Cristiano Malgioglio, la pantera

Oggi lo conosciamo per il suo successo trash ai reality, ma non tutti sanno che Cristiano Malgioglio è uno dei più prolifici autori di canzoni in Italia; vi raccontiamo il suo album 'Artigli' del 1981.

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mar 26 2018, 10:11am

“Sono io il vincitore. Anzi, io sono il reality.”
Cristiano Malgioglio a Chi, 2017

La vita di noi di Italian Folgorati a volte è dura. Perché sì, certo, nel momento in cui si raccolgono informazioni bisogna selezionare, leggere fra le righe, accumulare dati e capita, com’è umanamente naturale, avere delle sviste. Capita però di trovarsi di fronte a personalità talmente intricate e cariche di storia che risulta veramente difficile capire da dove iniziare e dove finire e la cosa può mettere in crisi.

È il caso di un personaggio che non ha bisogno di presentazioni poiché più noto della notorietà stessa: stiamo parlando di Cristiano Malgioglio. Ecco, Malgioglio in Italia lo conoscono pure i sassi: ma di base per i motivi sbagliati. È, infatti, considerato un simbolo del trash E BASTA, cosa che passa completamente sopra al fatto che potrebbe essere l’icona gay definitiva (dico potrebbe perché alcune sue affermazioni sui comportamenti in pubblico degli omosessuali a volte lasciano perplessi, così come certe sue frequentazioni di destra). Ci si ferma al personaggio, eccentrico e sopra le righe, per il quale il buon gusto è qualcosa che va lasciato a casa (anche se, diciamolo, il suo abbigliamento recente è post nucleare quanto basta per farcelo apprezzare): insomma, una specie di Platinette dopo la dieta.

Ebbene: no, Cristiano non è solo questo. È uno dei più prolifici autori di canzoni della penisola, principalmente di testi. Ha scritto per chiunque possiate pensare, tanto che se mi metto a elencarli tutti non ci sarebbero abbastanza pagine digitali. Ad ogni modo, per citarne qualcuno, nel suo curriculum troviamo Mina, Giuni Russo, Franco Califano, Adriano Celentano, Patty Pravo, Ornella Vanoni, Raffaella Carrà, Amanda Lear… addirittura Pippo Franco ("Il ballo marocchino" rimane un must) e poi per una miriade di altri act minori (ad esempio la mitica Gena Gas di “Famme ballà nun me scuccià”, o Maeva) e, paradosso dei paradossi, anche per Alessandra Mussolini quando aveva ambizioni canterine.

E poi le produzioni: a differenza di molti suoi colleghi quali (per citarne uno analizzato di recente) Red Canzian, che si è sempre tenuto nel rock a parte sparuti tentativi di infilarsi nell’italo disco come autore e produttore (come nel caso del brano per i Colorado “Space Lady Love” o nella produzione di Ago, che citiamo per accontentare i completisti), invece il nostro Malgioglio indugia nel danzereccio da sempre. Lo dimostrano un bel po’ di singoli confezionati per progetti italo disco (Oona, Hildegard, The Gigolò, Marie Laure Sachs, ecc.) e new beat quali, sotto falso nome, le Off Models con una cover della celeberrima "Electrica Salsa" degli Off di Sven Vath (oltretutto Malgioglio nei primi anni Novanta era un noto frequentatore di Disco Magic).

Insomma, quante ne ha fatte Cristiano non lo sa neanche lui. Tra l’altro inizia come autore “normale”, inserito nell’ambiente che conta da Fabrizio De André, che a metà anni Sessanta ne riconosce subito il talento innato (Fabrizio gli presenterà i discografici, Cristiano invece a De André presenterà Dori Ghezzi, facendo in sostanza da cupido). I suoi testi sono sempre ficcanti dal punto di vista della scrittura, tanto che potremmo definirlo l'Aldo Busi del pop italiano (e Busi cercherà, ahimè, di imitarlo nella canzonetta con risultati che è meglio non commentare).

A dimostrazione di tanta perizia arriva la vittoria a Sanremo nel 1974, dopo neanche tre anni dal suo esordio come autore, con “Ciao cara come stai”, scritta per Iva Zanicchi. Da lì in poi i successi per Giuni Russo, collaboratrice fissa in quel periodo con la quale firma l’esplicita “Ho fatto l’amore con me” per Amanda Lear, ma è soprattutto Mina a consacrarlo (le immortali "L’importante è finire” e “Ancora ancora ancora”) sempre sull’orlo dell’ambiguità allucinata, dei doppi sensi, della trasgressione vista come la potrebbe vedere Araki il quale esclamava “senza oscenità le nostre città sarebbero luoghi tristi e la vita cupa”.

