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Mike Watt e il suo oceano

Giacomo Stefanini

Giacomo Stefanini

Il bassista dei Minutemen e degli Stooges ha fatto una band mezza italiana. Si chiama Il Sogno Del Marinaio: ce la siamo fatta raccontare.

"È il 5 ottobre 2017 e ci troviamo a Milano, seconda data di 11 della parte italiana del Nuovo Spirito Tour per Il Sogno Del Marinaio", recita la voce morbida e posata di Mike Watt all'inizio della mia registrazione. Ci troviamo nel salottino del Biko, circolo ARCI milanese, prima del concerto di Il Sogno del Marinaio, progetto a tre teste con Stefano Pilia alla chitarra, Watt al basso e Paolo Mongardi (Zeus!, Fuzz Orchestra, Fulkanelli) alla batteria, che in questo tour sostituisce il batterista fondatore Andrea Belfi, impegnato con il suo progetto solista.

Ecco le date rimanenti del Nuovo Spirito Tour:
10 ottobre @ Fabrik club - Cagliari
11 ottobre @ Bolazzi - Palermo
12 ottobre @ Teatro Coppola / Teatro dei cittadini - Catania
13 ottobre @ Astro Club - Fontanafredda (PN)
14 ottobre @ Ai biliardi - Venezia

"Io non lo avevo mai conosciuto, Paolo, ci siamo visti quando sono arrivato a Bologna prima del tour. Siamo stati a casa di Stefano, in campagna, vicino al carcere (fa paura, si vedono le torrette da lontano, mi sa che è per questo che l'affitto costa poco). Ste ha preparato da mangiare quasi tutti i giorni, fa delle cose molto semplici ma buonissime—è perché a voi italiani le mamme non vi cacciano fuori dalla cucina! A proposito, sai che mia madre è italiana? Viene da una paesino vicino a Trento. L'anno scorso sono stato a suonare a Trieste, mi hanno fatto un pollo alla cacciatora che era uguale uguale a quello che faceva la mia mamma!"

La mia preoccupazione nell'approcciare un'intervista con Mike Watt era di non fargli ripetere sempre le stesse cose. Con la fama che ha (quella di uomo più gioviale e chiacchierone della scena punk californiana—ricordiamo Henry Rollins in Get In The Van che si lamenta: "Watt non sta mai zitto"), Mike ha raccontato la sua storia centinaia di volte. A parte le innumerevoli interviste, le partecipazioni a libri e documentari sulla nascita e lo sviluppo di quella che sarà riconosciuta come "musica indie" o "alt-rock", c'è il documentario We Jam Econo, sulla storia della sua band più leggendaria, i Minutemen. È un film che avrò guardato almeno tre o quattro volte, e alcune scene le conosco a memoria. I Minutemen sono uno dei miei gruppi preferiti di sempre. Io e i miei amici passavamo le ore, nel periodo dell'università, a parlare dello stile folle di George Hurley e della politica dell'equalizzazione di D. Boon (parità totale fra gli strumenti a livello di volume; la chitarra occupa le frequenze alte e il basso quelle basse). Quindi, ecco, sono preoccupato di fare la figura del fanboy—ma è una preoccupazione inutile.

