Novecento Decibel

La storia di un disco molto bello e personale che fu, ovviamente, un insuccesso clamoroso.

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ago 29 2014, 12:35pm

I risultati degli effetti del CD Psychoacoustic Brain Power su pazienti affetti da sindrome fibromialgica sono stati inviati al XX Congresso della Sezione di Psicologia Sperimentale (Associazione Italiana di Psicologia), che si terrà a Pavia, 15-17 settembre 2014.

Italian Folgorati dunque ne approfitta e prende la palla al balzo da questa bizzarra notizia che a molti dirà meno di zero: eppure è legata con un doppio nodo scorsoio al precedente articolo. Com’è possibile? Ebbene, gli autori di tale diavoleria, dall'estetica ai limiti della digital art, sono Silvio Capeccia e Fulvio Muzio, rispettivamente braccio destro e sinistro di Enrico Ruggeri nell'avventura Decibel. Dunque quello che rimane di una delle band italiane più estrose di sempre è una sterzata netta dalle sferragliate punk alla pace del cervello? Sembra non ci sia alcun filo conduttore, in realtà il gruppo ha nel DNA il gene della mutazione perenne. All’inizio si chiamavano Champagne Molotov e guidati da Ruggeri si davano a un prog decadente stile Van Der Graaf Generator (band che ancora il nostro Enrico spesso posta sulla sua pagina Facebook). Presa coscienza dell'inadeguatezza del genere durante gli anni di piombo, buttano a mare le tastiere e virano verso un ibrido punk/hard rock, ottenendo il primo contratto discografico nel 1978. Ovviamente non suonando neanche una nota: semplicemente organizzando a Milano un finto concerto punk che non avrà mai luogo, provocando una rissa fra tribù urbane. Dal look improponibile ed eterogeneo, i Decibel all’epoca furono una specie di sputo negli occhi tra il grottesco e lo scandaloso. Mi auto cito dall’albetto Pop(pe)—bicromatica guida alla musica borghese più colorata: “I Decibel hanno influenzato più gente oggigiorno di quanto non abbiano fatto in trenta anni. Il perché è molto semplice, ci troviamo di fronte a un gruppo spiazzante che confonde il punk con l’heavy metal, il synth pop con l’Oi, quasi skippassero continuamente l’attenzione.”

I Decibel pubblicano quindi il loro primo album senza titolo, comodamente chiamato Punk dagli aficionados. Anarcoidi e provocatori, coi loro acerbi brani politici e vagamente sociologici, fustigano autonomia e DC: sono orgogliosamente di cattivo gusto—basti pensare al loro logo, letteralmente una cippa di cazzo ricavata dalla lettera iniziale e finale del loro nome, o alle performance televisive d’epoca decisamente spiazzanti della serie “Siamo violenti perche Milano è una città violenta”, con tanto di studi televisivi distrutti da cima a fondo e risse al loro passaggio.

Dopo questa fase street decidono di cambiare nuovamente stile e stare al passo coi tempi avvicinandosi alla new wave di stampo Devo. Reclutano un batterista di 15 anni che più tardi scaricheranno letteralmente in un autogrill, e con l'arroganza della gioventù pubblicano un 45 giri che in un sol colpo elogia la rapina (a mano armata) e deride ferocemente l'evasione "di sistema" degli impiegati in discoteca (“Indigestione Disko”). Le mire del quartetto però sono di base le classiche del rock: cercare il successo, ampliare i loro sostenitori, drogarsi e farsi quante più ragazze possibili. Ed ecco quindi un'altra mutazione, la svolta arty: con gli Sparks nel cuore, la new wave nel cervello e il look di Costello e Knack, i nostri cambiano assetto e rendono la musica un crossover di influenze, da Kurt Weil all’hardcore punk, il tutto tritato nella canzone italiana, non disdegnando tuttavia l'eredità del beat. Insomma i nostri sono ancora dei cattivi ragazzi che accettano di andare a Sanremo solo per il gusto di contraddirsi e di scuotere gli animi (parteciperanno infatti solo grazie alla presenza degli Skiantos con "Fagioli", i quali però non passeranno le selezioni). “Contessa” sarà l'apriscatole per i consensi di critica e ragazzine urlanti, quanto per l'odio feroce dello zoccolo duro del punk che li vedrà come traditori. Loro se la ridono, fra eccessi e tour in stile "Next Big Thing", senza immaginare il casino che li aspetta.

