determinata però, diciamolo), si è trovato nella classica condizione di non saperlo gestire: successo di pubblico da una parte e dall'altra fallimento della vita privata. La sua battaglia con la depressione è raccontata nell'autobiografia Il suono della domenica. Nessuno dubita della dura gavetta che ha fatto, né delle sue ferme origini contadine e sinistrorse. Il discorso è che, però, Zucchero non è Big Joe Williams, o almeno non l'ho mai visto con una chitarra a nove corde al collo. Si dichiara il re del blues italiano, ma non è neanche Roberto Ciotti. Voi mi direte che Ciotti non cantava in italiano, allora mettiamola così: non è Pino Daniele, né Bennato, neppure il grande Enzo Avitabile, non è manco Senese che a ragione, se non solo per anzianità, potrebbe fregiarsi del titolo, e potrei andare avanti.

Forse il suo è più un Blue's, come da titolo del suo bestseller più conosciuto (quello di "Senza una donna" per intenderci), cioè una musica che deriva dal blues in quanto fatta pensando al blues, ai suoi modelli più accessibili, ai suoi miti e maniere, ma di blues vero ne contiene poco. Non è che se in un brano ci metti dei giri funky o dei suoni alla Joe Cocker ti ritrovi un pezzo soul, sarebbe come dire che se ci metti due pernacchie e una sciabordata di feedback fai automaticamente noise.

E poi a volte il nostro Adelmo non è proprio interessato al blues ma si sposta direttamente verso la psichedelia, la weirdaggine, verso il madchester sound (Oro Incenso & Birra ne è un esempio folgorante), a volte flirta anche con il demenziale e addirittura col prog. La svolta del periodo Corrado Rustici, produttore storico, chitarrista progressive/jazz rock/fusion proveniente dei grandissimi Cervello e dai Nova, implica l'immersione in una serie di bizzarrie tipiche del genere (e anche le scorribande nella lirica con Pavarotti fanno pensare a una diretta conseguenza di certi ascolti "classicheggianti" che abbondano in tale ambito, come il pop sinfonico di casa nostra insegna).

Possiamo dire che in realtà Zucchero è il re dello "sblues", dello sblusare. Come si sblusa una camicia tirandola fuori un po' dalla cinta facendogli gli sbuffi, così lui sblusa il blues. È un taglia e cuci di "standard" infilati nel pop italiano. Lunghissime sono le diatribe sui suoi veri e presunti plagi: e in realtà ne contiamo a pacchi, certo, ma non solo di blues. A partire dal suo primo successo, "Donne", che in pratica è "No Woman No Cry", è stata un'escalation: però come mai a Venditti non hanno rotto le palle quando ha fatto la stessa cosa con "Piero e Cinzia"? Non ci sarà dell'ipocrisia in questo?

Perché di Zucchero si può dire di tutto, ma in questo è un maestro: nel rimescolare e fare proprio un linguaggio che giocoforza funziona, visto che i modelli di riferimento sono solidi. E non ha eguali, perché lo fa con una candida sfacciataggine. Panella, ovviamente entusiasta delle sue operazioni di détournement, asseriva che quello dell'emiliano fosse l'unico modo per fare musica oggi, tanto che anche i testi di Panella pare siano in realtà ottenuti con un taglia e incolla di frasi che lui stesso pronunciava al telefono a Zucchero senza alcuna intenzione poetico-canzonettara, anzi. In questo modo è come se Fornaciari facesse tutto e nulla, il massimo col minimo sforzo, tanto che l'ultimo album d'inediti, ovvero Black Cat, è a suo modo geniale poiché il nostro s'inventa anche neologismi a cazzo, tipo "slempito" che non si sa da dove venga fuori (le sue spiegazioni a proposito sono poco credibili), e non ha nessun problema nel parlare di panini al salame o di partigiani reggiani, abbandonando per sempre la coerenza narrativa e strizzando l'occhio alle sagre di paese (lo stile di "Partigiano Reggiano" è preso di peso dai balli di gruppo techno folk stile Roby Santini, astuta mossa per conquistare quella fetta di pubblico che da solo è in grado di mantenere un reggimento a furia di CD acquistati). Un delirio autocombustivo, insomma, che travalica l'idea del blues come genere: non a caso un esponente del lo-fi situazionista più underground come Grip Casino è un grande fan di quest'ultima emanazione del nostro.

Ma attenzione, il prossimo novembre uscirà il nuovo disco di Zucchero e stavolta è un greatest hits chiamato Wanted (titolo che, in modo subliminale, ammette ironicamente il fatto di essere ricercato da quelli cui ha fregato le idee che vogliono fargli la pelle), che promette quarant'anni di carriera in tre CD più due inediti e DVD. Insomma, una celebrazione con i fiocchi, com'era prevedibile.

