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Un pomeriggio in chiesa con William Basinski

DiElia Alovisifoto diVincenzo Ligresti

Abbiamo parlato con il maestro dell'ambient prima del suo concerto alla Chiesa di Santa Maria Annunciata di Milano, e lui ci ha parlato di quella volta che ha suonato prima di David Bowie.

William Basinski si aggira per la chiesa mentre il sole è ancora in cielo e tra i banchi siedono dei fedeli, assorti nei loro pensieri. Ha appena posizionato davanti all'altare i suoi mangianastri, li ha collegati a un mixer e ha cominciato a diffondere nell'aria i suoi loop. I ragazzi dell'organizzazione spostano banchi e sedie, sotto l'occhio vigile di un sagrestano probabilmente non abituato a ospitare concerti nella propria chiesa. Assieme al suo manager, Basinski cammina lentamente per la navata, sceglie un posto, si siede e resta lì ad ascoltare. La scena si ripete decine di volte per un'ora e mezza buona, di drone in drone, di composizione in composizione. Si sentono le note di Cascade, la sua penultima opera, ma anche altri suoni che non riesco a ricollegare alla sua discografia. Verso la fine del soundcheck mi avvicino all'altare. Lo sento pronunciare le parole "I want it to float in the room," e mi chiedo come il suo udito possa percepire i sottilissimi cambiamenti che le mie orecchie non allenate non riescono a sentire—la mia miopia auditiva contro i suoi dieci decimi.

La sera, sotto ai colori dell'installazione di Dan Flavin che illumina la chiesa, mi chiedo se chi mi circonda stia percependo l'esibizione in modo diverso dal mio. C'è chi tiene gli occhi chiusi e appoggia la fronte sulle proprie mani, chi cerca la silhouette di Basinski tra le teste che ha davanti, chi si guarda attorno, chi fa fotografie e chi scrolla la home di Facebook. Dalle casse, piccole e sparse per tutta la chiesa, esce un timido drone inedito, che si evolve lentamente nel loop brulicante di Cascade. Indipendentemente da come i presenti abbiano percepito l'esibizione, non credo ci sia bisogno di lanciarsi in tirate su concetti come "presenzialismo" e "comprensione." Penso che ascoltare ambient non significhi necessariamente dover elevare l'ascolto a un'esperienza mistica e sacrale, quanto lasciarsi circondare da un suono e vedere che effetto ha su di noi—in altre parole: non è un problema se qualcuno si addormenta, altri restano estasiati e altri ancora indifferenti, perché non c'è una "verità" insita nella musica di William Basinski. C'è solo la condivisione di un'esperienza, di un suono che, appunto, "fluttua nella stanza" e ci avvolge sfidandoci, annoiandoci, cullandoci.

william basinski church milano 2017

Dopo il soundcheck passo per la sagrestia e mi siedo assieme a Basinski nel cortiletto dietro alla chiesa per chiacchierare. Lui è teso—"I'm stressed out," dice—e gli chiedo se questo tour gli si stia rivelando pesante: "Mi pesa sempre, perché è tutto davvero importante per me. Devo ascoltare attentamente ogni spazio, e se succedono imprevisti mi capita di alterarmi," mi dice. Il che ha senso—se il minimalismo si esplicita nella ricerca e selezione di pochi dettagli, ci si può aspettare un approccio perfezionista dall'autore del gesto artistico in questione. Non solo nella composizione in sé, ovviamente, ma anche in tutto ciò che la circonda: e quindi, restando a livello sonoro, il luogo in cui viene suonata, il rumore di fondo, il volume, l'impianto.

"Per stasera ho preparato una composizione speciale," continua Basinski. "Per l'Italia, per questa chiesa, per i tempi in cui viviamo. È una trinità. Il primo pezzo si intitola "The Lovers" e parla dell'amore del creatore mistico, di amore puro, dell'arte della creazione. Dell'amore e della comprensione della Madonna, dell'amore del Signore e della loro capacità di comprensione nei nostri confronti—"Hey, qualcuno ci è arrivato! CIAO!'", scherza. "E poi questa relazione cosmica si evolve in Cascade, che rappresenta l'incarnazione e l'eternità del Cristo in grembo. Infine, alla fine, c'è la nascita—un drone che anticipa la crocifissione, lo Spirito Santo si palesa in tutta la sua malinconia nella voce di una cantante folk balcanica. Sarà intenso! Sono felicissimo."

