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Abbiamo preso una pizza e un amaro con i Gomma

E ci hanno raccontato com'è trovarsi per caso sulla cresta dell'onda, tra applausi e fischi.


Tutte le fotografie sono di Giuliana Capobianco.

Venerdì scorso Bologna era presa in ostaggio da un gelo mica da poco e in serata ci sarebbe stato questo festival al Covo, uno dei locali storici della città—Inverno Fest, si chiama. L'idea malsana che mi propongo è quella di abbandonare la mia sessione casalinga di Doom e affrontare le temperature siberiane per fare due chiacchiere con una delle rivelazioni musicali del 2016: i Gomma sono da un paio di mesi sulle pagine di tutta l'editoria musicale, digitale e addirittura cartacea. Anche sulle nostre.

Dopo che l'Italia tutta si è resa conto dell'esistenza di Fine Before You Came e Gazebo Penguins, l'emo italiano (per usare un termine-cappello che vuol dire tutto e niente ma che vi faccia capire più o meno quello che intendo) ha vissuto un breve periodo di gloria qualitativa e quantitativa per poi fermarsi un pochettino, con i suddetti FBYC e Gazebo a prendersi una pausa e nessuna delle nuove leve sorte dalla scena a toccare veramente un'ampia parte del loro potenziale pubblico. Questo fino ai Gomma, che però—va detto—sono un caso particolare dato che in realtà loro, della scena, non ne hanno mai fatto parte, un po' per motivi anagrafici, un po' perché semplicemente vengono da un background diverso. E allora è curioso cercare di capire come si sentano, solo all'esordio, a essere nel mezzo di un fuoco incrociato di amore incondizionato e hating spudorato.

Arrivo al locale che i ragazzi stanno ancora facendo il soundcheck. Una bella scusa per me, il mio amico Paolo e la fotografa Giuliana per berci un paio di whisky al locale di fianco. I vecchietti del baretto ci guardano incuriositi e io bevo di fretta, un po' nervoso. Perché cavolo fossi agitato sul momento non riesco ancora a spiegarmelo. Quella che leggerete è una sintesi di un'oretta che, per dirla in breve, è fatta di parole sui poteri occulti, Calcutta, di brutture del liceo e di quanto siano belle certe serie televisive. Un po' imbarazzato, chiedo alla band di farsi un giro di amari con noi. "Ho già fatto dei concerti sbronza e non è bello", mi dice Ilaria. Dopo averle insinuato di essere degli straight edge—accusa prontamente respinta—ci sediamo fuori dal locale. 

Noisey: La verità è che i capi di Noisey mi chiedono di fare un'intervista un po' diversa dal solito...
Giovanni: E chiedere invece di Caserta. Ti prego, no! Non mi fare la domanda la solita domanda "Come si vive a Caserta..."

Mi stai già rispondendo! No, in realtà io vorrei sapere qualcosa di più sul vostro passato. Perché siete spuntati dal nulla. Sono andato sul Facebook di Paolo, che ce l'ha aperto, e ho trovato questo video dove suonava una cover di "Hipsteria" dei Cani con Ilaria e Matteo. E quindi mi sono chiesto, volevate suonare altro da quello che siete adesso?
Paolo: 
No, in realtà no.

Perché siete un gruppo, che soprattutto nelle chitarre, mi ricorda quel mondo alla Fine Before You Came, eppure, nelle vostre citazioni culturali, ne siete distanti.
Giovanni:
 Noi ascoltiamo tutto. La cover dei Cani è stata un caso... Con Ilaria, ad esempio, ho fatto una canzone dei Gazebo Penguins. 
Ilaria: "Difetto." Abbiamo fatto anche i Foals, e gli Alt-J.

Il vostro suono è nato dal nulla.
Ilaria: Sì, abbiamo cominciato a scrivere robe ed è uscito quello. E infatti non saprei se definirlo ancora emocore.

Il mio voyeurismo mi ha portato a leggere i commenti sotto i vostri video di YouTube. Tanti complimenti e poi una roba che torna che suona tipo "È un gruppo creato dai poteri occulti, dai sionisti, qualcuno ha creato i Gomma..."
Paolo: Gli illuminati.

