concerti belli

Siamo stati al concerto dei Gorillaz

Per la prima volta la band-cartoon di Damon Albarn è arrivata anche in Italia, e lo spettacolo è stato trascinante, psichedelico e sorprendentemente umano.

DiChiara Bravofoto diAndrea Grillenzoni

Una lunga attesa è finita la sera del 12 luglio a Piazza Napoleone, i Gorillaz sono arrivati in Italia. Il Lucca Summer Festival, dal 1998 a oggi, ha portato ogni estate sul palco toscano tasselli imprescindibili di cultura pop, da Bob Dylan a David Bowie, da Robbie Williams a Roger Waters. A inserirsi prepotentemente in questa lunga lista sono sicuramente i Gorillaz, band virtuale animata nata nel ’98 (casualmente, sono vecchi quanto il Lucca Summer Fest) dal guizzo di Damon Albarn e del fumettista Jamie Hewlett, che negli ultimi 20 anni ha dimostrato di essere sempre un po’ più in là rispetto a dove si pensava di averla afferrata.

I Gorillaz sono più di una band di quattro iconici sgangherati, più degli Alvin and the Chipmunks del 2000, più della mania della MTV Generation ipnotizzata dai loro videoclip, più della trasgressione di Albarn al britpop e di un ulteriore sfogo alla sua esuberanza creativa (oltre Blur e Gorillaz, Alborn ha all’attivo un progetto solista, un supergruppo con Paul Simonon chiamato The Good, the Bad & the Queen e diverse colonne sonore).

I Gorillaz sono uno dei progetti più riusciti, lungimiranti e sperimentali della musica pop del nuovo millennio per come lo conosciamo. Il loro primo disco omonimo uscì nel 2001, lo stesso anno dell’altro album fondamentale che guardava al futuro tecnologico, Discovery dei Daft Punk. Sia Gorillaz che Daft Punk hanno scelto di procedere per sottrazione di umanità, nascondendosi i primi dietro personaggi fittizi e cartooneschi, i secondi dietro i caschi, per dare un suono alla dissonanza del mondo. In un primo decennio caratterizzato dalla rivoluzione epocale della diffusione, riproduzione e accessibilità musicale, ma da un sostanziale riciclo di sonorità già sentite, i Gorillaz hanno trovato un posto così definito da generare un’unicità: identitaria (2D, Murdoc, Noodle e Russel Horbes non invecchiano e non cambiano), mediatica (videoclip, merchandising e sito web sono il cardine per una band virtuale), e musicale (funamboli in bilico tra hip hop e dream pop, elettronica e black music, funk e house).

Considerate queste premesse, che cosa potevamo aspettarci dal loro primo live italiano?

Con una maglia giallo canarino e una pessima giornata, il neocinquantenne Damon Albarn si presenta al suo primo pubblico italiano, che lo accoglie con un sold out. L’Inghilterra ha perso la semifinale mondiale mentre lui suonava in Svizzera, ma “che ne sanno gli svizzeri di calcio? Voi italiani, invece, potete capirmi”, confessa. Ma non rimane il tempo per altri malumori, là fuori il mondo sta finendo e dobbiamo vivere l’ultima festa.

La playlist umoristico-apocalittica comincia con il krautpunk di “M1 A1”, continua con “Tranz” da The Now Now , uscito il 29 giugno, e si alimenta dei sei dischi della band guidata da Albarn, che si divide senza disperdersi tra un microfono vintage e le tastiere. Alle sue spalle, un coro gospel rivisitato con camicie hawaiane e occhiali alla Steve Urkel ricrea un universo black di ironia e forte energia, a cui il pubblico non oppone resistenza.

I video proiettati nel megaschermo centrale ripercorrono viaggi interstellari in glitch art in “Rhinestone Eyes” e scenari desolanti retrofuturistici in “Every Planet We Reach Is Dead”, interrotti da ironici mantra: “Big Brother is watching YouTube”, “Stream if you wanna go faster”, “No more unicorns anymore”. Non unicorni, ma sferzanti camaleonti sono i guest che si susseguono sul palco: i De La Soul, che entrano per “Superfast Jellyfish”, poi Peven Everett, Jamie Principle, Bootie Brown. Per “Hollywood”, fa la sua comparsa, ma solo in video, anche Snoop Dogg. La corista Michelle Ndegwa si prende un momento fuori dal coro per cantare in “Kids With Guns” con una potenza vocale che scatena l’ovazione del pubblico e precede la super-hit “Clint Eastwood” l’ultimo regalo a un’audience che gli ha voluto molto bene.

E quando per tutto il concerto hai preferito guardare quello che hanno fanno gli artisti sul palco, piuttosto che i video fumettistici che scorrevano dietro, ti accorgi che dei Gorillaz ami anche l’umanità, ironica trascinante psichedelica postmoderna umanità.

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