william basinski church milano 2017

Basinski sceglie quindi non di proporre le sue ultime due fatiche, A Shadow in Time e For David Robert Jones, pubblicate congiunte dalla sua 2062 Records a gennaio. È stata principalmente la seconda a catturare l'attenzione del pubblico negli ultimi mesi, data l'esplicita dedica a David Bowie presente nel titolo. Come ha raccontato a FACT, Basinski opera per associazioni mentali: scorrendo nel suo archivio di loop, collega i suoni che ha collezionato negli anni a esperienze. E il sassofono che entra nel brano attorno ai sei minuti gli ha ricordato "Subterraneans," una b-side di Low.

Il rapporto tra Basinski, Bowie e il sassofono va però più nel profondo rispetto a una generica fandom nei confronti del Duca Bianco e alla pratica strumentale. Per un breve periodo della sua vita, Basinski ha infatti suonato il sax in un gruppo a metà tra rockabilly e glam, i Rockats, finendo ad aprire un concerto di Bowie in uno stadio a Pittsburgh, Pennsylvania. Gli chiedo di raccontarmi di quel giorno, e lui comincia da molto lontano: da quando rispondeva al centralino di una marca di jeans italiani a New York, nello specifico. "Il brand si chiamava Cicciobello, ricordo. Certo, non era Fiorucci—non mi rendevo conto che avrei potuto propormi per lavorare posti fighi. Tipo Fiorucci, appunto, o Calvin Klein, o il Danceteria. Non ci ho mai pensato, sono così stupido! Ad ogni modo, ero lì e ricevetti una chiamata da Jamie."

"Jamie" è James Elaine, compagno di vita di William. La chiamata era per avvisarlo che era stato cercato da Smutty Smiff, bassista dei Rockats. Lui lo richiamò, e venne così a sapere che la band era stata ingaggiata per aprire il concerto di Bowie in uno stadio di Hershey, in Pennsylvania, davanti a 30.000 persone. Lo avrebbero pagato cento dollari: lui accettò immediatamente. "Era il tour di Let's Dance, il Serious Moonlight Tour," ricorda Basinski. "Roba grossa, Bowie stava finalmente cominciando a fare soldi seri ed era in piena salute." Era da qualche mese che stava suonando il sassofono con i Rockats: "Avevamo fatto un po' di concerti: al Peppermint Lounge, al Ritz." Ma se Basinski si era ritrovato a fare assoli di sax sui palchi della città fu solo grazie al caso e a un incontro fortunato negli uffici di MTV.

william basinski church milano 2017

"Agli inizi, MTV era nello stesso palazzo della RCA," ricorda Basinski. "Chiamavano i gruppi agli studios per registrare delle esibizioni, facevano cinque band al giorno. Ti portavi i tuoi vestiti e il tuo trucco e ti mettevano in una stanza con un coreografo. Quando veniva il tuo turno, entravi nel teatro di posa e via. Io stavo suonando il sassofono e la tastiera per questo tizio inglese che voleva fare la popstar, si chiamava Rodway e aveva una scenografia con un'astronave e delle ballerine giapponesi... ugh. Era abbastanza terribile!" In fila, appena dopo Basinski, c'erano proprio i Rockats. Basinski racconta: "Li avevo visti verso la fine degli anni Settanta a Los Angeles, vivevo a San Francisco e andavo spesso in città a suonare con i Black Randy and the Metrosquad, un gruppo punk, per cui avevo registrato un paio di tracce di sax. Tra l'altro avevano un disco che si chiamava Pass the Dust, I Think I'm Bowie! E andai con loro a vedere i Rockats, che ai tempi si chiamavano Levi and the Rockats, e mi piacquero un sacco. Adoravo la scena rockabilly, con le ragazze tutte acconciate e vestite anni Cinquanta... anche noi eravamo tutti imbellettati, e avevamo conosciuto un sacco di gente. Ma insomma, ero un sassofonista, non potevo non apprezzare il rockabilly e l'R&B."