Watt, infatti, è un fiume in piena. Chiacchieriamo prima di iniziare l'intervista, mentre aspettiamo che i gruppi di apertura finiscano il soundcheck, e chiacchieriamo dopo aver spento il registratore. In una breve parabola mi dà tutta la storia della sua carriera musicale: "Tu sai che ho iniziato da bambino a suonare con D. Boon, era una collaborazione totale. Poi quando ho perso lui [e qui la sua voce si rompe come l'ho sentita rompersi mille volte, ma naturalmente mi emoziono lo stesso—N.d.A.] è arrivato Ed dall'Ohio e abbiamo fatto i fIREHOSE (Georgie era rimasto con me), 20 tour in sette anni e mezzo. Poi ho composto 'Piss-bottle Man', e Ed mi fa: 'Non mi sembra tanto adatta a noi'. Così ho pensato che in effetti nessuno mi impediva di creare diversi progetti per diverse musiche, e poi Georgie era un po' stanco di andare in tour. Così ho provato questo… beh, non si può chiamare progetto solista, Ball-Hog or Tugboat aveva 48 ospiti! [Ride] Però scrivevo tutte le canzoni io. E da lì ho iniziato a dirigere, e quello è l'altro modo di fare le cose. Poi i ragazzi dei Porno For Pyros si sono trovati nei guai e mi hanno chiesto una mano, e lì invece di dirigere mi sono fatto dirigere. Ed è stato così con loro, con J Mascis and the Fog e poi con gli Stooges, con cui ho suonato per 125 mesi. Lì ho solo fatto quello che mi veniva detto. E poi ho ricevuto una email da Stefano in cui mi chiedeva di partecipare a Il Sogno Del Marinaio, e con questo sono tornato alla collaborazione totale! Con gli altri progetti c'è sempre il mio nome del titolo, Mike Watt and the Missingmen, Mike Watt and the Secondmen… ma questo non è "Il Sogno Del Marinaio di Mike Watt", si vede che è una band. Non si impara niente a fare il capo, ad avere sempre ragione. O al contrario, se ti fai sempre dare istruzioni rischi che ti venga la sidebandite, perdi l'abitudine a esprimerti. È meglio collaborare, lasciare che tutti i membri della band scrivano canzoni. Poi con la tecnologia di oggi puoi scambiarti i file a oceani di distanza… io ho registrato dei dischi con gente che non ho nemmeno mai incontrato dal vivo!"

Se i nomi citati qua sopra non vi dicono molto, è perché non siete meganerd del punk o di quello strano ibrido che portò poi all'esplosione alternative di fine anni Ottanta/inizio Novanta. Ce la spiega Mike, senza che io debba fargli alcuna domanda: "Negli USA non avevamo le superstar del punk come in Inghilterra. Là i Jam o i Clash erano vere rockstar, da noi invece il movimento era una cosa totalmente sotterranea. I primi ad approdare in radio sono stati i R.E.M., che erano stati in giro con noi per l'ultimo tour dei Minutemen. Ma noi venivamo da una scuola tutta strana, eravamo influenzati da Captain Beefheart e da quelle cose strane che c'erano in Europa tipo Alternative TV, Pop Group, Wire… e poi c'era Wilko Johnson dei Dr. Feelgood, suonava in un modo tutto suo, lui è stato una grande influenza per D. Boon—lui aveva imparato a suonare la chitarra con John Fogerty e Pete Townshend, ma quando sentì quella roba (Wilko, Keith Levene, Gareth Sager dei Pop Group), trovò il suo vero stile. Che poi i Pop Group, noi non lo sapevamo, erano più giovani di noi! Erano ragazzini! Ma non li vedevamo mai dalle nostre parti, non ci arrivavano. Ricordo che vennero i Cabaret Voltaire, gli Young Marble Giants, i Fall… I Wire li vedemmo per la prima volta nell'87, quando già facevano dance music!"

Da lì, come in ogni buona conversazione che chiunque abbia con me, finiamo a parlare dei Wire, e salta fuori una novità che non sapevo. A marzo la band inglese ha portato il festival DRILL a Los Angeles, e Graham Lewis ha chiesto a Watt di mettere in piedi una band insieme per l'occasione. Così si sono trovati sul palco due Wire, Lewis e il nuovo chitarrista Matt Simms, Mike Watt al basso e Bob Lee, sessionman losangelino che ha suonato un po' con tutti, alla batteria. Il progetto si chiama FITTED, è frutto di un solo giorno di prove e sembrava dovesse concludersi lì, a quel concerto. Ma a quanto pare la registrazione del live è venuta talmente bene che uscirà un album! E questo è un annuncio che Watt mi fa esattamente con il tono con cui lo state leggendo: alza le sopracciglia stupito e si dà una pacca sulle gambe ridendo: "Vedi? Ecco un'altra cosa assurda che non avrei mai potuto fare senza D. Boon! Ma la nostra filosofia, quella di tutto il movimento, è sempre stata questa: fa' quello che vuoi, sentiti libero sempre, let your fucking freak flag fly".

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Il Sogno del Marinaio (foto dell'autore).

La risposta a ogni domanda, ogni proposta, per Mike è "perché no?". Sono commosso da tanta esplosiva voglia di fare. E il fatto è che le opportunità più importanti a volte prendono strade imprevedibili. Così è successo che a inizio anni Zero Watt si trovava in tour con J Mascis and the Fog, suonando in piccoli locali e riempiendo la scaletta di cover degli Stooges per raggiungere il minutaggio desiderato. La voce giunge a Ron Asheton, che si offre di unirsi alla band. A quel punto, il chitarrista fondatore degli Stooges e Iggy Pop non si rivolgono la parola da 28 anni. Ma quando il cantante viene a sapere che Ron è in giro a suonare cover della loro vecchia band, scatta la telefonata. E così si riformano gli Stooges. E al basso c'è Mike.

