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Abbiamo chiesto a Dargen D'Amico di mettere in classifica i suoi stessi dischi

Elia Alovisi

Elia Alovisi

E ci dispiace ma Di Vizi Di Forma Virtù non è sul podio, e nemmeno Musica Senza Musicisti.

Rank Your Records è la serie di Noisey in cui chiediamo a musicisti di ripercorrere la loro carriera mettendo i propri album in ordine di preferenza.

Jacopo D'Amico, in arte Dargen, fa musica praticamente da diciotto anni. Di solito nello stesso lasso di tempo passiamo dall'essere sacchetti di carne che si sbavano addosso a essere uomini più o meno formati capaci, secondo le regole della nostra società, di intendere e di volere. Tendenzialmente noi esseri umani abbiamo l'abitudine di tenere i nostri primi anni in una simpatica teca di vetro nel museo dei nostri bei pensieri, mentre bestemmiamo perché gli anni vanno avanti e ci rendiamo conto che ormai non possiamo più sbavarci—e men che meno cacarci—addosso senza causare scompiglio e disagio in chi ci circonda.

Nella musica questo fenomeno del pensiero si palesa in modo ancora più forte, per cui se scopriamo un artista dai suoi esordi ci attacchiamo come patelle a quei pezzi e tendiamo a disaffezionarci sempre più dai tentativi del suddetto di fare—giustamente—un po' quello che gli pare. Dargen fortunatamente ha un sacco di fan che lo seguono indipendentemente da ciò che esce dal suo cervello, ma all'interno del suo pubblico la branca Musica senza musicisti x Di vizi di forma virtù sono i migliori album di sempre è comunque piuttosto folta. Il caso ha voluto che ci è venuto da intervistare Jacopo sui suoi stessi album più o meno preferiti proprio nel momento in cui sta per pubblicare Variazioni, un album in cui si guarda indietro e rilavora, per voce e pianoforte, brani del suo passato e li mischia con idee nuove—tra cui un ottimo pezzo intergenerazionale con Izi, Rkomi e Tedua, "Il ritorno delle stelle".

"Forse è l'album che mi ha reso un immagine più completa di quello che avevo fatto fino ad oggi," mi dice Dargen di Variazioni prima di cominciare ad andare indietro negli anni. Non siamo arrivati al 1999, ma abbiamo comunque parlato di "come il tempo è galantuomo, ti fa notare solo i pregi."

9. Vivere aiuta a non morire (2013)

Noisey: Devo ovviamente chiederti come mai cominciamo da qua.
Dargen D'Amico: Lo vedo un po' confuso. Non trovavo nella musica un'effettiva valvola di sfogo, che è quello che mi porta a farla. Quindi ho pochi ricordi di quel disco, ci sono meno affezionato da quel punto di vista. Poi ci sono brani che mi piacciono molto, come "V V" e "L'italia è una", che è uno dei pezzi che piace di meno a chi mi segue. 

Come mai proprio questi? 
"V V" perché quando hai un'idea di un brano poi devi tradurla nella realtà, quindi spesso ti allontani molto dall'idea che avevi in partenza. Immagini una canzone ed è sempre bellissima, poi ti devi scontrare con la realtà e quindi con te stesso, i tuoi mezzi e le tue capacità. Invece "V V" me l'immaginavo così ed è venuta così. Fatta da me, anche la produzione, quindi è stata una cosa molto istantanea. Poi mi piaceva molto il videoclip, di Napo e di Silvio, quindi forse è anche per questo. Già il fatto di non partecipare al video di una tua canzone è una cosa bellissima. 

Cosa che nel video rap si vede poco. 
Si vede poco, purtroppo, perché in qualche modo il video è l'uscita pubblica, come quando esci di casa, vai a trovare una persona. Quindi vogliono che tu ci metta la faccia. È una regola del gioco.

