Le hit estive segrete della musica italiana

Per ogni Baby K e Tommaso Paradiso ci sono dieci folgorati che non ce l'hanno fatta e questi sono i loro successi mancati per un'estate alternativa.

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lug 31 2018, 11:33am

Non sono proprio pronto per quest'estate. È un periodo storico in cui c’è poco da rilassarsi, e sono a un passo dal ricovero alla neuro. Parliamoci chiaro: il desiderio di vacanza è pressoché totale, ognuno in cuor suo vorrebbe fare due mesi di mare fisso, con i cellulari accesi solo per farsi i selfie col drink in mano e la barriera corallina alle spalle. E invece, ahinoi, la maggior parte si faranno gran parte dell’estate in casa, con quarantamila gradi, aiutati solo da ventilatori cinesi, facendosi selfie con lo sfondo finto del pc. I più fortunati accenderanno a cannone i condizionatori d’aria e chi è maggiormente rustico si farà refrigerare da bagnarole di acqua fredda e bicarbonato nelle quali immergere i piedi.

Allora, siccome una delle grandi tradizioni dell’estate è quella della colonna sonora, e chiaramente questo è l’anno delle compilation italiane weird (vedi Napoli Segreta e poi muori), Italian Folgorati, che da sempre si batte in quel senso, ha deciso di stendere una playlist di vecchi singoli da mare e da amare. Canzoni che non hanno spopolato solo per meri motivi promozionali, perché troppo avanti o perché troppo indietro o perché scomode o poco decifrabili, ché, si sa, anche oggi quando il proverbiale italiano prepara la compilation dell’estate sembra che faccia lo scontrino dal salumiere, viste le fette di prosciutto che si mette nelle orecchie. Ma bando alle polemiche: lasciamoci cullare da questi motivetti che vado a presentarvi, consigliando un gin tonic alla cannella o speziato a piacere per gustarli meglio.

Roberta D’Angelo – "Noce di cocco" (1983)

Roberta D’Angelo è un personaggio stranissimo nel panorama della musica italiana. Cantautrice orgoglio romano di Cinecittà, esordisce nel 1975 ponendosi come una delle poche donne della musica ad affrontare lo strapotere maschile dei vari Venditti, De Gregori e compagnia bella. Almeno all’inizio il suo target era quello del cantautorato: il suo primo disco omonimo era ricco di bizzarrie come la stupefatta “Spazzatura”, racconto di un viaggio a base di THC. "La luna ancora", un brano precedente, toccava invece il leggerissimo tema della prostituzione.

Roberta, diplomata al conservatorio, ha alle spalle una solida cultura musicale. Ben presto quindi si spinge verso la sperimentazione di nuovi linguaggi, un po’ come la Nannini, della quale la D’Angelo ai tempi sembrava l’unica vera rivale. Infati nel 1980 a produrre quel suo album mozzafiato che è Casablanca è il grande Roberto Cacciapaglia, che l'anno successivo curerà per l'appunto G.N. della Nannini. Un concentrato di pop, new wave, suoni tropicali deviati, sperimentazone, tutto basato sulle vocalità che sembrano quasi asportate da un pierrot lunaire versione tonale e rock. Già in questo disco troviamo un brano da bagnasciuga, la sognante "Caraibi", ma è solo nel tra l'82 e l'83 che la D’Angelo spinge l’acceleratore al massimo, decisa a fare il botto: nonostante le apparizioni alla RAI su Mister Fantasy, non venne mai abbastanza promosso e rimane ancora oggi introvabile.

"Noce di Cocco", il brano dell'estate che potete ascoltare qua sopra, è il suo canto del cigno. Presto Roberta decide di optare per il ruolo più defilato di insegnante di musica, non per questo rinunciando alla sua follia compositiva: i video dei saggi di fine anno dei suoi allievi sono una roba delirante in cui il prog, la classica e Cage vanno a braccetto. A riascoltarlo ora, "Noce di Cocco" è in realtà un piccolo capolavoro che avrebbe meritato le prime posizioni in classifica: una presa per i fondelli delle canzoni commerciali del periodo ma nello stesso tempo un modo per usare intelligentemente a proprio favore i luoghi comuni, con spruzzate di Devo, B-52s e Martha and the Muffins. Sul lato B del singolo, poi, la D'Angelo piazza "L'ascensore funziona?", una pièce contemporanea a base di solo piano e due clarinetti. Roba dodecafonica improvvisata con strizzate d’occhio a un Satie allucinato che con il rock del lato A non ha alcun collegamento, anzi: è registrata apposta per far impazzire gli ignari acquirenti.