Ripenso a quando li ho visti dal vivo, prima con Ron alla chitarra e poi, dopo la sua morte, con James Williamson, e ripenso al basso di Watt adornato dalle foto prima di Dave Alexander, poi dello stesso Ron. Ripenso al suo menzionare D. Boon in ogni intervista, e a tutte le dimostrazioni di rispetto che offre a chiunque abbia attraversato il suo sentiero. C'è una spiritualità speciale in Mike Watt, come se dentro di lui, mentre suona, si liberassero tutti questi fantasmi, come se attraverso il suo basso stabilisse un collegamento elettrico con l'aldilà. "Deve essere così, altrimenti si tratta solo di note, di corde metalliche che vibrano. Io la sento questa roba. Non voglio dire di conoscere la risposta alla Grande Domanda, ma… è come stare in mare. Sai, io vado sul kayak, e ho imparato subito che non puoi dire all'oceano cosa deve fare. Mio padre era un marinaio, macchinista, e io invece sono il mio stesso motore. Mi sveglio prima dell'alba, quindi non c'è nessuno, ed entro in acqua: sono da solo, ma non sono da solo. Ci sono i pellicani, i leoni marini, i delfini, c'è il sole che sorge (perché San Pedro guarda a Est, non a Ovest!), e c'è l'oceano".

Eppure questa spiritualità non è emersa esplicitamente nei suoi dischi fino a Contemplating The Engine Room, nel 1997, quella che lui chiama "la mia prima opera". È nelle sue opere (alla prima seguono The Secondman's Middle Stand e Hyphenated-Man) che si trova infatti il Mike Watt più genuino, che gioca con il jazz, il funk e l'hardcore raggiungendo un livello di melting-pot di generi vicino alla schizofrenia—la stessa cosa che avviene, con approccio più vicino al post-rock, ne Il Sogno Del Marinaio. "Nella mia prima opera ho parlato di mio padre, della storia della sua vita in marina (lì ho preso qualcosina in prestito da Jim [sic] Joyce), ma anche di D. Boon e della mia riscoperta della bicicletta; nella seconda opera, dopo aver rischiato la vita per un'infezione, mi sono ispirato alla Divina Commedia: la malattia era l'Inferno, la guarigione il Purgatorio e il Paradiso era tornare a suonare il basso e andare in kayak; e poi la terza opera è Hyphenated-Man, che parla del mio rapporto con il punk rock—infatti lì sono tornato a scrivere le canzoni da un minuto come facevo una volta!"

Il 20 dicembre fratello Mike compie 60 anni, mi rivela, e io gli racconto dell'ultima volta che ho intervistato un musicista della sua età (era Ron House dei Thomas Jefferson Slave Apartments): mi sono sentito dire che compiuti 60 anni non avrebbe più voluto fare musica. "Starò a letto per almeno un anno, mia moglie dovrà girarmi per non farmi venire le piaghe!", mi disse. Mike ride: "No, no! Io voglio registrare cinque album prima di compierne 61! La gente si fa fare le lapidi, noi musicisti facciamo queste cose qua. Quando eravamo giovani era diverso, un disco serviva soltanto a far venire la gente al concerto, era una cosa temporanea. Ma per fortuna che li abbiamo registrati, invece, perché è l'unico modo che ho di risentire la voce di D. Boon!"

Cinque album! Uno sarà con i Secondmen, mi dice; poi arriverà Pelican Man, solo basso e il violino di Petra Haden, un concept album scritto dal poeta beat Charles Plymell; poi c'è un disco di poesie di Dylan Thomas da incidere insieme a "un ragazzo gallese che vuole venire a San Pedro da me per registrare assieme… non è pazzesco che uno dal Galles venga fino a San Pedro?"; e poi c'è il nuovo album de Il Sogno Del Marinaio, che forse sarà anche questo registrato in California, sarebbe la prima volta per il progetto con Pilia e Mongardi. E un'altra idea, che per ora vuole tenere segreta. Cinque album, un anno, sessanta di età.

