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Foto di Jacopo Farina, per gentile concessione di Macao.

Che cosa vuol dire che Macao è una "nuova istituzione"?

Giacomo Stefanini

Giacomo Stefanini

Questa sera lo spazio sociale autogestito presenterà un progetto di ristrutturazione che è una corsa spaziale con il Comune di Milano.

Foto di Jacopo Farina, per gentile concessione di Macao.

Se siete stati a Milano negli ultimi cinque anni è impossibile che non abbiate sentito parlare di Macao. Probabilmente ci avete passato anche una serata (o una nottata), tra sudatissime sessioni di ballo trascendentale e sovrannaturali performance di danza contemporanea, improvvisazione radicale, teatro sperimentale, cinema underground. In tutti questi anni, Macao ha avuto un importante ruolo interlocutorio tra chi negli spazi liberati ci è cresciuto e chi non avrebbe mai pensato di metterci piede, incarnando una visione comunitaria, libera e autogestita di ambienti che altrimenti sarebbero rimasti incatenati in uno schema gerarchico, chiuso e strangolato dalla logica del profitto.

È naturale che una comunità che nasce da un’occupazione e che rifiuta di seguire determinate norme incontri varie difficoltà, in primis quella di restare nello spazio scelto. Da questo punto di vista Macao sembrava inattaccabile: l’ex-macello di viale Molise gli sta come un guanto. Gli attivisti sono costantemente al lavoro per realizzare ogni pazza idea di allestimento, installazione, performance o progetto speciale. La loro esuberanza ha da subito attirato l’attenzione di architetti e studiosi alla ricerca di approcci innovativi alla gestione degli spazi pubblici e sociali. L'assemblea di Macao riesce in un’impresa vista raramente in altri centri sociali, quella di coniugare orizzontalità ed efficienza.

Ma, appunto, quando si parla di spazi occupati i problemi sono sempre in agguato: Sogemi, la SPA a partecipazione pubblica (al 99% del comune di Milano) proprietaria dello stabile, che gestisce i mercati all’ingrosso della città, l’anno scorso ha messo in vendita tutta l’area dell’ex-Ortomercato, di cui fa parte anche la palazzina al 68 di viale Molise.

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Foto di Luca Chiaudano.

Mettiamo in chiaro una cosa. Quando uno spazio occupato viene sgomberato, è sempre una sconfitta per la città. Vuoi perché si perde un luogo che fa cultura, o un porto sicuro per determinate categorie e minoranze, vuoi perché una zona buia e vuota della città torna a essere una zona buia e vuota della città. Non devo spiegare ai lettori di Noisey che cosa si cela dietro la retorica del “degrado”, quanto siano urgenti i provvedimenti urgenti che vengono presi in situazioni simili. Basta guardare la porta ancora murata del cassero di Porta Santo Stefano a Bologna, dove Atlantide è affondata ormai quasi tre anni fa.

Dicevamo, la scorsa primavera Sogemi ha fatto partire un bando per la vendita dell'ex-Ortomercato e Macao ha risposto con un’idea: compriamoci noi la palazzina. Da lì è partito un progetto elaborato insieme all’organizzazione tedesca Mietshäuser Syndikat (Sindacato dei Condomini), nata negli anni Ottanta per realizzare comunità abitative autogestite per lunghi periodi. In parole povere, si tratta di autogestire completamente un progetto-casa, dagli eventuali lavori di ristrutturazione (spesso si parla di edifici abbandonati) all’amministrazione quotidiana dello stabile, in una società formata in tutto e per tutto dagli abitanti; quello del Syndikat è un ruolo di tutela di questo meccanismo. Ogni aspetto della gestione viene discusso in maniera del tutto paritaria dagli inquilini. I costi vengono tenuti bassi grazie a un piano di rientro a lunghissimo periodo. Lo stabile non può più essere messo sul mercato, ma soltanto riassegnato, in caso ce ne fosse bisogno, a un altro gruppo di cittadini che lo occupi con le stesse modalità.

Il progetto sembrava vincente, ma si è arenato dopo l’estate, a causa di difficoltà burocratiche. Così, nel 2018 si entra in una nuova fase. Questa sera Macao presenterà ufficialmente “un piano esecutivo di ristrutturazione del palazzo”, nelle parole dell'attivista Emanuele Braga, concepito con la collaborazione di architetti del Politecnico di Milano, “in dialogo con l’assemblea di Macao per non snaturare la vita dello spazio per com’è stata in questi anni”.

Marginal Consort a Macao, foto di Luca Chiaudano.

Il progetto comprende anche un piano di gestione dei costi elaborato con la collaborazione degli studenti della Bocconi. “All’interno del piano economico rientra in primis la capacità di Macao di recuperare fondi grazie a tutti i sostenitori su cui può contare – a questo proposito presenteremo un piano di azionariato popolare ispirato alla pratica di Radio Popolare; poi uno strumento mutuato dal Meitshäuser Syndikat, quello del prestito diretto – sostanzialmente un mutuo stipulato con investitori solidali invece che con una banca; e in ultimo luogo siamo in trattativa con una banca, Banca Prossima, che ci è venuta a cercare perché interessata a sostenere il nostro progetto. Grazie a loro si potrebbero coprire i buchi lasciati dagli altri metodi di finanziamento”.

L’obiettivo è quello di offrire un progetto valido, sostenibile e moderno, che convinca l’amministrazione cittadina a togliere dal mercato le palazzine e affidarle a lungo termine (“una o due generazioni”, ipotizza Braga) alla comunità autonoma e autogestita di Macao. “A mancare”, prosegue Braga, “è la determinazione del Comune, che finora non ha detto di no ma non ha detto nemmeno di sì”. Si tratta di una questione di lungimiranza: rinunciare a un immediato profitto economico per veder crescere a Porta Vittoria uno spazio sociale e culturale di rilevanza internazionale.

Per sapere di più su come Macao riuscirà a mantenere il suo modello orizzontale ed esclusivo catapultandosi anche nel mondo istituzionale basterà andare in viale Molise 68 questa sera, venerdì 12 gennaio, alle 18 e assistere alla presentazione della Guida Galattica per Nuove Istituzioni. Ci vediamo nel futuro.

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