Per cui, sì, Malgioglio è principalmente un autore per altri, ma poi decide di interpretare se stesso, spinto da… Roberto Carlos, che sceglie Cristiano per vestire in italiano i suoi brani. La fascinazione per il Brasile, d’altronde, è innata in Malgioglio, poiché come confesserà candidamente a DiPiù, fu proprio un disco di Carmen Miranda a fargli capire di essere gay. Le movenze della cantante, quel suo vestire in maniera eccentrica, con un copricapo di frutta tropicale in testa, furono la proverbiale folgorazione sulla via di Damasco. E a proposito di folgorazione: Italian Folgorati di quale disco si occuperà setacciando nella sterminata discografia del nostro a metà fra camp, kitsch e canzone d’autore? Beh, facile: si soffermerà sul suo disco più equilibrato nella somma delle parti tra new wave, elettronica, pop e disco. Il suo nome è Artigli, anno 1981.

cristiano malgioglio artigli copertina cover lp album

Ora, Artigli già dal nome implica una maggiore incisività rispetto alle precedenti prove. Se infatti prima il nostro spingeva l’acceleratore dei doppi sensi e dell’oscenità subliminale (vedi Sbucciami, disco che non lascia tanto spazio all’immaginazione) rifacendosi anche musicalmente al modello Renato Zero di "Mi Vendo" amplificandolo a dismisura ai limiti dell’assurdo, in Artigli si crea un ibrido strano. In questo lavoro Zero incontra lo spirito maledetto di un Alfredo Cohen, pescando nel torbido del mondo gay con un modus letterario audacissimo e melodrammatico, incrociando a sua volta i Visage sulla sua strada, non solo musicalmente ma anche nell’idea di look della copertina. Insomma, un disco che sembra nato per dimostrare che il pop italiano può osare molto se si scardinano i tabù, anche a costo di apparire ridicoli: perché, come diceva Adam Ant, “ridicule is nothing to be scared of“. Un’occhiata alla copertina è infatti doverosa: un’iconografia disco rock, in cui vanno a braccetto l’oscurità wave e il rosa shocking della dance, il che di base è la sintesi del contenuto.

Contenuto che parte subito a manetta con il pezzo da novanta dell’album: quella “Caro direttore“ che diventerà poi “Caro Berlusconi“ nel 1992, un pezzo colmo d’ironia al vetriolo contro il futuro premier, prevedendo il disastro culturale degli anni a venire. Un brano farcito di umori arabi, da hammam, di effetti speciali (dalla macchina da scrivere all’aereo), di sbuffi minimal synth quasi industriali, a sottolineare le parti salienti della narrazione. Una lettera a un direttore potente (probabilmente allusione proprio al Berlusconi del 1981) da un altrettanto personaggio famoso (che ha l’aereo personale… e per giunta ha un amichetto) il quale confessa una cotta omosessuale per lui. Non lasciatevi infatti abbindolare da quel “io bilancia lei scorpione, un segno che non va con l’amore”: non si tratta di uno sfogo per un amore etero non corrisposto, ma semplicemente il nostro Cristiano, a dispetto delle apparenze, conosce il galateo e dà del lei. E non è neanche negativo che lo scorpione sia un segno che non va con l’amore, poiché va bene col sesso e tanto basta. Nel brano è evidente l’influenza new romantic nella progressione armonica melodica (che deve molto al Bowie di Yassassin), con un ritornello/non ritornello che ricorda momenti punk rock elettrici. La versione del '92 sarà ancora più cyberpunk, spingendo l’acceleratore su suoni quasi Carter USM o EMF periodo “They’re Here”, in un riadattamento testuale sicuramente più politico con quel “lei è potente / io niente / eroe di mamma mia solamente”. Un brano micidiale che vale sicuramente l’acquisto.

“Il volto della vita”: si torna a un tipo di new wave che ricorda nell’andazzo i Marc and the Mambas (solo che questi ultimi si formeranno solo un anno dopo), tra la disco, il flamenco rock e il synth pop con tanto di batterie triggerate. Cover della celeberrima “The Days of Pearly Spencer” di David McWilliams nella versione della Caselli, ma qui ribaltata completamente nell’interpretazione: il testo come sapete è “sei vestito un poco strano / ma d’altronde come sempre il mio cuore ti fa festa [...] ma qualcuno ha bussato / il mio viaggio è terminato” qui cantato con un'inflessione da festino decadente, con chitarre liquide e flanger sparsi, violini alla "My own way" dei Duran Duran (che non a caso all’epoca fecero uscire in singolo con una caterva di archi old style). Ottima prova di potenza, tanto che (tornando ai Mambas) Marc Almond coverizzerà la versione in inglese solo nel ’92. Bravo Cristiano, ci hai visto lungo.