Infatti la Spaghetti Records, la loro etichetta, si spacca: Sandro Colombini, uno dei più importanti produttori italiani artefice del successo dei vari Venditti, Bennato, Dalla e potremmo continuare all’infinito, allontana Shel Shapiro, ex cantante dei Rokes (a sua volta produttore di successo con un occhio alla new wave e uno al cantautorato) e Silvio Crippa, quello con meno palmares ma abile manager e soprattutto grande amico della band. I Decibel sono a un bivio: secondo Ruggeri l’unico modo per sopravvivere è quello di ricominciare daccapo seguendo Crippa, il solo a conoscerli profondamente, garantendosi così piena indipendenza creativo/promozionale in pieno stile Reediano. Certo, era un rischio: ma per dei consumati punk cosa poteva essere se non l'ennesima eccitante scommessa? Invece, stranamente, gli altri girarono il volante verso Colombini, che non conosce un fico secco della band ma è iperpotente, e per degli ex studenti affamati di denaro e di pagnotta sembra una garanzia. Inizia quindi un calvario legale che vede Ruggeri alle corde, penalizzato all’inverosimile. Come già detto nella puntata precedente, riuscirà a malapena a pubblicare il suo primo disco solista—provocatoriamente intitolato Champagne Molotov a monito dei suoi ex colleghi—per poi vederselo ritirare dal mercato. Levato di mezzo Ruggeri, i Decibel prendono posto al lussuoso castello di Carimate, la sala di incisione più all'avanguardia in Italia, e si mettono a registrare il terzo capitolo della loro discografia sotto l'ala borghese di Colombini. Enrico descriverà perfettamente la pesante situazione nella traccia ”Una fine isterica”, insinuando anche una partecipazione femminile nella rovina della band, anche se nessuno sa chi sia questa Yoko Ono de noantri.

Dal punto di vista strumentale non ci sono problemi, i Decibel sono polistrumentisti accaniti, Fulvio Muzio è l’autore delle musiche di “Contessa” quindi non è proprio l’ultimo coglione. Ma il cantante? Come sostituire una personalità come Ruggeri? Capeccia si accolla questa responsabilità: non è un grande interprete e quindi basa tutto il suo lavoro sulla tradizione vocale punk per eccellenza, quella dello "stigrancazzi". Sembra uno stranissimo incrocio fra il cantante dei Kaos Rock e Mario Castelnuovo, in alcuni casi tenta pure di imitare Brian Eno. I testi tendono a diventare più cupi, l'ironia surreale che fu di Ruggeri viene smussata con un darkume diffuso, una costruzione meticolosa, ad opera di entrambi: Colombini, a ragione di questo, si convince a far partire la nuova fase e si trasforma suo malgrado in Malcom McLaren, che faceva cantare chiunque al posto di Rotten come a dimostrare che non c'era bisogno di lui per arrivare in vetta.

