Foto: Guido Borso / Terraforma

La musica universale secondo Burnt Friedman

Abbiamo intervistato il fondatore di Nonplace dopo il suo live all'anteprima di Terraforma per parlare di musica post-coloniale, leggi del cosmo e Jaki Liebezeit.

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mag 31 2017, 2:47pm

Foto: Guido Borso / Terraforma

Burnt Friedman—il suo vero nome è Bernd—ha una carriera alle spalle di quasi quarant'anni, che vede come protagonisti un numero spropositato di progetti e alias, quali Some More Crime, Drome, Flanger, Nu Dub Players, Nine Horses etc. Senza contare la sua Nonplace, label il cui nome è una presa di posizione, volutamente svincolata da alcuna posizione geografica specifica. Tedesco di nascita, e residente a Berlino da 8 anni, continua, tra le tante cose, a esplorare le contraddizioni di fondo nella percezione occidentale di ritmo e musicalità.

I ragazzi di Terraforma, il festival milanese che quest'anno, alla sua quarta edizione, porterà a Villa Arconati-FAR Gas, Suzanne Ciani, Ron Morelli, NMO, Aurora Halal e molti altri, lo scorso aprile lo hanno fatto approdare a Milano e Roma, per due date con lo storico impianto Killasan. Da queste due date l'organizzazione del festival ha tirato fuori un video che potete vedere qua sotto:

Noi abbiamo approfittato del suo giro italiano per fargli un po' di domande sul suo personale concetto di "world music", sull'arte come potenziale strumento decolonizzante, sulla sovrapposizione sempre più inevitabile tra musica e politica, e naturalmente su Jaki Liebezeit. Un po' in ritardo, ma ne è valsa la pena.

Noisey: La scelta di chiamare la tua etichetta Nonplace è una presa di posizione contro la visione della musica legata a un determinato luogo geografico. Puoi spiegare qual è, se c'è, il significato della controversa espressione "world music"? Come la interpreti?
Burnt Friedman: Infiniti esempi di musica registrata in ogni angolo del mondo appaiono sotto una nazionalità, evidentemente, per consuetudine, sulle copertine dei dischi: semplicemente il nome della nazione—per esempio "India" o "Bali"—basta ad asservirle alla nozione di ("World-") musica. La musica è globale, suonata in tutto il mondo, eppure non esiste la musica globale. Opposta agli inevitabili imprinting culturali di ogni individuo, la musica è governata dalle regole universali di base dell'armonia, degli intervalli e delle proporzioni, che operano interamente seguendo le leggi della fisica, applicabili in tutto il cosmo, da che si deduce che queste leggi sono universali. Nel corso della modernità occidentale, la musica è stata sottoposta o, meglio, presa ostaggio da una libertà normativa e sempre più autoespressiva e da un individualismo che si spaccia per progresso, o forse è più corretto dire che l'industria e l'accademia che stanno alle sue spalle ne sono ostaggio. Adam Curtis, per esempio, ha sviluppato il discorso sul potere dell'ammassare autorealizzazione dagli anni Sessanta agli anni Novanta in HyperNormalisation, un documentario pubblicato sull'iPlayer della BBC nel 2016, e, su una scala maggiore, nel precedente documentario Century of the Self.

Questo, emerso nel pop mainstream ma anche nelle sottoculture critiche sotto la bandiera di un rinnovamento costante, che deve rompere un record a ogni passo, è cresciuto fino a infettare tutto il mondo, a parte le poche foreste non colonizzate, come hanno fatto i marchi multinazionali con i loro prodotti, tra cui la Coka-Cola è l'esempio più famoso. Ecco la nostra vera "World"-music. La "musica del mondo" al contrario è considerata un artefatto, visezionata in un momento specifico durante il corso naturale della trasmutazione e preservata come una specie di ready made. Non si trovano africani che siano interessati a studiare il fenomeno chiamato "poliritmo". La produzione di conoscenza ha un ruolo importante nella ricerca della "World"-music. Di nuovo, le registrazioni e le loro copertine mi fanno pensare in questo modo, perché non abbiamo molti altri esempi di come sotto lo sguardo normativo, scientifico, musico-etnologico in combinazione con le regole del mercato dell'intrattenimento la musica del mondo venga presentata al pubblico, definendo il sentire comune.

