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Recensione: american pleasure club – i blew on a dandelion and the whole world disappeared

Sam Ray ha scritto un ottimo album di lo-fi folk storto che sembra scritto e registrato col cellulare, di notte, in una stanza disordinata, tutto in minuscolo.

Elia Alovisi

Elia Alovisi

Più o meno a partire dal 2010 si è cominciato, negli Stati Uniti, a parlare di una nuova scena mezza lo-fi mezza musica da cameretta i cui interpreti principali hanno girato in buona parte attorno a Orchid Tapes, un mini collettivo-barra-etichetta che pubblicò nel 2014 questa compilation che bene o male ha incapsulato quel modo di fare musica in quel determinato periodo. Si chiamava Boring Ecstasy: The Bedroom Pop of Orchid Tapes e aveva dentro tracce di Alex G, degli Elvis Depressedly, di Foxes in Fiction, di R.L. Kelly—mancavano Car Seat Headrest, Fog Lake, i Pill Friends e pochi altri per avere un riassuntone dei nomi che in quei giorni sembravano tutti poter diventare piccole star.

Su quella compilation c'erano anche due tracce di due progetti di tale Sam Ray, la prima un cut-up elettronico sfarfallante a nome Ricky Eat Acid e la seconda un pezzo lo-fi piacione da manuale a nome Julia Brown. Ecco, tra tutti i musicisti che sono stati inseriti in quella mini-scena oggi già svanita, Ray sembrava essere quello con le idee meno chiare. La fortuna era che tutte quelle che gli passavano in testa, benché prendessero nomi diversi (i due sopracitati, Heroin Party, Mad Dads, Starry Cat), erano tutte riconducibili a una voce autoriale definita. Il mondo di Sam si esprimeva per drum machine, chitarre che suonavano composizioni irriconoscibili, acustiche filtrate, voci sbiascicate, field recordings e glitch elettronici. Era un mischione di folkettino alla Saddle Creek in versione ancor più nichilista e mal registrata, punk da eroinomane e sound design tutto pasticcione e sognatore. Tra tutti i suoi progetti, quello che incarnava tutte queste anime erano i Teen Suicide, e questo è il primo album dei nuovi Teen Suicide, che hanno deciso che il loro nome non era più ok e ora si chiamano, in minuscolo, american pleasure club.

È la prima volta che Ray dedica un album dei Teen Suicide—come di fatto questo è—alla sua modalità nastro-e-flanella. Già dalle prime note di "loneliness" si capisce che siamo di fronte a un album che suona pastorale e luccicante, una versione meno lacerante del folk acustico di scuola Phil Elverum. Parla di relazioni, Ray, in questo album, ma lo fa per istantanee. Le sue parole sembrano note scritte sul cellulare di notte in stanze disordinate, abbandonate al mattino dopo un sonno precario per andare a lavorare in un fast food. "loneliness", per quanto evochi prati verdi e brezze pacifiche, "can make you go crazy"—una proposizione che si esplicita in due immagini, una per strofa. Una è quella di un ragazzo barricato in casa circondato dalla polizia che minaccia di sparare, una è quella di un altro tizio con le mani nel viso seduto sul treno con cui condividere il ricordo di un dolore. Due suggerimenti di testo, buttati lì assieme, un po' a cazzo. Come le chitarre, come le registrazioni, come i sentimenti alla base della musica di Ray. Come queste canzoni, che trovano nella loro scalcagnataggine una purezza evocativa che fa ben sperare per questo nuovo corso dei Teen Suicide—che poi, diciamocelo, in fondo era un nome molto ok.

i blew on a dandelion and the whole world disappeared è uscito il 24 dicembre.

Ascolta i blew on a dandelion and the whole world disappeared su Bandcamp e scaricalo gratuitamente:

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