Viste le premesse si potrebbe pensare a dei Decibel rassicuranti e oramai in pantofole. Al contrario, prodotto da quel Mauro Paoluzzi che già trattammo in svariate sedi, il disco sembra curiosamente andare in direzioni più pesanti, con un concept quasi impossibile, come a voler sintetizzare il secolo morente nello spazio di un album. Siamo nel 1982: Novecento—questo e' il titolo-—si apre con la title track di prepotente elettronica ossessiva, con tanto di vocoder, batterie alla Modern Eon ed effetti impressionistici. Si narra di un'umanità che con le favolette del progresso si ritrova governata da automi senza anima. Una specie di "Essi Vivono" in pillole, con dei punti di riferimento ben precisi quale la wave mitteleuropea e soprattutto gli Ultravox. Si intuisce che il disco non sarà proprio il seguito di Vivo Da Re, che alla serietà concettuale sostituiva il piacere dello sberleffo cinico.

Inaspettatamente, però, il pezzo successivo, con un piano effettato che manco i Simple Minds d'epoca, trova dei Decibel intimisti che ricordano con autoindulgenza i sogni di gloria di gioventù, sogni che continuano ad essere una perenne battaglia. Siamo d'accordo, a nessuno frega un cazzo di Muzio seduto al piano che sogna di essere famoso, ma a chi non è successo almeno una volta nella vita? Ecco perché il brano tutto sommato mantiene il suo fascino: la band sembra anche troppo timida rispetto al passato da sbruffoni, anche s tra le righe sembra affiorare un piglio neoclassico e orgoglioso alla Spandau Ballet.

Con “Tutti Contro Tutti” ritroviamo però i Decibel di una volta, quelli duri. Senza ironia, ma con atmosfere noir di stampo fumettistico, i nostri, su una base di massiccio elettropunk, narrano gli anni di piombo in quel periodo all'apice, quelli delle rapine, delle gambizzazioni, degli omicidi per raggiungere il potere. Una citazione di Laurie Anderson sottolinea il superomismo impazzito dei "nuovi eroi" che un tempo i Decibel dichiaravano ormai spacciati. Poi arriverà Ramazzotti a rimetterli sul podio giovanile, ma quella è un’altra storia.

L’umanità viene ancora una volta spazzata via con “Islamabad”, una canzone dal punto di vista di un mercenario di guerra, o forse di un fotoreporter senza scrupoli. In realtà è solo slancio futurista: sembra di leggere una lettera dal fronte di Sant'Elia o di sentire il motto marinettiano "Guerra sola igiene del mondo" nei versi "Fuggo dal tran tran/Di un mondo di Moplen/Ecco perché/Ovunque c'è /La guerra fa per me." Un brano che ricorda i salti umorali di una Lene Lovich strabica, ma forse non sfigurerebbe neanche nel repertorio della Sacred Bones se fosse più sporco.

Ecco che ci troviamo di fronte al capolavoro del disco, ovvero “Valzer Bianco Radioattivo”. Apparentemente un inno alla scienza, in pratica una versione alla Decibel del tema già trattato dai Kraftwerk di Radioactivity. Su una partitura alla Rabagliati si riducono le emozioni a formule chimiche, una specie di romanticismo del futuro (in un certo senso anche stilisticamente siamo vicini ai canoni new romantic a quel tempo in ascesa). Ci immaginiamo il valore aggiunto della voce di Ruggeri se quest'ultimo fosse stato ancora in formazione. E in effetti recentemente Enrico l’ha reinterpretata con Capeccia nello spazio esclusivo di un live, facendo la felicità dei Decibeliani di tutt'Italia.

L'Ironia nera invece riaffiora nel brano più paranoico del disco, ovvero ”Uomini in coda”. Una marcia funebre di wave evoluta narra di gente in fila schiacciata dalla burocrazia, scenari orwelliani da stalinismo futuribile e cavalcate alla Midge Ure, ancora una volta punto di riferimento tecnico/sonoro. Di sicuro i nostri ambiscono ad essere gli Ultravox italiani, forse anche per le influenze prog di questi ultimi che si riallacciano al passato dei primi Decibel.