Ora guardiamoci bene in faccia: so che molti di voi hanno dei pregiudizi verso Zucchero, ma fermatevi un attimo a pensare. Quante generazioni hanno cantato "Senza una donna" o "Solo una sana consapevole libidine"? Quando andavate alle feste scolastiche erano o non erano le canzoni che ti facevano rimorchiare e che dovevi per forza saper suonare ai falò? Non ti facevano ridacchiare quelle mani che sbucciavano le cipolle? Le canticchiavi sotto la doccia e manco te ne rendevi conto, andiamo. Se avevi un minimo di radici simili alle sue magari ti venivano pure i lucciconi ascoltando "Diamante" (il testo poi era di De Gregori). Alla fine, per quanto Zucchero possa stare sulle palle, è palese che ci stia in un modo diverso da Ramazzotti, per esempio, detestato dal 90% dell'underground. E questo perché? Perché, più per l'uso del "colore" blues, incuriosisce che Zucchero sia completamente inserito nella tradizione melodica italiana e nello stesso tempo la zozzi in maniera tutta sua, calpestando i suoi stessi miti americani.

Per questo la gente lo segue, mica perché sono tutti fan di Rufus Thomas (anzi, molti l'hanno conosciuto proprio grazie alle comparsate sui dischi del Fornaciari). Dall'85 in poi ha spopolato, ragion per cui nell'immaginario collettivo dell'Italia tutta ha creato un buco nero con la sua plunderphonia pop (perché alla fine di questo si tratta), superando a sinistra addirittura certi esperimenti di Vasco con il rock estero, toccando grandi e piccini nonostante i testi diciamo "poco educati" e molto allusivi (e i due all'epoca si frequentavano, in modo sospetto, spesso).

Ma come ha fatto? Come risalire alla formula vincente e capire qual è il vero Zucchero? Ci fa o ci è? Beh, un modo per venirne a capo è semplicemente dare un'occhiata a questo ultimo greatest hits. Wanted contiene il best '85/'90, il best '90/'05 e il best '05/'18. Ma non erano 40 anni di carriera? Qui ne contiamo di meno... Ebbene, anche questa volta Zucchero ha omesso quello che è considerata la pecora nera dei suoi dischi, da lui fermamente ripudiato: stiamo parlando del suo primo album in assoluto, Un Po' di Zucchero, anno 1983.

Ecco, in Un Po' di Zucchero il blues non c'è manco di striscio: è una raccolta di pop italiano totalizzante, con dei minimi accenni di new wave quando all'epoca andava forte, senza alcun apparente spigolo. Fornaciari campeggia nella copertina di Luciano Tallarini come un imberbe angioletto: i testi sono lontani dal turpiloquio tipico dei brani di Zucchero, sono invece quadretti d'amore semplice e senza macchia, e i suoni sembrano comprati alla Standa. Detta così l'assenza nella raccolta di questo disco sembrerebbe giustificata, giustificato anche il disprezzo del nostro Sugar per l'operazione, che lui ha sempre definito di compromesso storico con la casa discografica che ne voleva fare un'icona per fanciulle, stile "one-boy-band" (che col blues ci sta).

Di contro, in realtà, la vena blues non è del tutto assente: è solo sostituita da qualcosa di forse più vero, ovvero la radice contadina emiliana che si basa sulla semplicità del pane al pane, su certi canti popolari da osteria… insomma, è chiaro che non siamo in Mississippi, forse il concetto di blues è diverso. E la musica sembra un esperimento da laboratorio, un taglia e cuci composto da tutti i luoghi comuni del pop zuccheroso (scusate il gioco di parole) dei Settanta/Ottanta: Riccardo Fogli, i Panda, i Collage, gli Opera, Pupo, ecc. Metteteli tutti in un frullatore e otterrete questo, come se fosse una sintesi perfetta di tutte le cose che funzionano per un certo tipo di pubblico. Per questo non c'è incoerenza con le successive produzioni, la tecnica è la medesima. Anzi, chi dice che in Un Po' di Zucchero non c'è l'ombra di plagi si sbaglia: ci sono invece abbondanti citazioni soprattutto da Battisti, quello anni Settanta, che rimane il cardine e l'esempio intorno al quale si assembla l'opera e (detto fra noi) tutta la carriera di Zucchero.

Non a caso, Battisti è uno dei nostri pochi soulman/popsinger in grado di ibridare musica nera e italiana, tanto per dire che anche in questo Sugar si è inventato poco, ha solo perfezionato il già esistente. Forti di questa consapevolezza, andiamo ad ascoltare questa "pietra della discordia" in forma di disco.