Comunque volevo dirti una cosa, su "L'Italia è una". Mi sembra che su Vivere aiuta a non morire tu abbia portato a un estremo entrambe le tue due anime, quella più caciarona (vedi "Bocciofili" e "Il cubo") e quella più riflessiva sulle cose del mondo (appunto "L'Italia è una", o "È già", "Il presidente"), rendendole quindi un po'... disconnesse? 
"Il presidente" la metterei insieme a "Bocciofili", da un certo punto di vista, perché è comunque leggera. È un po' quello che ti sta facendo la morale, è una roba spiccia comunque. Anche perché poi "Bocciofili", sempre scherzando, ma in realtà sotto non è esattamente quello che appare. Non è immediato forse, ma non è una fotografia del video, la canzone. Intanto non sono io che scelgo di fare delle cose leggere vicino alle cose pesanti, è la vita che è così. Se in un momento sento la necessità di fare un brano più leggero lo faccio, è così che la vita mi ha educato. Per me sono pezzi assimilabili, ma il mio punto di vista è distorto, troppo vicino ai brani. 

Ti dispiace che su "Bocciofili" non si sia andati oltre lo strato superficiale? 

Ma era una cosa anche giusta. Quel brano è nato per gioco. Universal non lo voleva, voleva che facessi le mie cose. Quello è più pesante degli altri da un certo punto di vista, magari era una cosa che non ti aspettavi in quel momento. Io dalle canzoni, e ti parlo della mia esperienza personale, trovo sempre quello che cerco. Se tu trovi che sia una canzone leggera è perché stavi cercando qualcosa di leggero in quel brano. Se sei una persona che tende ad andare oltre il primo significato, andrai oltre il primo significato. È un brano che comunque mi diverte, ringrazio Fedez e Mistico per averlo fatto con me.

Ti dico che io tuttora la uso come party starter alle feste e non fallisce mai.
Ma sì, poi chiaramente col senno di poi, dopo che Fedez è esploso, magari se fosse stato ai livelli in cui è adesso avremmo fatto un altro brano. Sarebbe stata molto più ovvia da fare. 

Venendo da Nostalgia Istantanea, perché scegliesti di fare un album così collaborativo?
Dal punto di vista umano, in quel periodo incontravo tantissime persone che lavoravano nella musica ed ero molto più ricettivo da quel punto di vista. Naturalmente quando avevo a che fare con persone che mi interessavano e piacevano artisticamente era naturale vedersi in studio e fare qualcosa. Era un po' l'idea di quel disco lì, collaborazioni e sfaccettature diverse. Venivo da due brani totalmente da solo, ma in tutti i sensi, senza neanche la compagnia di un ritornello. È bello stare con me stesso ma dopo un po' mi vengo anche a noia. 

8. Musica senza musicisti (2006)

Come penultimo metterei—e qua verrò un po' insultato—Musica senza musicisti.

Ti fa strano il fatto che MSM sia considerato un  classico nella tua discografia? 
Chiaramente se vogliamo parlare del fatto che fosse innovativo, che faceva delle cose in un certo modo che nessuno aveva mai fatto—questo lo posso capire. Capisco che abbia dato un input nuovo, che potevi fare il rap in un certo modo, tutto quello che vogliamo. Però poi effettivamente è un disco che ho fatto quando ho deciso che volevo rimettermi a fare qualcosa, ma io non l'avrei neanche fatto uscire. Fu Francesco [Gaudesi] a convincermi a buttarlo fuori. È un album nato per non essere ascoltato, dal mio punto di vista, e quindi riesco a separare le due cose. Sì sono d'accordo sul fatto dell'innovazione—non c'erano le batterie e non c'erano i ritornelli, cose ancora strane per l'epoca, ma non c'erano perché non mi venivano. Non era una scelta di rottura. Poi sai, molti erano tentativi, no? Tornavo a casa la sera, mi veniva un'idea, mi mettevo lì la notte, provavo, il giorno dopo registravo la cosa e magari non portavo avanti il brano. 

Quindi anche la natura frammentaria del disco non è ragionata ma naturale.
Assolutamente. Non è replicabile, ecco. 

Che cosa ti aveva spinto a scrivere dei mini-racconti così crudi come quelli di "Quando la linea della vita risulta occupata" e "Sqdr G7"?
In realtà è solo storytelling, pratica tipica del rap, raccontare ritmicamente con le parole delle immagini—che poi è una cosa che faccio anche in "Cambiare Me". È quella cosa lì: chiaramente cambia il vestito, e quindi anche l'interpretazione. È cambiata l'ambientazione, la musica, ma io non riesco a vedere come le cose non siano collegate. Poi quando sei tra te e te magari puoi permetterti di raccontare le cose in un modo che capisci tu e gli altri non comprendono, non riesci a rendere questa sensazione quando hai il sospetto che ci sia anche solo una persona dietro che ti guarda. 