Chi di voi è il sionista della situazione?
Giovanni: Michele Montagano, il ragazzo che gestisce la nostra etichetta e ci produce, ha deciso che voleva formare una band per fare un sacco di soldi tramite il gruppo Bilderberg.
Matteo: C'era di mezzo anche Licio Gelli!

Non conosco le band della zona, ma: oggi, a Caserta, vi vogliono bene?
Giovanni: Ragazzi, non possiamo rispondere sinceramente a questa domanda, dai. Sì, ci vogliono bene, ci amiamo tutti. [Ridono]
Ilaria: Diciamo che ci sono persone che apprezzano il nostro successo.
Matteo: Abbiamo tanti amici che ci seguono.
Giovanni: Ma non puoi fare un gruppo solo per loro.

Oggi come oggi preferireste suonare a Caserta o Milano?
Ilaria: Milano! Siamo tutti d'accordo. Non perché mi piaccia Milano! 
Paolo: C'è un gran bel pubblico.
Giovanni: Forse il concerto più bello che abbia fatto. 

E invece l'esperienza con Calcutta com'è andata?
Ilaria: Te lo dico con sincerità? Per me è stato un incubo. Ma non per Edoardo, è stata la situazione generale, quello che ci circondava.

Penso ci sia stato un equivoco. Il pubblico di Calcutta non è il vostro pubblico.
Ilaria: Esattamente. Non esisteva nessun tipo di contatto.  Ci sentivamo segregati in quel backstage, ad aspettare di suonare—aspetti, sali, scendi, e te ne vai.
Paolo: Nel tour con Calcutta la data che è andata meglio è stata quella di Napoli. Ci sentivamo accolti dal pubblico. 
Matteo: Ma è stato comunque importante. Perché tra tutte le persone che erano venute per Calcutta qualcuno ha cominciato ad ascoltarci.
Giovanni: Una cosa però: forse noi non c'entriamo con il mondo del quale fa parte adesso Calcutta. Ma noi siamo legati musicalmente alle origini di Edoardo.  C'è un filo che ci lega nella crescita come appassionati di musica. E che poi ovvio, questo è relativo. Perché anche noi siamo il pubblico di Calcutta. 
Paolo: Non ci è piaciuto essere stati fischiati. Non so, è stato brutto. 

Avete tra i vostri riferimenti musicali Vasco Rossi? Come Jacopo Lietti, ad esempio, parte dell'emocore ce l'ha dentro.
Ilaria: Io sinceramente no.
Giovanni: Io ho cominciato ad apprezzarlo da quando ho scoperto che lo arrestarono per possesso di cocaina. 

Mi interessa il modo in cui volete condividere i vostri testi. È una cosa complessa, soprattutto se si ha di fronte un pubblico nuovo. Ilaria, dai video ho notato che tieni spesso gli occhi bassi.
Ilaria: Non mi sento molto a mio agio sul palco, ancora, ecco. Vedere le persone lì sotto mi irrigidisce. Non penso sia timidezza, mi esce spontaneo. Mi piace stare sulle mie. Il mio stare sul palco non è "Vi sto raccontando una storia", non cerco empatia, ma è "Mi sfogo con voi".
Giovanni: Ma anche perché suoni per te, e poi per gli altri. 

Sul palco siete in sottrazione, c'è un intimismo quasi estremo.
Giovanni: Parlo per lei, ma penso che non sia facile stare sul palco a raccontare i cazzi tuoi.

Quindi c'è del privato nelle vostre canzoni.
Ilaria: Praticamente solo quello.

Nelle interviste si parla delle citazioni a Pavese, di un certo cinema...
Ilaria: Diciamo che è un po' inflazionato questo discorso sulla letteratura e sul cinema. Ci sono i riferimenti, ma non sono rilevanti ai fini della struttura. 

Ilaria, tu hai solo diciotto anni e stai uscendo dal liceo. Ma come ti poni rispetto al mondo dei tuoi coetanei?
Ilaria: Non la vivo benissimo, ma mi tocca accettarlo. Comportarmi di conseguenza. Ci sono cose da fare, che non mi stanno bene, ma devo farle.