È impossibile usare il termine "World"-music per descrivere che cosa è davvero. Soltanto un sistema di credenze specifico, potente o, oserei dire, violentemente egemonico può comunicare un concetto di "World"-music in tutto il mondo. "World"-music, anzi, identifica correttamente la musica popolare e classica europea! E non la musica del mondo (come se esistesse). Da questo angolo posso capire la scelta di Peter Gabriel di chiamare la propria etichetta Real World. Lo prendo come un modo per indicare la sua idea di musica globale. Tuttavia, la terminologia di un punto di vista accademico/popolare e topo-filo, in opposizione a nozioni topo-fobe, perlopiù provenienti dai musicisti stessi, può venire cancellato capendo la musica per quello che è, informazioni che viaggiano in principio, sempre in movimento, di conseguenza la musica di per sé ignora i confini nazionali o altrimenti creati dall'uomo. Chi ha i mezzi e la conoscenza per attivare la musica cercherà naturalmente di imparare, anticipare e appropriare istantaneamente nuove informazioni nel processo che gira attorno la creazione della musica. Oggi più che mai, grazie all'impatto dei servizi informativi digitali o delle radio visuali on-demand come YouTube. Per trovare il senso, dobbiamo fare riferimento alle persone, ai musicisti o agli ensemble quando parliamo di musica e deliberatamente evitare le astrazioni normative ormai incrostate... o raggiungere una conoscenza del linguaggio formativo che viene utilizzato, in modo che possiamo considerare la base fisica di quello che effettivamente stiamo ascoltando. Invece molte persone parlano soltanto della loro risposta alla musica, perlopiù delle proprie emozioni—ma non toccano assolutamente il fenomeno musicale in sé.

Parti della tua opera sono strettamente connesse con il potere dei testi e più in generale con il background socio-culturale del linguaggio. Sono rimasta impressionata dalla tua visione del linguaggio come barriera. Non pensi, invece, che il linguaggio stesso sia in costante evoluzione e sempre in via di definizione, proprio come le identità culturali che abbraccia?
Non sono sicuro di aver capito bene la domanda, comunque il problema con la musica basata sulle parole è che normalmente appare datata. C'è un conflitto intrinseco tra la semantica e la musica, o per meglio dire tra la cultura e l'universalismo. La musica non ha significato e, pur sapendo che la musica viene usata per ogni sorta di scopo, dichiaro che la musica è totalmente inutile, di conseguenza ha il potere definitivo di indurre alla trance, alla guarigione, ecc. La musica ha il potenziale di far entrare cose diverse dentro un essere umano ed è esattamente per questo che è bersaglio di violenza. Le classifiche e le top 10, il palato palpabile non accetta strumentali. Il tempo di una strumentale in classifica è passato. Invece ci troviamo davanti emozioni, che colonizzano ogni singola nota, dalla cultura alta a quella bassa. Non voglio discutere di testi codificati o coscienti. Voglio solo mettere in chiaro che sono i testi a rendere vecchia la musica. Come artista, è il peggior effetto che la tua musica può avere sul pubblico. Quando Joseph Beuys ha pubblicato un 7" intitolato "Lieber Sonne statt Reagan" ("Meglio il Sole che Regan"—intendendo che Reagan era la "pioggia") nei primi anni Ottanta, mi sono reso conto che per ovvie ragioni la sua carriera musicale era fallita prima di cominciare.


Hai parlato spesso di uno sguardo non-occidentale e post-coloniale applicato alla tua musica. Nel 2017 siamo tutti d'accordo che stia diventando fondamentale in quasi ogni aspetto dell'arte. Come si è sviluppato nel corso degli anni, nella tua esperienza? Consideri la tua arte una forma attiva di decolonizzazione?
No. Non cerco di incoraggiare il post-coloniale o la decolonizzazione con la mia musica, anche se può far venire in mente queste nozioni. Niente sta dietro di me, non c'è accademia, e non ho vissuto con genitori appassionati di musica. Non so cosa significhi "decolonizzazione" e va bene così. Daniel Barenboim, in un'intervista rilasciata a una radio nel 2015, ha dichiarato: in musica non abbiamo un "tavolo", intendendo che non abbiamo nulla che si possa facilmente associare con qualcosa su cui tutti possono concordare come un tavolo. Al contrario, siamo esposti a un presente totalmente astratto, con almeno due diverse proprietà, un contenuto mentale e fisico.