Come venne percepito Musica senza musicisti all'epoca?

Male. Funziona sempre così con i dischi, anche con l'LP delle Sacre Scuole. Quello uscì nel 1999. Poi non ho più fatto rap per un sacco di anni finché non ho ricominciato, nel 2004, per Musica senza musicisti e in quattro anni in cui non avevo seguito la scena era passato dall'essere un dischetto così a un album andato fuori stampa. Il tempo è sempre galantuomo, ti fa notare solo i pregi. In realtà devo dire che le cose sono cambiate quando MSM e Di Vizi di Forma Virtù sono stati presi in considerazione da persone che non ascoltavano rap. 

Possiamo dire che... 
Sì, diciamolo!

Diciamolo! Possiamo dire che "The Sleepy Molotov (Analità Universale)" è un punto focale di quell'album? A livello personale, lo identifico molto con te. 
Sì, ed era anche diverso da tutto quello che c'era in un disco che era già diverso. Poi chiaramente non è solo il discorso letterale che ha importanza ma era anche molto metaforico e legato al modo di fare l'album. Io sono sempre stato abituato a cercare i significati "altri" nelle canzoni, quindi andare oltre. Purtroppo, o di conseguenza, i miei brani possono essere visti da diverse prospettive, a volte quasi in opposizione l'una con l'altra. Lì c'era un significato della storia letterale e un significato metaforico anche più etico e legato alla musica. 

Io l'ho percepito come un discorso sull'accettazione di sé.
Certo, di sé e degli altri, sì sì.

7. Nostalgia istantanea (2012)

E al terzultimo posto abbiamo Nostalgia.
È stato un disco utile per me, ma poi... è rimasto alquanto legato semplicemente al momento. Nostalgia è un disco che mi interessa, a vederlo così, anche se non ti nascondo che non l'ho mai più riascoltato. Però lo sento particolarmente legato alla curiosità che avevo per qualcosa che non avevo mai fatto, che poi è anche diventato un disco. È esattamente quello che vedi, una persona che vuole vedere cosa succede se lascia correre i pensieri e poi li mette sulla musica. 

Quindi non c'era stato un processo di scrittura e riscrittura, avevi lasciato progredire tutto in modo casuale e naturale? 
No bé, effettivamente quello che dicevo del brano, cioè lo scrivere la mattina appena sveglio e la notte prima di addormentarmi, è esattamente quello che è successo. Poi chiaramente nel momento in cui interrompevi, nella sessione successiva, decidevi dove riprendere. Ma non andavo a modificare l'essenza di quello che era stato scritto, era quello il treno di pensieri. L'unica regola era rimanere nello spazio del lato di un vinile e fermarmi quando mi sembrava che il discorso poteva essere interrotto. Chiaramente mi poteva incuriosire il fatto che fosse una cosa che non era stata fatta, tutte queste puttanate, ma è il processo che ha fatto nascere tutto. 

Hai mai il dubbio che qualcuno possa averlo preso e mai ascoltato tutto?
Sì guarda, ringrazio sempre perché ho questo bellissimo ricordo di quando era uscito che persone che mi seguivano acquistarono il vinile dicendomi, "Guarda, io questo disco qua ora come ora non lo capisco, però stai facendo un percorso, io lo sto facendo con te, quindi mi fido."

Avevi definito l'argomento di quell'album "Enciclopedio", facendo un bel calembour.
Sì, è una minchiata.

Una minchiata? 
No, no, no! [Ride] Ti ripeto, quando hai quegli attimi in cui ti sembra che le cose si chiariscano per un secondo e totalmente, spesso la cosa coincide con i cortocircuiti dei giochi di parole. Se scelgo di utilizzarli, e nella vita mi capita molto, è perché voglio lasciarli correre. Quando ti capitano queste cose dici, effettivamente è sinonimo di tutto quello che sta succedendo nelle lavorazioni di questo disco. Quindi può essere o una minchiata o esattamente quello che cercavo, ma mi è venuto completamente a caso. 

6. Balerasteppin (2011)

Al sesto posto metterei il disco dei Macrobiotics, il mio progetto con Nic Sarno. 