Giorgia Fiorio – "Un’altra estate" ( 1983)

Giorgia Fiorio, figlia di Cesare (celebre dirigente sportivo promotore del rally come disciplina professionistica), è un altro personaggio borderline nel panorama italiano. La sua carriera inizia nel 1982 con "Bimbo", uno sparato pestone pop-wave-rock con cui si fa notare a causa del suo timbro vocale particolarmente ruvido, androgino. La popolarità arriva però con il cinema: la Fiorio recita infatti la parte di (l'avreste detto mai) Giorgia nei due Sapore di sale dell’appena compianto Carlo Vanzina.

Questa salita alla ribalta delle cronache è la spinta per pubblicare nel 1983 il singolo "Un’altra estate", scritto dalla premiata ditta Enrico Ruggeri-Luigi Schiavone. I due compongono un micidiale pezzo synth pop anfetaminico con inserti di chitarre surf e l’utilizzo del classico giro di Do, cifra delle estati italiane degli anni Sessanta. Agli arrangiamenti il mito Roberto Colombo, all'epoca collaboratore di Matia Bazar e Alberto Camerini. Praticamente una garanzia. E invece niente: poche interviste, un tentativo di riciclare il pezzo su un EP l'anno successivo, ma le classifiche non la abbracciano.

È un peccato, dato che il pubblico va quindi a identificarla sempre più come un'attrice più che come una musicista, sbagliando di grosso. Nel 1986 però Giorgia ci ritenta buttandosi sull'italo disco con un album omonimo che vede tra gli autori anche Giorgio Moroder, tentativo di lancio internazionale nato per abbandonare i luoghi comuni dell'italietta. Ma evidentemente non è aria: la carriera di cantante di Giorgia finisce nel 1989. Ma ogni cosa che termina apre altre strade. Giorgia Fiorio infatti si dedica tosto alla fotografia con buoni risultati. "Un'altra estate" rimane comunque un gioiellino da spararsi sotto l’ombrellone, magari insieme a un missile spritz. È l'esempio più lampante che non basta avere i soldi per ottenere il successo, soprattutto se meritato. Meglio starsene in vacanza e aspettare i frutti cadere dall'albero.

Skiantos – "Ti spalmo la crema" (1984)

Gli Skiantos sono i padrini del punk demenziale italiano. Dopo aver incendiato i palchi con le loro surreali performance, si sciolgono nel 1980. La band si rimette però assieme poco dopo in formazione a tre: Freak Antoni, Dandy Bestia e Stefano Sbarbo. Tra i motivi c'è anche un interessamento da parte della CGD di Caterina Caselli, che li costrinse a debuttare sulla sua etichetta con un improbabile disco di cover di canzoni estive.

La Caselli vorrebbe vendere tonnellate di copie tramite questa operazione biecamente commerciale, probabilmente per mettere le mani avanti e rifarsi poi di un eventuale fallimento del disco successivo. Già, perché c'era la promessa di far uscire subito dopo il vero LP di inediti a firma Skiantos, che era già pronto e sarebbe poi diventato Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti, pubblicato sulla Carosello di Vasco. Come prevedibile il progetto è un flop totale, e la Caselli abbandona gli Skiantos al loro destino.

La combo Skiantos-fratelli La Bionda, artefici del successo degli amici di merende ex punk Righeira, era però particolarmente sfiziosa. Forse sarebbe stato sufficiente pubblicare come singolo gli unici due inediti dell'LP, la pimpante “Ti spalmo la crema” e la polemico-ironico-autobiografica "Canzone per l’estate", brani caratterizzati da un mischiotto tra il sound dei Righeira sound, il Rino Gaetano de "Il cielo è sempre più blu" e i Devo post Oh No! It’s Devo. Insomma, un successo mancato che però vanta un rifacimento di tutto rispetto: "Te pongo la crema" dei Los João, gruppo messicano popolare soprattutto per la celebre "Disco Samba", cioè quella che chiamate "PE-PE, PE-PE-PE-PE, PE-PEEE", brano sempre al top quando si devono fare i trenini di capodanno.

