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Club to Club

Che cos'è esattamente Mumdance?

Un futurista cyberpunk, un nostalgico hardcore o altro...? Per capirlo, prima che passi all'aftershow di FKA Twigs, abbiamo parlato direttamente con lui.

Valerio Mattioli

Jack Adams aka Mumdance è uno dei produttori di punta della “new wave of instrumental grime” e, più in generale, uno dei musicisti elettronici che più mi hanno lasciato perplesso negli ultimi anni. Dico “perplesso” in senso positivo, del genere che ascolti tracce come "The Sprawl" e alla fine ti domandi: “cosʼera esattamente quella roba?”. Nei momenti migliori, ascoltare la sua musica è come trovarsi faccia a faccia con un drone svolazzante a mezzʼaria che ti è venuto a trovare direttamente dal 2025, il che basta da solo a mettere la parola fine a qualsiasi senso di colpa retromaniaco: “grime accelerazionista” lʼho chiamato una volta per scherzo, non prevedendo che poi sarebbe arrivato Demented Burrocacao a infilare il termine incriminato più o meno ovunque, persino negli articoli sui Matia Bazar. Ma passiamo oltre, via.

Assieme allʼamico/sodale/socio James Parker in arte Logos, Mumdance è anche responsabile di Different Circles, lʼetichetta portabandiera di quel suono che loro stessi hanno definito weightless (letteralmente “senza peso”, “fluttuante”): una specie di grime mutante che pare fatto della stessa sostanza astratta di un ologramma LCD. Quando è arrivata notizia che i due avrebbero firmato assieme un intero album, le aspettative erano di conseguenza alte, e la curiosità ai massimi. In realtà lʼalbum in questione—intitolato Proto e uscito a febbraio per Tectonic—si è rivelato uno spiazzante omaggio allʼhardcore continuum inglese, o meglio ancora a quel periodo, individuato dagli autori nel biennio 1993-1994, in cui i filoni interni al continuum ancora non si erano cristallizati in generi certi e definiti. Alcune delle tracce poi giravano già da tempo, ma poco importa: al di là di reazioni e giudizi sommari, si tratta senza dubbio di una delle uscite chiave di inizio 2015.

Mumdance sarà tra i protagonisti dellʼaftershow del live di FKA Twigs che Noisey presenta, insieme a Club To Club, questo sabato 7 marzo. Abbiamo quindi pensato di raggiungerlo al telefono e scambiare due chiacchiere su Proto, grime futurista e narrativa cyberpunk.

Ciao Jack. Ho visto che non sarai alla festa per il secondo anniversario di Boxed, come mai? [Boxed è la serata londinese ideata dai vari Logos, Mr Mitch & co, casa della cosiddetta “new wave of instrumental grime”, ndr].
È che sarò impegnato col lancio del mix che ho fatto per la serie Fabriclive. La presentazione al Fabric sarà di lì a breve, ci sarà ospite anche Logos, quindi...

Mi piacerebbe venire a vedere. Intendo Boxed: ascoltando le cose del vostro giro mi sono sempre chiesto: “ma come fa la gente a ballare questa roba?”. Poi quando avete fatto il vostro Boiler Room un poʼ ho capito, credo.
In effetti ci sono diversi modi in cui il pubblico reagisce. Quasi sempre riesce a entrare nella musica e in una maniera o nellʼaltra balla, ma ci sono anche dei momenti in cui chi sta lì si ferma, resta in piedi e si mette allʼascolto. Ci piace fare questi movimenti “su e giù”, con dei picchi a cui seguono tracce più astratte e fluttuanti, ma se ci pensi non è una cosa nuova: prendi quando venne fuori la dubstep. Come facevi a ballarla? Era così lenta...

In ogni caso con Proto avete deciso di fare una, come dite voi, “collezione di club banger”, quindi direi problema risolto.
Sì, è un disco molto rivolto al dancefloor. Quando io e James abbiamo cominciato a lavorarci, volevamo qualcosa che funzionasse a casa ma anche nei club, è stata proprio una scelta. Anche se comunque ha i suoi momenti strani....

Viene un poʼ a mancare lʼelemento weightless, però.
È vero. Lʼunico pezzo realmente weightless è "Cold", quello di chiusura, che comunque è una traccia molto aggressiva, scura... solo che ha degli spazi da esplorare. Su Different Circles uscirà a breve il nuovo Logos e quello vedrà un ritorno più deciso a quel tipo di atmosfere lì. Per quanto mi riguarda, devo ancora capire bene come muovermi in futuro. Lʼanno appena passato ho fatto uscire un sacco di roba e quindi vorrei fermarmi un poʼ, sperimentare cose nuove, lavorare con dei vocalist... Lʼultima volta mi sono fermato due anni, stavolta spero di non arrivare a tanto.