Ci sono mezzi verbali per rettificare un discorso musicale: riferendosi alle proprietà fisiche della musica di cui ce ne sono in abbondanza, oppure si può parlare principalmente delle nostre emozioni e questioni di gusto. Queste caratteristiche fisiche (proporzione, ritmo, scala, frequenza, volume, ecc.) sono comuni in tutte le tradizioni (per mancanza di un termine più appropriato) musicali locali in tutto il mondo. È legittimo parlare di proprietà universali, anche se i musicisti o i piccoli gruppi potrebbero non essere a conoscenza di stare applicando pattern di movimento uguali a qualcuno dall'altra parte del mondo. L'universale si ritrova nel locale, penso che sia una frase corretta, non ricordo dove l'ho sentita, mi spiace. Sfortunatamente questi praticanti tramandano le proprie tecniche nel corso dei secoli soltanto tramite la pratica. Gli occidentali europei superiori preservano e trascrivono le loro tecniche su spartiti, creano scuole, raccolgono dati. Questo tipo di conoscenza materiale non sarà abbandonata con leggerezza. Temo che sia più probabile che la pratica sarà abbandonata e la colonizzazione della mente musicale comune continui indisturbata.

Che cosa ti rimane del tuo intenso e unico percorso artistico con Jaki Liebezeit ora che lui non è più tra noi?
Jaki Liebezeit è uno dei pochi maestri che si è reso conto che la maestria ha a che fare con facoltà di pensiero e pratica che non sono ancora definite e quindi messe a fuoco. Mentre a uno studente, a un apprendista, a uno sportivo professionista o a un assistente si chiede di mostrare i propri risultati, Jaki non mostrava nulla, suonava lo stretto necessario. È l'idea di non recitare che è la forma più sofistica di recitazione, o di esecuzione musicale in questo caso. Per darti un esempio valido di quanto questa idea fosse già elaborata negli anni Settanta quando registrava con i Can, di solito cito l'album Soundtracks, che contiene la canzone "She Brings the Rain". Una traccia meravigliosa in cui solo Michael Karoli, Holger Czukay e Malcolm Mooney sono coinvolti attivamente, suonando la chitarra o cantando. Irmin Schmidt e Jaki Liebezeit non si possono sentire in tutta questa canzone, eppure naturalmente erano presenti durante il processo di registrazione e sono accreditati di conseguenza sul disco. Hanno deciso di non suonare, che è senza dubbio una decisione musicale, sbaglio? Il concetto di ritmo di Jaki ha influenzato tutte le mie produzioni da circa il 2004 fino a oggi e continua a farlo. In questo modo il suo spirito continuerà a essere presente nella musica di Nonplace.

Ho letto che consideri la musica una cosa che per definizione trascende il mondo strettamente fisico, ed è più legata a leggi cosmiche e conoscenze antiche. Questo in un certo senso contraddice la tua visione della ricerca musicale come processo post-coloniale, in cui l'obiettivo è liberarsi della percezione occidentale ed etnocentrica del ritmo e del suono. Musica e politica, anche se a volte non sembra, sono spesso sovrapposte, ed è fondamentale che accettiamo questa confluenza. Che cosa ne pensi?
Grazie per la domanda. Musica e politica—diciamo ideologia invece di politica—si sovrappongono di certo, ma in che senso? Siamo tutti esseri culturali fin dalla nascita. Ci portiamo sempre dietro un imprinting culturale conscio e inconscio in ogni stadio della nostra vita; inoltre, evitare l'impostazione ideologica, come è successo nei primi anni Novanta con l'arrivo della techno e della club music, particolarmente evidente nei dischi con i centrini bianchi, evitare ogni cosa fosse rappresentativa a parte la musica, è stato un gesto chiaramente politico, ma non ideologico!

D'altro canto, la celebrazione e l'esposizione della politica, ad esempio con il contenuto ideologico conscio o inconscio nei testi e nella musica prestabilisce e data i generi musicali. C'è una via d'uscita, visto che la politica appartiene alla cultura, come la religione, ma la musica invece no? La musica, come forza fisica dipendente dalle funzioni matematiche e aritmetiche appartiene alla scienza e all'arte. Nella famosa costituzione tedesca la scienza e l'arte sono dichiarate autonome e libere. Nel corso della storia, questo è stato tristemente molto danneggiato, quelle che una volta erano facoltà indipendenti ora sono impregnate di corruzione e dominate da dubbie leggi di mercato. Questa pretesa indipendenza è in pericolo oggi e perché la musica recuperi il suo potere, non posso che raccomandare di non riferirsi mai a connotazioni culturali o ideologiche. Il potere potenziale è ben più grande della mente umana.

Ci sono degli artisti a cui ti senti particolarmente vicino oggi? Quali sono le tue ispirazioni contemporanee?
Sì, i miei amici e partner musicali, tra gli altri: Mohammad Reza Mortazavi, Hayden Chisholm, Mark Ernestus, Atom™ e i Master Musicians of Joujouka.

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