"C'è un problema nell'essere vecchio [in italiano—N.d.A.]: pensi di aver già visto tutto. Invece bisogna tenere la mente aperta, perché non importa quando si arriva alle cose. Sono finalmente stato in tour in Cina, e là il punk è arrivato negli anni Duemila! Ma non importa, perché comunque è sempre gente che si sbatte e suona. Noi siamo arrivati prima, e allora? Prima di noi c'era Woody Guthrie, il dada, c'era John Coltrane e Walt Whitman. Lo sai che Walt Whitman si pubblicava i libri da solo? Il DIY ha 160 anni! Lui pensava che con dodici poesie sarebbe stato in grado di fermare la Guerra Civile. Pensava che la gente avrebbe letto le poesie e avrebbe detto: 'Hey, ha ragione, non vogliamo fare la guerra!' [Ride] E noi facciamo parte di questa stessa tradizione di poveri illusi".

Finiamo a parlare di storia e letteratura; lui mi racconta di quando si trovava in Normandia con gli Stooges proprio in coincidenza con il D-Day, così convinse Ron Asheton, grande appassionato di storia militare, ad abbandonare l'hotel per qualche ora e andare a visitare la spiaggia di Omaha. Poi cita Joyce ("La storia è un incubo dal quale sto cercando di svegliarmi"), al che io rispondo con Borges. Mi dice che tutti dovrebbero leggere Nieztsche una volta nella vita, e io confesso di non esserci mai riuscito: "Forse non sono abbastanza sveglio". Lui mi rassicura: "Magari non funzionava per te. Non si può sempre riconoscersi in tutto, ma bisogna provare. È questo che mi ha insegnato il Movimento: let your freak flag fly e, si dice dalle mie parti, lancia tutto contro il muro e guarda che cosa resta attaccato. Se resti lì a guardarlo, il muro, non saprai mai se è reale o no. Devi provare a spingerlo, e magari scoprirai che non c'era nessun muro! Bisogna mettersi alla prova, e non avere paura di farsi del male. Il rischio è importante. Come questo progetto, Il Sogno Del Marinaio: una collaborazione con persone che non conoscevo. Ma fa parte del viaggio. Una band è come una conversazione, ha i suoi momenti d'imbarazzo, o certe persone non vanno proprio d'accordo. Puoi fare da solo, come il mio amico Raymond [Pettibon], che dipinge questi cosi e poi li appende in pubblico e tutti li guardano, sai che paura? Ma anche questo è importante".

La registrazione si conclude mentre io provo il suo basso signature, il Wattplower della Reverend Guitars ("Ci abbiamo messo cinque o sei anni a farlo suonare esattamente come volevo! Come per i dischi, l'ho chiamato con il mio nome così sai subito a chi dare la colpa") e Mike mi racconta la storia della Gibson SG. Ricordo, spento il registratore, di aver parlato di Donald Trump e del rischio di attacco nucleare ("Paranoid Time in realtà era un riferimento al fatto che ogni tanto mi si bloccavano le ginocchia procurandomi delle fitte terribili, e non sapevo mai quando sarebbe successo, quindi eravamo sempre in paranoia! Ma, sì, c'entrava anche la bomba").

Finite le nostre chiacchiere, i quasi esordienti Arabia Saudade aprono le danze con un intenso concerto di punk strambo, un po' Minutemen e un po' Sun City Girls, bello energico e originale (alle mie spalle, Mike Watt fa foto e urla "Yeah!" ogni volta che una canzone finisce); poi i Jooklo Duo ci bombardano di free jazz frenetico; quando Il Sogno Del Marinaio sale sul palco, il pubblico è numeroso e vicino. La chitarra delicata di Pilia si scontra con le bordate jazzate di Watt, mentre Mongardi sfoggia tutto il suo campionario di cambi di tempo repentini e alternanze piano-forte ad associazione libera. La sensazione che viene dal palco è di assoluta libertà, pura gioia di suonare e dipingere paesaggi. A fine concerto fratello Watt è al banchetto, armato di pennarello, a firmare dischi e parlare con i fan come fossero vecchi amici. Quando ci lasciamo, scrive la sua email sopra i miei appunti: "Scrivimi, mi raccomando! Se passi per San Pedro ti porto a vedere il posto dove i Black Flag hanno fatto il secondo concerto!" Contaci, Mike.

mike watt intervista
Mike Watt e l'autore.

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