Tempo fa hai scritto che “alcune persone si sono fatte lʼidea che vogliamo demolire tutto e creare una cosa tutta nuova”. Ho paura di essere una di quelle persone, devo dire. Nel senso che la tua musica, così come quella di Logos, mi è sembrata una di quelle che in tempi recenti più ha ragionato sullʼidea di “futuro”, se capisci cosa intendo.
Credo di sì, ma è anche un argomento controverso. Nel senso: cosa significa “futuro”? Sicuramente la musica che facciamo viene da una serie di esperienze —la jungle, lʼhardcore ecc—che per il futuro provavano una specie di ossessione, anche a livello tematico. Però erano anche tutti generi che sperimentavano allʼinterno dello stesso idioma, e che di quellʼidioma rappresentavano unʼevoluzione logica; da un suono si passava a quello dopo, da una cosa ne nasceva un altra. E noi non facciamo che inserirci in quel percorso lì: è questo che intendo quando dico “non vogliamo demolire tutto”. Non so, se uno volesse fare qualcosa di completamente originale e inaudito, probabilmente non dovrebbe mai aver ascoltato musica dance. Oppure dovrebbe essere sordo.

A proposito di futuro: so che sei un fan della narrativa di fantascienza. La tua traccia "The Sprawl", così come il progetto assieme a Logos e Shapednoise dallo stesso nome, è un omaggio a William Gibson, giusto?
Sì, sia io che James siamo grandi appassionati di fantascienza, e io in particolare sono cresciuto leggendo narrativa cyberpunk perché... beʼ, proprio perché ero un fan di jungle e hardcore, e anche in quel caso si trattava di musiche che dipingevano un futuro molto buio, distopico, quindi tra le due cose cʼera unʼassonanza evidente. Il progetto che io e Logos stiamo portando avanti con Shapednoise rimanda proprio a quel tipo di estetica: è un poʼ che lo stiamo portando in giro e per tutti e tre si tratta di unʼesperienza molto interessante, perché sostanzialmente si tratta di improvvisazione libera per drones e noise, ispirata dallʼimmaginario urbano e oscuro che viene dai libri di Gibson. Come ti dicevo prima, non è che vogliamo fare i rivoluzionari a tutti i costi. La fantascienza è unʼispirazione come unʼaltra, sono tutti elementi che ti aiutano a fare musica il più possibile interessante... almeno spero.

Adesso cosa stai leggendo?
A Voyage to Arcturus di David Lindsay, lo conosci? È la storia di questo tipo che va su un pianeta chiamato Tormance, e che fa tutta una serie di incontri con gli alieni del posto. Sta lì, parla con loro, discettano di filosofia, poi alla fine cʼè sempre uno che muore. È un libro molto strano, se non lʼhai letto te lo consiglio...

Sarò sincero: no, non lʼho letto. Però sa molto di Trilogia spaziale, quella di C.S. Lewis...
In effetti è un libro che ispirò molto Tolkien. È del 1920, ma sembra scritto ieri. Credo che Lindsay fosse un mezzo matto, sai... è un sacco psichedelico.

Torniamo a noi: la fantascienza è un altro settore in cui per molto tempo, e cioè proprio dopo la stagione cyberpunk, si è lamentata una certa carenza di stimoli nuovi. Il parallelo con la musica elettronica è intrigante: due generi per definizione proiettati verso il futuro, che a un certo punto si sono come ripiegati su se stessi e che insomma hanno smesso di essere... “futuribili”, ecco.
Uhm, questo è un tema interessante...

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Però poi arrivate voi – dico tu e Logos – e tutta una serie di nomi anche molto diversi tra loro, e mi sembra come se negli ultimi anni sia emerso un sentimento se non futuribile quantomeno “futurista”. Parlo di musicisti che sulla carta condividono poco, che vanno da quelli del giro Night Slugs a cose controverse come lo stesso collettivo PC Music, e insomma, come prima cosa vorrei chiederti se pensi di avere qualcosa in comune con loro.
Non molto, a dire il vero. Cioè, lʼunico vero contatto è che andavo a scuola con L-Vis 1990 e che da quando avevamo diciassette anni abbiamo condiviso un sacco di ascolti, passioni, esperienze... Andavamo agli stessi club, facevamo i dj insieme, ci scambiavamo dischi, solite cose. Però credo che alla base del nostro lavoro ci siano prospettive diverse, anche se è difficile essere obiettivi in questi casi.