Ombretta Colli – "Cocco fresco cocco bello" (1983)

Siamo nel 1983 e le classifiche italiane sono dominate da un solo nome, ovvero Franco Battiato. Che sia Alice, che sia Milva, che sia Giuni Russo, inverno ed estate non hanno segreti per il Franco nazionale. Soprattutto l’estate, visto il clamoroso successo della Russo con "Un'estate al mare”: Franco ci riprova affidando a Ombretta Colli questo pezzo di metalpop scritto a sei mani con il braccio destro Giusto Pio e il mitico Francesco Messina, che poi si apre a colpi di marimba in stile La voce del padrone, minacciato da synth e vocoder.

Il testo è apparentemente scritto dal punto di vista di una donna in vacanza da sola che si rompe i coglioni del mare e del sole. Ma forse è la storia di una venditrice ambulante di cocco costretta a farsi il culo lontana da casa, avanti e indietro sulle spiagge per compiacere gente che poi alle due di notte gli fa la corte a cazzo di cane. Dato il passato impegnato dell'Ombretta, moglie di Giorgio Gaber e cantante politicizzata lungo il corso di tutti gli anni Settanta, c'è anche chi ci ha letto un riferimento allo spaccio (il "cocco") e alla prostituzione. Opinione giustificata tra l'altro dalla presenza nel suo palmarès di un disco impegnato sul tema, Una donna due donne un certo numero di donne.

Il lato B presenta un brano più duro e politicamente polemico, "Evaristo", un mezzo delirio di tape pop music in cui Battiato sperimenta senza freni quello che tutti vorremmo fosse la musica dell'estate di sempre e in cui la Colli, qui anche autrice, canta col naso letteralmente tappato come fosse annegata sott’acqua. Il problema è che dopo un passato rosso fuoco e femminista, la nostra paladina si ritroverà più tardi ad appoggiare Berlusconi in mezzo alla destra più totale e becera: segno che in effetti la vita della venditrice di cocco non faceva per lei. Vista l’aria che tira, con il nostro delirante ministro che vuole multare chi acquista dagli ambulanti, direi che “Cocco bello” potrebbe essere il brano manifesto dell'estate 2018. Per non dimenticare.

Righeira – "Rimini Splash Down" (1987)

i RIgheira sono un must quando si tratta di hit estive: "Vamos a la playa" e "L’estate sta finendo" sono singoli pop talmente potenti che possiamo definirli degli standard senza tempo. Però la magia non sempre si ricrea, per cui il dinamico duo si trovò presto di fronte a un calo di vendite. Come rilanciarsi? Ma scrivendo un brano per Rimini Rimini, commedia di Sergio Corbucci, vera e propria pellicola all-star. Nel cast compaiono tutti i maggiori comici dell'epoca, da Jerry Calà a Paolo Villaggio, passando per Gigi e Andrea e un sex symbol come Serena Grandi.

Il pezzo si chiama "Rimini Splash Down" ed è firmato ancora una volta dai fratelli La Bionda, assieme a Raffaella Riva del Gruppo Italiano, quelli di "Tropicana", quindi una garanzia sulla carta. Il film ha un successo strepitoso, ma quello che doveva essere il brano portante della colonna sonora non ha grande diffusione. Eppure si tratta di un pezzo in pieno stile RIgheira: fieramente digitale, con ampio uso di campionature di voci quasi pre-HD e testi che spaziano fuori dall'italiano tracciando visioni surreali, bagaglio di estati teen.

Penalizzati dal momento di passaggio verso situazioni più acide, a partire da "Rimini Splash Down" i Righeira cadono a picco nelle classifiche. Ricordiamo però questo brano come un ambizioso quanto difficile tentativo di unire mondi pop frastagliati verso il ritornello eterno, che forse necessitava di un’interpretazione vocale più convinta. Ma d’altronde cosa ti vuoi convincere quando tutto quello che desideri è farti un tuffo e un cocktail? "Rimini Splash Sown” rimane un inno dello svacco che oggi più che mai ha senso nelle nostre orecchie.

Bobby Solo – "Signora dell'estate" (1982)

In un'estate lussureggiante non può mancare la ballata di classe. E quando si tratta di ballate alla Elvis, chi è più abile di Bobby Solo a creare l'atmosfera marina più adatta? Certo, negli anni Ottanta Bobby non vendeva più chissà cosa ma era pervicace e non temeva confronti, vivendo in un mondo a parte. "Signora dell'estate", al suono di “Vino rosso tu mi ubriacherai / Onda chiara tu mi abbraccerai” è un chiaro omaggio a Demis Roussos cucinato in una salsa di leggera e algida synthwave, strizzata d'occhio a una perdizione carnale neanche troppo velata.