Sai che non mi ero preparato domande, sui Macrobiotics? Lo consideri un "tuo" album? 
Sì! Lo considero un mio album perché è un lavoro che mi aveva molto preso al tempo, con Nic. Inizialmente poteva sembrare un divertissement, cioè l'idea che il vestito facesse tutto, quindi potevi prendere un brano di Laura Pausini e se l'avessi rappato io sarebbe diventato un brano con la cazzimma, però poi effettivamente era stato educativo, per me, il fatto di prendere testi di altri e rimodularli su musiche contemporanee, farli diventare altre canzoni. 

5. CD' (2011) 

E siamo a CD' che, personalmente, vedo come il tuo momento più "emo", e quello a cui chi è più cinico riesce ad affezionarsi di meno. 
Sicuramente è un disco che nasce per essere un canzoniere d'amore, quindi più che "emo" direi "amo", direi che è un disco molto amo. Poi sì, anch'io scherzavo sulla cosa dell'emo rap, perché era una cosa che non esisteva nel 2010. Un periodo veramente distante da quello in cui siamo adesso, dove i rapper americani possono vestirsi da donna. Giocare su quello mi interessava. Dentro c'è "Malpensandoti", che è un brano a cui sono molto affezionato. C'è "Briciole colorate", che era poi quello che ho fatto in Variazioni, cioè mettere assieme musica alta-barra-altra con la mia scrittura, e da quel punto di vista è un po' a metà tra quello che c'era prima e quello che sarebbe venuto dopo. Non so, io ci sono appassionato. 

E c'è da dire che ha tirato fuori diversi tuoi mini-classici, da "Odio volare" a "Bere una cosa" a "Ma dove vai (Veronica)". Ed era molto ben calibrato, con pezzi anche più lunghi e strani, tipo "Anche se il mondo ha."
Esatto, è vero. "Anche se il mondo ha" è uno dei miei brani preferiti, per quanto riguarda la produzione in particolare.

Io mi chiedo costantemente perché "Orga(ni)smo (Uni)cellulare" non è diventata una tua hit clamorosa, ché a me dà una gioia immensa ogni volta che la ascolto. 
Sai che non lo so? Forse anch'io non l'ho mai presa sul serio perché è una canzone nata in freestyle, molto giocosa. Poi era mezza rappata con l'autotune, che adesso è una cosa normale ma devi sempre rapportarla al periodo in cui è venuta fuori. Forse sono stato io a sottovalutarla, anche! 

4. Di vizi di forma virtù (2008)

Qual è la tua percezione di Di vizi di forma virtù, oggi? 
Di vizi è, diciamo, Musica senza musicisti—però nel momento in cui ho scoperto che ci fosse qualcuno che, per quanto potesse sembrarmi strano, faceva i miei stessi pensieri, aveva la mia stessa percezione della musica e della scrittura. È la continuazione di quel percorso lì, è un periodo che ricordo come molto piacevole della mia vita. Scrivevo tantissimo, e i periodi in cui scrivi tanto sono sempre i più belli. Anche per il rapporto con i Two Fingerz, suonavamo assieme e ci divertivamo tantissimo. C'era di tutto, era il periodo pre-Crookers, c'erano delle cartelle dei Crookers dentro... "Low Cash", "Alì il thailandese". Era un periodo, in Italia, molto creativo. C'erano i Bloody, Fabri che faceva le sue robe. Un bellissimo periodo. 

A riascoltarli adesso che effetto ti fanno pezzi così diversi gli uni dagli altri come quelli a flusso, tipo "Tra l'Italia e San Marino" o "Arrivi stai scomodo e te ne vai" e quelli più zarri tipo "La banana frullata"?
"La banana frullata", che è anche quella stata rivalutata in tempi recenti, è nata mentre io stavo andando da Phra, che stava al lago, e io ero fermo a un Autogrill. L'ho chiamato e gli ho detto di preparare una produzione bouncy di quelle che facevano loro, ed è nata così. Poi non era la prima cosa ballabile che facevo, anche in Musica senza musicisti c'erano delle cose con la cassa dritta che avevo prodotto io, c'era un "Salendo sempre più (Dentro te)", cose più ritmate. Invece di "Arrivi stai scomodo e te ne vai" ti dico, a me piace: l'ho anche rilavorata nel disco perché ho scoperto nell'ultimo anno che le persone erano molto affezionate a quel brano, ci vedevano cose che io non ci vedevo. Quindi mi incuriosiva rifarlo. E ci sono brani che ho fatto e poi totalmente abbandonato come "Tra l'Italia e San Marino", che ha poi smesso di affascinarmi. 