Non so, sarà quella sensazione “fluttuante”, post-internettiana, HD, come la vogliamo chiamare?
Ma capisco benissimo quello che intendi. Però è curioso, perché per esempio in Proto abbiamo cercato di evitare proprio quel suono HD di cui parli [in effetti il paragone non contemplava Proto, ma va bene lo stesso, ndr] e di ripartire dalla tecnologia cruda, sporca, della musica che ci piaceva da ragazzi: jungle, techstep, hardcore... È un disco molto UK-centrico, che si muove allʼinterno di una tradizione precisa. Cioè, ci sono delle influenze che vengono anche dalla techno continentale, però tendenzialmente direi che è un disco molto inglese.

Quello sì. Però tu sei anche un tipo che ha viaggiato molto: Egitto, Brasile, Messico... E credo che anche le musiche che hai scoperto in quei viaggi ti abbiano influenzato, giusto?
Assolutamente. Anche se, ancora una volta, sono influenze che in Proto ho voluto mettere da parte. Insomma, a volte hai bisogno di porti dei limiti per essere creativo: è come quando lavori al computer e hai talmente tanti strumenti a disposizione che alla fine ti perdi. Invece, se decidi di concentrati su due o tre strumenti al massimo, magari viene fuori qualcosa di interessante. Credo sia proprio stata una reazione a mie vecchie cose tipo Twists & Turns, in cui erano molto evidenti le influenze che venivano dai viaggi e dallʼaver toccato con mano fenomeni come lʼelectro-chaabi e il mahragan egiziano. Stavolta invece ho deciso di concentrare lo sguardo più “verso casa”.

Ecco, hai citato lʼelectro-chaabi e il mahragan e mi fai venire in mente che spesso li ho trovati paragonati proprio al grime. Stessa cosa per il kuduro portoghese, per dire. Mi viene da pensare che il grime, di suo un genere quintessenzialmente londinese, sia diventato una specie di sentimento, di tavolozza a cui attingere in modo diverso a seconda della latitudine di provenienza. Più che un suono specifico, indica una condizione che è sia musicale che umana: periferie infinite, urbanizzazione incontrollata, hi-tech e baracche...
Sono dʼaccordo, anche se naturalmente dipende dai punti di vista: per esempio, perché non dire che il grime è il kuduro inglese? Ma al di là delle battute: sono tutte musiche che riflettono innanzitutto lʼambiente in cui sono nate. Al tempo stesso è interessante come, grazie a internet, il grime sia diventato un fenomeno così globale; prendi per esempio Rabit, che è uno dei miei producer preferiti in assoluto: lui è americano di Houston, e riesce a fornire unʼinterpretazione del grime che io, dalla mia prospettiva inglese, non sarei mai riuscito a immaginare. Mi piace quando le cose prendono pieghe del genere, quando elementi così diversi si contaminano tra loro...

È un poʼ come tornare alla metafora dello sprawl, che è un termine di derivazione urbanistica e che sta sostanzialmente a significare la crescita caotica delle periferie cittadine, al punto che non si può più distinguere tra la fine di una città e lʼinizio dellʼaltra. Adesso però, con internet e tutto il resto, è come avere a che fare con una specie di megalopoli globale, e musiche come lʼelectro-chaabi egiziana o il kuduro portoghese mi sembrano come il più naturale esito di questa condizione al tempo stesso apolide, ipertecnologica e meticcia. Trovo sia unʼimmagine affascinante, dopotutto.
Anche perché riflette su come il concetto di identità sia praticamente esploso per via delle comunicazioni globali. Certo, se pensi che i produttori egiziani impiegano giorni interi per un solo download (lì internet può essere lentissima), capisci anche come certe cose vengano da dentro i luoghi, più che dallʼemulazione di quello che viene da fuori. Però sì, è un altro aspetto interessante.

Per chiudere: che mi dici del volume che hai preparato la serie Fabriclive?
Contiene molte tracce commissionate apposta per lʼoccasione, quindi dentro cʼè un sacco di roba nuova firmata Shapednoise, Untold, o anche Jefre Cantu-Ledesma. Ho provato a raccogliere quelli che sono i miei interessi sia attuali che del passato, quindi oltre a un sacco dei miei producer preferiti cʼè anche molto materiale ambient, astratto, musiche “strane”, assieme a roba più ritmica. Non volevo fare il solito mix headbanging che va avanti per unʼora, mi piaceva più lʼidea di mettere assieme suoni a cui gli ascoltatori potessero tornare con calma, a casa, anche se sulle prime certe scelte possono suonare respingenti. Non parlerei di sfida, quanto di una selezione “interessante”. Alla fine, cerco solo di fare il meglio che posso.

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