A scuola sei una star?
Ilaria: No, praticamente sono lo zimbello! Sai, su Rolling Stone mi hanno chiesto se il mio comportamento nei confronti dei miei compagni di classe fosse da snob. Il fatto è che forse è proprio il contrario. 

Ho capito che c'è un motivo portante nell'album, che si vede soprattutto in "Vicolo Spino". Che è un po' quello che dell'amare per essere amati. Quella parte che dice...
Ilaria: "Ma in realtà lo faccio per me".
Giovanni: È orrenda come cosa.

Sì, è la maledizione dell'esistenza questa cosa, ma è bello come siate riusciti a portarla in musica.
Ilaria: Sinceramente non so come risponderti. La scrittura è stata spontanea.

Quindi i testi sono tutti tuoi. 
Ilaria: Praticamente, quello di "Elefanti" l'ha scritto Giovanni e quello di "Toska" lo abbiamo scritto a quattro mani con Matteo. La versione originale per me era incantabile. Era un bel testo, ma era una poesia, non una canzone. E anche l'intro e l'outro sono a quattro mani con Giovanni.

Senti, perdonami la domanda alla Marzullo. Sei tu quella che ama e che ha bisogno di essere amata? O sei la vittima del gioco?
Ilaria: Amo perchè ne ho bisogno.
Giovanni: È la domanda più bella che ci abbiano mai fatto. [Ridono] 

Tra le citazioni apprezzo molto Pavese. Chi di voi ce l'ha messo?
Giovanni: Io. C'è una tragedia in cui uno dei personaggi afferma che la morte è un destino, e che non possiamo fare altro che augurarcela. La morte, anche quando è desiderata, in realtà è... come se fosse naturale.

I tuoi riff di chitarra mi piacciono perché sono tristi. 
Giovanni: Cerco di ispirarmi sempre meno ad altri chitarristi, è meglio essere la bella copia di sé stessi che la brutta di qualcun altro. E tutto dipende da come ti sei svegliato quella mattina, se era buono il caffè e da chi ti ha fatto arrabbiare. Nascono così.

Sento solo accordi minori nella tua musica.
Giovanni: No dai, un accordo maggiore ci sta in tutto l'album! No davvero, un accordo maggiore c'è! Ma è nella canzone più brutta, "Le scarpe di Beethoven". Sì, è l'unico pezzo in maggiore. 

Cosa studiate?
Matteo: Scienze politiche e relazioni internazionali.
Giovanni: Io studio giurisprudenza. Comunque in momenti come questi a me piacerebbero domande del tipo "Dove vai a tagliarti i capelli" o "Qual è il tuo gin tonic preferito", "Di che colore ti piacciono le scarpe?"

Davvero, vorresti delle domande del genere?
Giovanni: Davvero. Quando leggo l'intervista a un autore che mi piace spesso le domande mi fanno cadere le palle. Piuttosto, sarebbe bello sapere cosa fanno il sabato sera i miei musicisti preferiti.

E tu cosa fai il sabato sera?
Giovanni: Adesso suono!
Paolo: È vero. Adesso tutti i weekend siamo fuori a suonare. Un po' dispiace, stare lontano dagli amici e la famiglia.

Facciamo  un gioco, indoviniamo i vostri telefilm preferiti. 
Giovanni: Per me è "La serie".

Breaking Bad
Giovanni: E italiana?

Romanzo Criminale.
Giovanni: Sono proprio banale. 

E Ilaria secondo me... Skins.
Ilaria: Oh no, avevo dodici anni! È Black Mirror.

Matteo, dai tuoi baffi il tuo è chiaratamente Narcos.
Matteo: No no, il baffo è solamente un esperimento. 
Giovanni: In realtà è My Name is Earl, un giorno ha visto una puntata e si è presentato con i baffoni
Matteo: Adesso sto guardando Westworld. È una gran bella idea.  

Vi scappa mai di andare in bagno mentre siete sul palco?
Giovanni: Fisso. Sempre. È una costante.

[Veniamo interrotti dal loro tour manager, Alessandro: è un omone dalla barba minacciosa. La sua espressione è chiara: sto succhiando tempo libero ai ragazzi. Ci ricorda che i ragazzi devono mangiare e loro, disponibilissimi, ci chiedono di accompagnarli. Purtroppo perdo il filo del discorso sulla questione urinaria.]