Lo ribadiscono con “Stregoneria”, che è appunto una cover degli Ultravox: nello specifico trattasi di "I remember (Death in the afternoon)" tratto dall’album certificato gold Rage In Eden. Viene qui trasformato in una litania esoterica tutta anatemi, abbastanza fedele all’originale per quanto riguarda l'arrangiamento ma molto distante in quanto a mood: Capeccia infatti più che cantare qui sembra una gallina sgozzata.

Chiude il disco una versione strumentale di ”Novecento”, in odore di “Trans Europe Express”. La fine è un nuovo inizio e per l'occasione i Decibel confezionano una copertina micidiale che raffigura una valvola spezzata a metà da un proiettile, simbolo del secolo fatto a pezzi dalla violenza: si preparano quindi con fiducia ad affrontare critica e pubblico.

Ebbene, la critica si spacca esattamente a metà: quella fedele a Ruggeri stroncherà il disco, quella di vedute più ampie ne riconoscerà il valore. La copertina sarà pluripremiata e riconosciuta come una delle migliori dell'anno: ma non basta a far decollare l'album. Il problema è che la mancanza di un frontman è un serio handicap per la band, che tra l'altro adottano un look da yuppies lontano anni luce dal dandysmo maledetto del passato. Colombini—come da previsioni di Ruggeri—si disinteressa praticamente subito al progetto, col risultato che il disco è introvabile nei negozi, i fan sono imbestialiti e e passaggi radiofonici pressocchè nulli. La scarsa promozione farà scattare un dietrofront micidiale alle ambizioni dei Decibel, che si cacheranno letteralmente in mano decidendo di riprendere gli studi interrotti (medicina per Muzio e marketing per Capeccia). Seguirà quindi un periodo di ramadan sonoro: una volta preso il pezzo di carta e stabilizzatisi economicamente, i Decibel riprendono a suonare, contraendo però una fobia dell'industria musicale tale da esibirsi esclusivamente in situazioni carbonare, tipo in sala prove, in club fumosi sotto falso nome, oppure in secret show esclusivissimi solo per addetti ai lavori. Di quella che viene chiamata la "fase elettronica", a parte Novecento, non rimane documento, anche se probabilmente molti degli esperimenti dei nuovi Decibel saranno importanti per lo sviluppo della musica italiana quanto quelli di Sabbione nel periodo Matia Bazar.

Rimane un'ipotesi, perché ancora non è chiaro se i nuovi Decibel abbiano relegato la loro attività a poco più di un hobby: fatto sta che nel frattempo Ruggeri ha fatto il botto commerciale, dando la spallata decisiva alle ambizioni del gruppo. La fine della band sembra evidente, ma ecco l’ultimo guizzo nel 1998 con l’album Desaparecida prodotto dal fedele Shapiro in cui si convertono con entusiasmo alla new age, addirittura anticipando l’era del download pubblicandolo esclusivamente online con un buon successo di vendite. Da quel momento approfondiranno il discorso musicale tanto in termini spirituali quanto scientifici, con esperimenti di musicoterapia, installazioni digitali e una caterva di robe astruse dai risultati artistici altalenanti ma comunque sempre sperimentali. E i rapporti con Ruggeri? Beh, oramai sotterrata l’ascia di guerra, nel 2010 Enrico li inviterà a Sanremo per suonare con lui il brano "La Notte Delle Fate", dimostrando che sbagliando s’impara, ma non abbastanza da scrivere un brano degno di questo nome.

Ad ogni modo Novecento getterà il seme della fase scientifica dei Decibel: d'altronde non è mai stato ristampato, trovarlo online è abbastanza difficile e vive in un limbo spaziotemporale tutto suo, fra il culto iniziatico e il disinteresse totale. Ma ai Decibel non importa molto, indaffarati come sono nel loro laboratorio: chi lo sa che in futuro non li vedremo sonorizzare gli interni di un modulo lunare, magari mentre la gente dorme con le cuffie wireless alle orecchie. Come recita il testo di "Novecento": "Chi vivrà vedrà/Grande novità troverà".

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