Ti dà fastidio il fatto che Di vizi sia considerato IL tuo classico? 
Bé, sì. Cioè, capisco perché. È sempre una cosa relativa a quando è uscito, però se ne parli con gente che non ha vissuto quel momento secondo me non capisce perché dovrebbe essere questo il mio classico. Io non vorrei neanche ci fosse un mio classico, mi sento in un percorso, capito? Non posso accettare l'idea che ho fatto una cosa che rimarrà... in questo momento non vorrei aver fatto niente che rimanesse al di fuori di tutto quello che ho fatto. Comunque parliamone bene, di Di vizi, che è un disco molto da ultras. 

È stato questo il periodo in cui la percezione di quello che facevi ha iniziato a cambiare?
La cosa cominciò con Zingales di Blow Up, che per Di vizi mi diede una copertina. E lì mi sono accorto, facendo interviste con persone che non appartenevano al rap, che capivano delle cose dei miei dischi che quelli che appartenevano al rap non capivano. Quindi mi sono detto, "Cazzo, allora posso fare questa cosa tranquillamente, c'è qualcuno che riesce a capire!" Purtroppo il pubblico rap, soprattutto in Italia, fa molta fatica a mettere due o tre pensieri uno dopo l'altro concretamente. Sai che si può fare questo, sai che si può fare quello, sai che si può fare quell'altro, ma non riesci a collegare le tre possibilità. Se nel rap decidi di fare più cose, di far comunicare dei vasi, le persone entrano in auto-protezione. Nel rap devi fare una sola cosa, credono. Ovviamente chi vive la cosa dall'esterno, con la curiosità di un appassionato di musica che vuole capire che direzione sta prendendo la musica italiana e non resta in superficie, ci si approccia diversamente. 

E in questo senso il tuo pezzo con Izi, Rkomi e Tedua si qualifica, credo, come punto d'incontro tra i "questo", "quello" e "quell'altro" che dicevi.
Quello è un problema anche di miopia degli ascoltatori, perché i ragazzi nel brano hanno fatto la loro cosa e sono stati molto disponibili a spostarsi in un mondo diverso rispetto al loro. Ma hanno spaccato, non puoi dire che hanno rovinato un brano o che io ho costretto loro a far qualcosa. Ascolta la canzone, è un buon brano rap. Punto.

3. L'ottavia (2014)

Sai che L'ottavia sul podio non me lo sarei mai aspettato? Anche perché è passato un po' in sordina.
Sì, è stato anche un disco che è uscito solamente per chi acquistava il cofanetto... quindi forse è un po' poco rispettoso metterlo qua...

Ma importa quello che significa per te.
Esatto! Era un disco in cui riprendevo idee che avevo lasciato per strada—perché io non sono uno che prepara cento canzoni per fare un disco. Veramente, faccio solo quello che sento essere necessario, quindi magari lascio un brano fuori. Però tutto il resto prima lo concepisco in testa, più o meno so già come dovrà essere e lavoro per arrivare il più vicino possible all'idea che ho io del brano. Lì invece avevo preso delle piccole idee, delle piccole cose, e alla gente piaceva pensare che fossero già brani che erano stati fatti al tempo e abbandonati ma in realtà non era vero. Ero stato molto chiaro, ma dato che suonavano più vecchi a tutti è piaciuto pensare fossero più indietro. Per me è molto facile fare i brani di Dargen, non so come dire, vecchio, nuovo—se voglio fare quella cosa lì, posso farla. 

Mi era piaciuto perché dopo che avevo fatto D'io avevo avuto del tempo in cui mi ero messo lì a riprendere le idee, avevo ripreso il setup di produzione sul computer che utilizzavo nei dischi precedenti, quindi avevo riaperto un piccolo portatile per metterci su i programmi che giravano su Windows... capito? Molto stuzzicante, da quel punto di vista. E poi, anche se c'erano strofe nuove e strofe vecchie è difficile anche per me capire cosa appartenesse al passato e cosa avevo prodotto in quei tre, quattro mesi in cui avevo lavorato al disco. E questo mi diverte e affascina, perché me è tutto un tutto unico. È veramente la ricerca dell'uno—e qui arriviamo al secondo disco. 