Tornando agli studi di MTV, Basinski ricorda che fu Smutty Smith ad affascinarlo in un primo momento: "Era una delle creature più belle che avessi mai visto, super androgino, mingherlino, favoloso. Aveva il braccio completamente tatuato, e non mi era ancora capitato di incontrare qualcuno che avesse tutta la manica. Suonava questo contrabbasso rosa e lo faceva girare, ci ballava attorno... era fantastico. Faceva anche il barbiere, e anch'io a quei tempi avevo un look rockabilly. Lui mi aiutò col mio ciuffo, e io gli chiedetti di unirmi al gruppo, dato che non avevano un sassofonista."

william basinski church milano 2017

La band lo avrebbe chiamato qualche mese dopo: i Rockats stavano uscendo con un nuovo album, la RCA gli aveva organizzato dei concerti in giro per la città, Creem li stava seguendo, erano pieni di groupie: "Il macchinario della promozione era partito, e loro scopavano e si facevano un sacco" dice Basinski, specificando che i Rockats si sarebbero visti rescindere il contratto dall'etichetta poco dopo il concerto con Bowie proprio a causa dei loro ecccessi. "Mettiamoci il fatto che non avevano singoli ma suonavano degli standard, e che nel giro di poco arrivarono gli Stray Cats, e i Rockats erano finiti."

Basinski racconta di quel concerto prima di Bowie con un sorriso: "Fortunatamente c'era una rete metallica a proteggere il palco, ci tirarono qualsiasi cosa! Anche se durante il mio assolo smisero, e ci fu anche qualche timido grido di approvazione." Dopo l'esibizione, Basinski si mise a parlare con il manager di Bowie: aveva una cassetta con su la sua prima composizione, Shortwavemusic, e gli chiese se poteva consegnarglielo, sicuro che "lo avrebbe capito." Il manager accettò—"I'm sure he will," Basinski ricorda di essersi sentito dire—e gli presentò Bowie, che lo salutò brevemente prima del concerto offrendogli di guardare il concerto da lato palco. Poi, più nulla: solo un ritorno verso New York in furgone, e una lunga camminata per tornare a casa—"I Rockats vivevano nel Lower East Side, appena prima del ponte di Williamsburg, mentre io vivevo a Brooklyn, appena dall'altra parte del ponte. Neanche mi portarono a casa da quanto volevano farsi."

william basinski church milano 2017

Basinski non sa se Bowie ascoltò davvero Shortwavemusic, né ha modo di poterlo mai sapere. Quello che resta è il suo omaggio, un pezzo tetro e pensoso, teso e vibrante. Ma nel suo futuro prossimo c'è qualcosa di inaspettato: "Ho sempre esplorato il lutto tramite la mia musica, mentre ora ho un nuovo side project—un progetto ballabile, gioioso—che potrebbe uscire a Bandcamp a giugno, in tempo per l'estate" dice. "Si chiama Sparkle Division, e l'album si intitola To Feel Embraced. È qualcosa di leggero, jazzato, sexy. Abbiamo Henry Grimes che suona il basso su un pezzo, il mio ingegnere del suono Preston che ha composto dei beat footwork assurdi."

Certo, è strano immaginare Basinski fare musica che descrivibile con l'aggettivo "estivo"—ma lo è solo se partiamo dall'enorme eredità lasciata dal suo lavoro solista nell'immaginario collettivo, a partire dalla desolazione degli ormai celeberrimi Disintegration Loops. Quando gli avevo chiesto di parlarne, la volta scorsa che ci eravamo incontrati, Basinski me ne aveva parlato in questi termini: "Sono solo onorato di aver potuto offrire una sorta di sollievo, al momento giusto, a chi ha sofferto un dolore così grande. Non mi aspettavo diventasse la colonna sonora della fine della civiltà." Portare dal vivo le sue composizioni è un gesto rituale, a cui non si sottrae—ma le sue meditazioni sonore, i suoi loop doloranti e fatiscenti, non nascono per sfogare un dolore all'interno del loro autore. Sono associazioni, ritrovamenti, suggestioni composte da una persona che si è trovata al centro di scene, stili, comunità, filosofie che hanno formato quella che oggi chiamiamo arte contemporanea. E ne incarna, oggi come sempre, una sintesi perfetta.

William Basinski suonerà il prossimo sabato 3 giugno all'Heart of Noise Festival di Innsbruck, dove suonerà la sua ultima composizione A Shadow in Time.

Il concerto di Milano è stato organizzato da Basemental e Threes.

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