E si passa alla ballad, inevitabile. “Amore mio, amica mia”, suadente brano che, ohibò, narra dell’amore per una donna? A giudicare dal testo no, in quanto Cristiano si descrive “persa nei giri miei”. Questa ambiguità di fondo crea un pezzo quasi onirico, un lento drogato e decadente, quasi stremato dal desiderio “mi sento male / ma è una cosa normale con te”. Malinconici giri di sax che ricordano gli Spandau Ballett più piacioni (quelli di "I’ll fly for you" per intenderci, ma a questi livelli i nostri arriveranno solo tre anni dopo). La canzone è però una reinterpretazione, poiché regalata da Cristiano alla Vanoni un anno prima. Lei ne fa una versione più Bee Gees oriented, lievemente jazzata: qui invece ci si scioglie lentamente.

“A stretto giro di posta” è un altro gioiellino di suadente e irresistibile white funk “per il momento va tutto bene / tranne che ho ricominciato a bere”. Fosse stato più pompato sarebbe stato bene nel repertorio degli LCD Soundsystem. Atmosfera chill, “e un cardiogramma il cuore mi traccia”. Sembra proprio uno spaccato di uno che si trova “a letto malvolentieri” e sta mandando email a cannone al suo innamorato. “Cerchi un altro supporto / il mio domani è già ieri”: infatti non c’è ancora internet, siamo nel 1981. Momenti di trasformismo, decadenza, e ancora ambiguità: in questo caso pare che l’oggetto dell’amore sia veramente una lei, confondendo per un attimo le acque e fiondando il nostro nei deliqui bisex e poliamorosi del 3000. Grande solo di chitarra infilata nel talk box, graffiante ma nello stesso tempo morbido, caratteristica questa di tutto il suono del disco che riesce a mettere insieme due concetti apparentemente inconciliabili ma che fanno parte proprio dell’essenza del mondo di Malgioglio: odi et amo? Pare strano eppure è così, e anche Cristiano si strazia.

“Giornalista” è l’altra bomba del disco, con il suo andazzo cold new wave che ricorda i migliori momenti di Yoko Ono (come ad esempio "Walking on Thin Ice") con chitarre ancora una volta ammazzate di flanger, ma anche percussioni ossessive stile Kate Bush. Una stoccata contro il giornalismo musicale, verso il quale Malgioglio si pone come una diva braccata dai capricci della stampa che sembra scrivere bene dell’artista di turno solo se quest’ultimo, scusate il francesismo, le dà letteralmente il culo. “Se ti chiamo non è per lavoro, ma per dirti ti adoro, uomo d’oro”. In tempi come questi, in cui l’hype regna sovrano, il pezzo sembra scritto oggi, il do ut des una situazione terrificante che pare non sia possibile scollarci di dosso. In alcuni passaggi il pezzo ci ricorda "Diva" della Rettore, che infatti uscirà nello stesso anno. Corrispondenza di amorosi sensi o, meglio, di scandali?

“Marlon” è evidentemente una dichiarazione d’amore all’attore Brando, un tango sintetico che riporta subito alla mente le future scorribande dei Matia Bazar, solo in salsa più felliniana. Forse nato da un wet dream di Cristiano, il pezzo è letteralmente “pieno di vuoto”, come in una camera hypnagogica, e si rifà a echi di Klaus Nomi, forse addirittura ai Krisma per l’atmosfera da cabaret new wave. La cosa interessante è che fu scritta per essere la sigla del ciclo televisivo “I film di Marlon Brando” per Canale 5 e ovviamente Malgioglio trasforma questa innocente commissione in un brano pieno di pruriti omoerotici, lanciandosi in una guerra subliminale contro il senso comune.