2. D'io (2015)

Secondo disco che, per esclusione, è D'io.
Vedi che le cose non vengono per caso? Per me è il disco che, quando scrivevo, partivo senza sapere come sarebbe andata a finire. Non so, continuavo a pensare, e anche nella scrittura dei brani senti ancora tanto il fatto che continuassi a oscillare tra me e la ricerca di qualcosa. Che poi è il titolo, per cui per quanto ci fosse il gioco sull'apostrofo e tutto, e stesse tutto bene, vale il discorso dell'enciclopedio di cui parlavamo prima: trovi la cosa che è esattamente al posto giusto nel momento giusto. Ci sono dei brani che sono venuti, secondo me, meglio di quello che mi aspettavo a livello di scrittura, si sono quasi scritti da soli.

Per esempio?
"Modigliani", sicuramente. È un brano che ho cercato di scrivere per un sacco di tempo, mi ero preso un mese addirittura per scriverlo, ero andato in Islanda e non avevo scritto nulla. Invece poi nel momento in cui mi è partito qualcosa si è scritto da solo. Ma anche "L'universo non muore mai", "Essere non è da me": sono quei brani lì che... non saprei dire quello che è successo ma erano già lì così, e quando succede non puoi ringraziare, perché non è sempre così. Non esiste questa cosa per cui chi scrive una canzone ne può scrivere subito altre simili, non c'è niente di meccanico. E quando ti accorgi che qualcosa avviene in fretta, scrivi il brano e ha senso ed è vicino come te lo aspettavi... 

Ci sono dei brani che, secondo te, non sono stati sottolineati o notati come ti saresti aspettato?
Un brano che magari non in molti si sono cacati ma che a me piaceva molto, anche per tutto il concetto che c'era dietro, è "Parenti."

Secondo me è uno dei brani in cui sei più tu, sai? Perché è davvero un brano di comunanza, mondialista, radicale. 
È un brano iperrealista direi. Ma nessuno mi ha mai detto, "ma "Parenti"..."? È come "L'Italia è una", sono brani che dal mio punto di vista hanno molto senso di esistere perché per me sono delle chiose di un periodo e di una visione, ma risultano poco interessanti per chi mi ascolta. "Parenti" è un brano più programmatico degli altri, volevo fare quella cosa lì. "Modigliani" invece è un brano, come si sente dalle strofe, nato da blocchetti usciti così. 

1. Variazioni (2017)

E il disco migliore è sempre l'ultimo che si è fatto.
Effettivamente fare un disco non è un gioco, anche se sembra non è così facile come può sembrare, scrivere delle canzoni, fissare dei momenti, capire che cosa deve entrare e cosa no. Certo, può essere anche molto automatico in certi punti, ma ti trovi a capire che dietro a una scelta c'è molto altro e ti dici, "Forse è quella che va fatta." È un processo creativo—nel senso letterale, di creazione—per cui ogni volta rimani impressionato. E quindi l'ultima volta che è avvenuto quel piccolo miracolo, è chiaro che per te significa qualcosa. Perché è il ricordo più fresco. E poi ti dico che sono riuscito veramente, lavorando a Variazioni e rileggendo alcuni brani, a capire alcune cose che avevo fatto in precedenza e avevo un po' sottovalutato o abbandonato.

La rilavorazione dei tuoi vecchi brani è quindi da leggersi in questo senso.
Per dirti: "Prendi per mano" era un brano che avevo fatto in un EP e poi non mi piaceva, e quindi non avevo messo in CD'. Forse avevo un problema con la coda finale, e quindi non l'avevo messo. Poi però l'ho riletto e non era male, non so perché mi ero chiuso su questa cosa. Veramente è stato, forse più degli altri, un percorso di analisi. Fare il punto della situazione, il tuo passato, dove sei adesso. Il mio sogno è che tu ti prendi questo disco, te lo ascolti e non capisci quello che è venuto prima e quello che è venuto dopo. 

Certo, ha una visione d'insieme di tutto quello che hai fatto. 
Questo era il mio ideale a cui pensavo mentre facevo il disco. Mi sono reso conto che tutto appartiene a un'unità, e quindi questa è una chiusura di un cerchio. Non so cosa succederà dopo. Ma so che Variazioni è l'album che mi ha reso un'immagine più completa di quello che avevo fatto fino ad oggi.

Variazioni esce domani per Giada Mesi. 

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