"Una notte che vola via", che poi è anche il brano che a Sanremo ottenne il penultimo posto davanti proprio a Vasco Rossi, parte con una citazione nascosta, ossia "Disperato erotico stomp" di Dalla nelle progressioni armoniche. Il ritornello pare preso dalle classiche canzoni in "giro di do" di Tozzi, ma l'uso dell'eco ricorda direttamente gli esperimenti di Battisti di "Un uomo che ti ama". Il pezzo è una canzone d'amore diretta, che cita anche Pappalardo con i coretti "Ti amo ti amo ti amo" ("Ricominiciamo" è para para, e diciamo che anche Adriano è un soulman con i contro cazzi, molto prima di Adelmo).

Il secondo brano sarà in grado di sorprenderci? Eh, insomma... torna Battisti. E qui sembra shakerato con le romanticherie pianistiche di Stephen Schlaks, con la citazione evidente de "La luce dell'Est" dal punto di vista armonico melodico (ma a volte anche testuale, con la luce dalla foschia…) e la storia è quella di un tradimento perdonato. Anche qui il soggetto sembra pericolosamente vicino a "Comunque bella" del Lucione nazionale, in cui l'adultera è perdonata per la sua bellezza intrinseca. Qui invece la si assolve per il candore, la sua semplicità d'animo, nonostante il fattaccio: cambiano gli addendi, ma il risultato è lo stesso. D'altronde ahò, mica solo a Battisti sarà successo di avere le corna e pensare "sticazzi". Solo che negli anni Settanta cercare di svecchiare i pregiudizi sessuali dell'Italietta media ancora fissa sui propri dogmi cattolici aveva un senso profondo; negli Ottanta, quando tutti bene o male facevano incularella fra loro, un pezzo del genere sembra tornare indietro di molto, forse a un'epoca adolescenziale, in un luogo nostalgico dove l'amore è una cosa pudica (diametralmente opposto al futuro "Diavolo in me", ma forse da un punto di vista perverso "le tue strane inibizioni che scatenano il piacere", come direbbe Battiato, sono ancora peggio). Musicalmente sembra un sincero omaggio ai suoni di Giancarlo Lucariello, ma quando arriva l'organetto Farfisa improvvisamente l'ho immaginata suonata dai Flaming Lips. E infatti a un certo punto parte uno stacchetto Beach Boys, segno di un tentativo da parte di Adelmo di contaminare il più possibile per salvare capra e cavoli (ma niente blues, sia chiaro).

Dicevo poche tracce di new wave. Beh, forse "Tempo ne avrai" è l'eccezione che conferma la regola. Più che altro si nota una spinta krauta sull'onda della Nannini di "Wagon-Lits" (pezzo coevo ovviamente), con questa batteria suonata come un treno sulla ferrovia. Ma venne un incidente, un muro la fermò: "Leva queste zanzare non mi fanno dormire", torna lo spettro formato citazione del Dalla di "Com'è profondo il mare". Finalmente momenti di rock e sintetizzatore, ma il ritornello sembra molto più adatto a una canzone di Fiordaliso (di cui poi Zucchero era autore, ricordiamo la celeberrima "Non voglio mica la luna"). A ogni modo, sicuramente un brano più elettropop degli esempi precedenti. La voce di Zucchero qui sembra più simile alle sue recenti emanazioni, segno che alla fine non si è poi spostato di molto da quel lontano '83, nonostante le amicizie con Clapton e gli altri sessantamila vips.

Momento ballata, chitarra acustica flangerata, un quadretto sentimentale semplice e diretto, fare l'amore, correre sui prati... Battisti è ancora in primo piano: "con te che sei acqua chiara" (e magari pure azzurra già che ci siamo) ricorda "con te che sei il mio presente". Sembra un LP scritto tutto intorno a "La luce dell'Est", solo che in questo caso è infilata direttamente dentro ai classici ritornelli di Pupo in un ibrido curioso. Come negare però l'irresistibile gancio tirato da frasi come "Ecco il nostro tavolo in trattoria / ecco un cappuccino che fuma / e tu sei ancora mia / con te ho voglia di far l'amore"? Chi negherebbe di aver mai provato queste sensazioni, quando il poco è tantissimo? Bravo Zucchero, così ci piaci, senza fronzoli, più blues del blues.

"Che destino sei" ha echi di Elton John abbastanza evidenti, il punto di riferimento sembra "Song for Guy", ma anche i Supertramp. Ma poi ecco che torna Pupo. Con queste orchestrazioni sovraccariche, "vicini in un cielo pulito / innamorati noi / noi che gridiamo ti amo e non abbiamo fortuna non abbaiamo mai come lupi alla luna", però, sono forse i versi più blues dell'album. Il paragone dei due innamorati con "uccelli di bosco", a parte il fatto che è imbarazzante, crea un cortocircuito anche per il doppio senso. Essere uccel di bosco vuol dire letteralmente non legarsi a nessuno e farsi i fattacci propri.