“All’hotel della fretta” un disco rock pestone avvolto da phaser di matrice glam, parla di un mondo che sembra quello di “Via della povertà” di De André (appunto) catapultato negli anni Ottanta delle checche, dei papponi, delle prostitute, dei maniaci, e insomma di tutto quel mondo notturno di pensioni a ore che Malgioglio dipinge a colori allegri, quasi come un affresco, un’ode. Si cura però di lasciargli addosso quella prevedibile ma mai scontata aura di perversione che non guasta e che fa ovviamente ancheggiare. Un brano deciso e perfettamente in linea col Malgioglio pensiero, fatto di lustrini ma anche di fruste. L’arrangiamento sembra avere anche dei punti in comune con le produzioni di Greg Walsh per Battisti, in un ideale collegamento fra il cantautore di Poggio Bustone e i Roxy Music.

E poi “Quale appuntamento”, suadente disco stile Alan Sorrenti di "Figli delle stelle", tutte chitarre funkettine ma con ariosi spazi fra le ritmiche e le tastiere, roba fra lo struscio innocente e scenari sexy apocalittici. Brano che Malgioglio dona a Eleonora Giorgi per un singolo pubblicato nello stesso anno di Artigli (la versione della Giorgi è più soft core), con la grande differenza che il nostro Cristiano tiene le distanze dal fatto di dare sempre lo stesso appuntamento con la stessa bocca e via discorrendo. Quello lo facesse la Giorgi, che la canta in prima persona con piglio da gatta morta: Malgioglio è superiore a queste facezie da sfigati monogami e si gode la vita.

Esatto, Malgioglio è sicuro di sé, distaccato, preferisce parlare in terza persona, anche di sé. Ecco la risposta di Malgioglio a Renato Zero: “Voglio mama”. Se Renato è un rinomato egocentrico nelle sue canzoni, Malgioglio lo supera a destra diventando quasi titanico, mettendo tutta una serie di puntini sulle i e togliendosi dei sassolini delle scarpe contro le malelingue. “Gli artigli suoi non usa mai, ma non lo sai che affonda poi il suo pugnale come virus micidiale”: una “personcina posata” il buon Cristiano, ma almeno è un libro aperto, mentre chi lo critica... chi è? Sicuramente un mostro d’ipocrisia: aiuto, vogliamo la mamma! Il brano è un missile disco scippato a Zero, quasi come se volesse batterlo sul suo stesso terreno. In effetti decretiamo Malgioglio vincitore, almeno in questo caso.

“Luna nuova” è un ballatone che cade a pezzi: inizia con un arpeggio di tastiera che riporta vagamente alla mente i Kraftwerk. Un momento esistenziale di un Malgioglio depresso per amore e pronto sessualmente a tutto “questa porta la lascio aperta / non si sa mai…” e giù sassofoni Papetti-oriented. Storie di plagi, violenze psicologiche bisex, ricatti erotici. Altro che le sue perfomance al Grande Fratello VIP, qui Cristiano si situa oltre la decadenza.

Arrangiato da un Vince Tempera ispiratissimo, suonato magistralmente da uno stuolo di session man di pregio quali l’onnipresente Donnarumma e musicato dallo stesso team di sempre (Baracuda e Bibap in primis), Artigli vede come ingegnere del suono Gianni Prudente, già responsabile del suono di Claudio Rocchi, Aktuala, Opus Avantra e il Battisti di La batteria, il contrabbasso, eccetera. E la scelta di qualità si sente, essendo il disco una dei pochi anelli mancanti fra il camp, il pop italiano e la new wave che non perdono peso sulla bilancia.

Un perfetto equilibrio, insomma, che porterà al successivo Bellissime del 1983, un must per chi cerca un bignami del Malgioglio autore per altri: contiene infatti le reinterpretazioni di alcuni fra i suoi brani migliori scritti per Mina, la Zanicchi, Califano, ecc. in versione tecnopop con l’apporto di Alberto Radius ed Enzo Titti Denna, ovvero gente del giro Battiato.

Dopodiché il nostro, dopo album come Café Chantant o Casanova in cui ancora l’elettronica ha un peso specifico importante, si è lentamente e inesorabilmente gettato nelle braccia della televisione. Probabilmente perché come solista il nostro eroe non ha mai avuto grandi riscontri commerciali (tranne la parentesi “Toglimi il respiro” in cui coverizza il Moroder di “Take My Breath Away”): ma questa mossa ne ha snaturata la potenza eversiva. Poteva essere il nostro Jimmy Somerville o il nostro Steve Strange, e invece eccolo ospite fisso a Indovina l’Età e menate simili. Che possiamo farci? D’altronde, come dice la canzone, ”Malgioglio sta / a casa tua / un prezzo ha / di lui si sa / che la sua vita costa cara”.

Demented è su Twitter: @DementedThement.

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