L'altro giorno guardavo un documentario,  The Devil and Daniel Johnston. Johnston aveva questa cosa che un giorno poteva sembrare il nuovo Bob Dylan, il giorno dopo un totale fallimento. Questa antipatia, questa discrepanza, seppur per motivi diversi mi ha fatto pensare a voi. Credo che sia questa idiosincrasia—perdonatemi la parola da stronzo—che mette da una parte la voce ispirata ai Negazione, ai Kina, quasi fastidiosa e una chitarra invece più melodica. Continuerete così?
Ilaria: Non è una scelta.
Paolo: Giovanni adesso ci sta tirando fuori dei pezzi nuovi..
Ilaria: Sì, ci hanno definito un misto tra Le Luci della Centrale Elettrica e i Negazione.

Le Luci?
Ilaria: Questa confusione è un miscuglio causato dalle nostre influenze musicali diverse. Boh, poi non è un quesito quello che ci stiamo ponendo, quello della nostra musica, se piace bene, altrimenti 'sti cazzi.
Matteo: Michele ci ha resi leggermente differenti su album rispetto a come suoniamo dal vivo. Sull'album forse siamo... più ascoltabili. Dal vivo invece tendiamo ad essere più rumorosi.

Vi piace essere famosi? Giovanni, tu hai fatto anche il protagonista di un video
Giovanni: Mi fa strano essere riconosciuto. Davvero, è una strana sensazione. Sto diventando un po' come Tommaso Paradiso. No, scherzi a parte, io non penso ci sia tutto questo seguito sulla band.

A livello mediatico è così. Siete su Rolling Stone, XL, Rockol...
Giovanni: [Scherzosamente, nda] Ma questo è perché la qualità della critica musicale ormai è uno schifo. Se io fossi il direttore di una rivista non andrei mai a far intervistare i Gomma. 

Siete mai stati dipendenti da qualcosa? Ecco, sarebbe figo mi diceste di sì, ma vi capisco, io sofferto solo la dipendenza con World of Warcraft.
Matteo: Anche io. Fino all'uscita di Cataclysm
Ilaria: Io invece dei manga. Il mio preferito è Billy Bat di Naoki Urasawa. 
Giovanni: Io i manga non li leggo molto. Una volta ero un fanatico di Dylan Dog, ma dal 2012 in poi non ne vale la pena. 

E Bologna? Bologna vi piace?
Ilaria: Io dopo la scuola vorrei salire a studiare qui. Anche se ho avuto solo brutte esperienze a Bologna! Quest'estate ero salita per passare una settimana con le mie amiche, avevo il portafoglio pieno, avevo appena prelevato. Tra l'altro erano i soldi che dovevo dare per le nostre registrazioni. Il tempo di salire e scendere dal pullman che mi ritrovo con la borsa aperta e senza portafoglio. Ho passato due giorni in Questura, in pratica. E la cosa divertente è che nella borsa avevo i DVD della prima stagione di Centovetrine e un Almanacco Sportivo 1950-2000 [Ovviamente non erano questi gli oggetti contenuti nella borsetta, ma avevo promesso ad Ilaria che avrei, insomma, reso più democristiana la scenetta, nda], e quando mi hanno chiesto di vederla, per fare un check... è stato imbarazzante.

Ho rivisto al Covo i Gomma durante la serata. Ilaria stava appoggiata al muro del locale con la stessa posa di certe ragazze dei film di John Hughes, totalmente disinteressata alla band di ragazzini che suonava come se stessero facendo cosplay di un gruppo inglese a caso. Alla fine del concerto, prima del loro turno, ci si avvicinano i fratelli Tedesco, leggermente tesi. "Mi raccomando, fateci un applauso almeno voi", dice Paolo. I Gomma sono quel gruppo di amici con i quali avresti voluto passare l'adolescenza ascoltando i Fugazi e giocando alla Playstation—che è un po' il segreto del loro successo e del loro involontario romanticismo. Oltre al fatto di suonare qualcosa di spontaneo e vivo e forte. 

Poi sono anche saliti sul palco. E si sono presi gli applausi di tutto il pubblico.

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