"Nuvola", altro brano portato al Festival dei Fiori con scarso successo, inizia facendo ben sperare in un elettropop disco di un certo pregio, e invece poi diventa un polpettone pop tipicamente tozziano. Vabbè, meglio di tante canzonettacce che vanno forti a Sanremo oggi e magari vincono pure.

Appena inizia "Come l'aria" ti chiedi subito se è "Io canto" di Cocciante. Ma no, è Zucchero, che poi volendo sembra anche strizzare l'occhio ai Pooh, e nello stesso tempo potrebbe essere una svaporata che a campionarla facciamo i soldi. La cosa più inquietante è invece il ritornello tutto archi copiati pari pari da "La canzone del sole" di Battisti. Poi ti accorgi che anche gli accordi sono gli stessi. Zucchero ci prende per il naso ma nel frattempo la canzone l'abbiamo ascoltata tutta… astuto.

Un inizio synth e batteria metronomica per l'ennesima storia d'amore, si parla di una lei che "è bella come una stella, come un sogno fatto di camomilla perché sei bella e il cielo cade per terra". Ascoltandola sembra una previsione del futuro indie italiano, sia nel testo che nei suoni, tanto che a volte nei synth sembra di ascoltare i Cani nella loro ultima emanazione. Ai posteri l'ardua sentenza.

"Sandra" invece è un altro pezzo che inizia apparentemente (e finalmente!) come una sorta di rock blues, ma poi finisce tipo Umberto Balsamo. Sembra la storia di una punk adolescente, con le borchie sui vestiti, incazzata, che "scrive sopra la maglietta con la sigaretta". Ragazzi di strada insomma, che a giudicare dal suono hanno però il cuore tenero: vista la fine che fanno certi coatti di periferia, forse il contrasto non è neanche tanto errato.

"Stiamo insieme" parte come una citazione di "Woman" di John Lennon o dei Pink Floyd di "Us and them", poi ariecco Pupo, che in questo disco è più importante di quello che sarà Joe Cocker per le successive produzioni del nostro. Orchestrazioni e melodie che ricordano un po' quello che sarà riproposto in "Miserere", quando i tempi del "pop" erano oramai un ricordo da dimenticare e tutti si riferivano a lui come il "bluesman emiliano"—tutto barba incolta e stravizi.

E quindi, dulcis in fundo, qual è il vero motivo per cui Zucchero rinnega questo disco? Presto detto: in quanto specchio fedele di quello che lui è veramente. In effetti qual è la differenza fra lo Zucchero che scrive "Puro amore" o "Blu", o scrive i testi per Giorgia? Nessuna. Melodia, melodia, melodia, testi sentimental-esistenziali, con ogni tanto qualche nota blu piazzata al punto giusto e qualche parolaccina per sviare le indagini.

In questo disco, come nei più recenti, troviamo grandi collaboratori, che fanno la differenza. Qui, per citarne qualcuno, ci suona Ares Tavolazzi degli Area, che fa un lavoro di basso clamoroso senza il quale i brani affonderebbero come il Titanic; c'è Massimo Luca alle chitarre, proprio il responsabile del lavoro grandioso nei dischi di Battisti Il mio canto libero e Umanamente uomo, grande ispirazione per questo album. Per non parlare poi di Vince Tempera, di Albertelli... non si pettinano certo le bambole. Di blues c'è la voglia di vendere l'anima al diavolo e, probabilmente, di fare dell'intero mondo musicale un twelve bar, un canone ripetibile all'infinito, cosa che è veramente l'idea più innovativa e lungimirante partorita dal cantautore emiliano, praticamente la cifra stilistica degli anni musicali che stiamo vivendo. Per il resto, gli arrangiamenti fanno tutto: blueseggianti, alla moda se vogliamo, sono l'armatura per vincere la guerra delle classifiche e coprire le magagne. Ok, chiaro che Zucchero ora parla di fregna e di scopare, ma anche allora lo faceva, solo con parole diverse. Resta comunque lui, e rinnegare una parte di sé non ci pare così blues, anzi.

Si rivede in «Una notte che vola via»?
«No, mi sentivo un ibrido. Era un brano pop elegante, una cosa fra Fogli e Cocciante, ma non mi rappresentava. Non si mosse nulla.»

Questo dichiarava Zucchero al Corriere della Sera in un'intervista a proposito dello scorso Sanremo: bene, si sbaglia. Un ibrido lo è ancora, e qualcosa si mosse almeno nel suo modus operandi di sartoria musicale, quindi Un Po' di Zucchero lo rappresenta eccome. Cambia solo l'abito, che ora è un po' più blu: ma l'abito, come sappiamo, non fa il bluesman. Il pop, quello sì.

Demented è su Twitter: @DementedThement.