Saranno anche lontani i fasti della surreale "Domenica d’agosto", ma nonostante anche gli assurdi tentativi disco della cover di "Arrivederci Roma" e di "Una lacrima sul viso" l'album che ospita la nostra hit estiva è l'ultimo colpo di reni del nostro Bobby, rocker che ha sempre sfidato l'industria musicale andando contro qualsiasi moda. Perdendo, ovviamente, ma dimostrando grande fierezza del suo ruolo di perdente, un po' come Johnny Cash. Dato il resto della sua discografia, continua riproposizione di successi già digeriti, è meglio ricordarlo così: ubriaco fracico mentre fornica in mezzo al mare.

Pooh – "Rubiamo un’isola" ( 1979)

"Rubiamo un'isola" dei Pooh non è un singolo, ma avrebbe potuto esserlo. È un crocevia tra il folk mediterraneo/balcanico, il kraut elettronico a cassa dritta e il Vangelis più ispirato. "Rubiamo un'isola" è contenuto in quel bignami pop che è Viva e ne assorbe tutto il tiro. Ci sono i bassi serpeggianti di Canzian, i pestoni elementari di D’orazio, il classico tastierone di Facchinetti e un Battaglia in stato di grazia che da solo potrebbe reggere tutto il brano con il suo arsenale di strumenti a corda, dal mandolino al bouzuki.

Notevole è lo stacco finale, in cui i Pooh prendono i Goblin per il collo e li impiccano a suon di basso fretless e grappoli di synth. "Rubiamo un'isola" è un pezzo in cui la vacanza è vista come libertà assoluta, un viaggio della vita, un perdersi in un’avventura selvaggia, quasi anarco-primitivista. La penna di Valerio Negrini si erge contro gli ingranaggi della vita produttiva moderna in maniera dirompente quanto essenziale. Un brano imprescindibile per disintossicarsi dai social e dalla vita quotidiana che accelera ogni cosa. Meglio vivere "con l’acqua nelle scarpe ma col sole dentro l’anima / E un po’ di tempo in più", fidatevi dei Pooh.

Edoardo Bennato – "Tu chi sei" (1993)

Edoardo Bennato è uno dei più importanti rocker italiani e da solo ha influenzato, grazie al suo piglio sperimentale e su di giri, molteplici generazioni. Il suo modo di vedere la musica, eclettico e impossibile da etichettare, lo ha messo automaticamente contro il sistema discografico che lui ha cercato in tutti i modi di seminare anche a costo di apparire incoerente. Nel caso di questo singolo estivo tocchiamo l’apoteosi.

Bennato viene da una serie di successi incredibili, considerati gli anni di militanza nel rock che si porta sul groppone. SI pensi al boom di "Ok Italia", il plebiscito assoluto di "Viva la mamma", l'exploit di "Notti magiche", inno dei mondiali del 1990. Ma nel 1992 la popolarità del nostro comincia seriamente a scricchiolare. Invece di cedere a facili compromessi, Bennato tira fuori un singolo perfetto. Ha un arrangiamento storto, un andazzo musicale inquietante e un testo allucinante. In piena era Mani Pulite, Bennato attacca lo stato e il giustizialismo fine a se stesso. Non ha prezzo il verso in cui Bennato prende per il culo gli italiani che ipocritamente vanno al mare contenti di essere tutti “persone pulite” mentre fino a dieci minuti prima facevano il cazzo che gli pareva.

"Tu chi sei" è un suicidio commerciale, un pezzo che proprio per il suo coraggio ancora oggi non è ricordato da nessuno ma è senza dubbio uno dei migliori brani del Bennato più caustico, che riprende a bastonare il potere dopo anni di ammorbidimento. Oggi questo singolo appare sempre più attuale: una volta gli italiani si lavavano la coscienza tirando le monetine ai politici, ora invece scagliandosi a caso contro gli immigrati . C’è sempre un altro da sé da punire, mentre il colpevole sei proprio tu. D’altronde "Nelle buie discoteche delle notti italiane / Come è bello sentirsi tra persone per bene".

Dobri – "Discocieca" (1981)

È impossibile pensare all’estate senza le discoteche. Non so effettivamente se questo brano sia uscito in estate, ma Dobrilla in arte Dobri non si è mai trattenuta con le uscite estive: nel 1984 pubblica "Rose Rosse", venendo spinta dalle manifestazioni marittime che contano, dal Festivalbar e dalle trasmissioni estive più in voga dell'epoca. Ma tre anni prima, con il nome ridotto di dobri, arriva il rock di "Discocieca".

"Discocieca" è patrocinato da un pezzo grosso come Alberto Radius, cioè la chitarra dei Formula 3 e dei maggiori successi di Franco Battiato. Assieme all'autore Oscar Avogadro, Radius scrive un brano senza peli sulla lingua sulle serate da sballo dell'estate tutte whisky, cocaina, maniaci, ambiguità sessuale e zinne al vento. "In un deserto sarei forse meno sola", canta Dobri, attuale come non mai visto il pop da generazione disagiata di scuola Charli XCX.

Purtroppo Dobrilla finisce velocemente nell'oblio. Di lei si sa pochissimo, ma di sicuro ha lasciato indirettamente un'impronta nell’immaginario collettivo: la sigla di Pollon di fatto si rifà al riff iniziale di synth del suo pezzo “Sarò a casa mia” del 1984. “Sembra talco ma non è…”

Flavia Fortunato – "Delirio" (1982)

Le canzoni di Flavia Fortunato sono una totale allucinazione infilata in una confezione pop-sintetica assolutamente inattaccabile e new romantica, quanto basta per definirla la mosca bianca delle cantanti pop post wave italiane. Se non si era ancora capito, sono un suo fan dissennato.

A parte la commovente "Verso il 2000”, Flavia ha cantato roba assurda come "L'amore è", un brano technopop nucleare ancora adesso trattato come immondizia e invece sintesi di un sentimento collettivo che appare quasi la fredda descrizione di un algoritmo. "Delirio" è il suo esordio, prodotto da Elio Palumbo dei Santo California: un brano reggae perfetto per un'estate delirante. In effetti non si capisce un cazzo, è un eccedere continuo, una melodia che si muove senza centro, un testo incasinatissimo tra stelle con i guanti e regine-ragno. Praticamente quello che accade quando ti prendi un insolazione, è una "Lucida pazzia / che scotta”. La Fortunato, tra l’altro, qui canta ancora in maniera punk e totalmente ineducata. Facciamoci quindi scoppiare il sangue nelle vene anche noi, in una passione senza freno e senza ombrelloni inibitori.

Toto Cutugno – "Un'estate con te" (1983)

Una posizione fuori classifica spetta al grande Toto, che nel 1983 incide questo brano tipicamente estivo che tra pattini, gelosie e immaginario agostano sembra un esercizio di stile costruito a tavolino, con il classico e astuto giro di Do che funziona sempre, citazioni dei Platters comprese. È proprio per questo che risulta avvolgente, nel suo arrangiamento a base di Fairlight e lucidi suoni digitali che evocano situazioni vaporwave. Ma la cosa più bella è il lato B: "Non è lontano il cielo" è un pezzone, forse uno dei migliori brani di Toto. Altro che i Soft Cell: una canzone d’amore micidiale sintetizzata e tesissima, drum machine a stecca, bassi gonfi di chorus, sequenze quasi Carpenteriane che poi si sciolgono nella "sana malattia" del ritornello tipicamente melodico.

Insomma, un perfetto ibrido tra amore e morte. Che poi, si sa, è il sale dell'orgasmo (soprattutto se consumato di notte, sulla spiaggia, alla luce della luna). Ad ogni modo il singolo passerà praticamente inosservato a causa del successo prepotente della celeberrima "L'italiano", del febbraio dello stesso anno, che diventerà un best-seller praticamente eterno. Volendo dimenticarci di questa circostanza, “Un estate con te” rimane un brano adatto per dei “tuffi introversi”: non è che per forza dobbiamo andare al mare spensierati, anzi.

Qui termina il volume uno di una probabile mixtape di successi estivi folgorati mancati. Vi auguro invece di non mancare le vacanze: partite subito, caricate questi brani nei vostri lettori, mollate tutto. Come dice Toto Cutugno “non è lontano il cielo”, figuriamoci il mare.

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