L'ultimo tango dei Matia Bazar

Italian Folgorati si prepara a Sanremo col gruppo da festival per eccellenza: i Matia Bazar, e gli strani esperimenti pop del post-"Tango"

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feb 5 2015, 9:40am

I: Contate molto sul festival?
MB: Certo (…) abbiamo fatto un enorme lavoro di rinnovo. Sanremo può dirci se ci siamo sbagliati nella strada che abbiamo scelto o se dobbiamo continuare nel lavoro intrapreso.

(Intervista tratta da Profili Musicali, 1983)

E siamo dunque anche questa volta arrivati al countdown per il festival di Sanremo. Incredibile ma vero, neanche il 2015 ci ha permesso di vedere smontato il baraccone : che per inerzia e a furia di presentatori lampadati ( ricordiamo la battuta del compianto Maurizio Arcieri a Carlo Conti .. “ma che truccatore di merda hai? Sembri un marocchino”) e vallette improvvisate (Emma? Arisa? Ma che scherziamo?) oramai ha quasi raggiunto l’età di fondazione di una città del pontino. Guardi i big e ti metti le mani fra i capelli. Come già scrivemmo parlando di Orietta Berti, lontanissimi sono i tempi di "Vacanze Romane", quando ancora un briciolo di sperimentazione pop calcava il palco ligure e i Matia Bazar capitanati da Antonella Ruggiero impartivano lezioni di gusto agli spettatori Rai. Già, perché a Sanremo costoro hanno vinto e stravinto, affidando a volte al festival il successo di un’operazione. E uno dei modi per esorcizzare tutto ciò è approfondire un periodo ben preciso e poco frequentato dei Matia Bazar: quello incompromissiorio del post-Tango.

Per ricapitolare un po’, diciamo che i Matia Bazar erano un gruppo pop di successo, di alta classifica. Facevano dei pezzi ben congegnati, nel bene e nel male delle perfette porcellane musicali. Giancarlo Golzi, il batterista, veniva da un gruppo prog osticissimo e scuro, i Museo Rosenbach, che come loro prima prova scelsero un tema “leggerissimo”, lo Zarathustra di Nietzsche

Gli altri (il tastierista e capoccia Piero Cassano, Carlo Marrale alla chitarra e Aldo Stellita al basso) dai JET, che non erano certo un gruppetto, bensì degli hard rocker impuniti. Avevano pubblicato nel ‘72 un disco dal titolo “Fede Speranza e Carità” dalle tematiche scomode tipo preti che vogliono scopare e roba del genere: un disco allucinante e marcio. Quindi i Matia Bazar uniscono due mondi “fuori”, cuciti dalla voce e dal carisma di Antonella Ruggiero, all’epoca battezzata “Matia”, che in genovese vuol dire matta. Con questo pseudonimo incide un 45 giri scritto proprio da Stellita e Cassano in cui fa soltanto scat vocale, mettendo in mostra la sua versatilità, la sua potenza e la sua stravaganza. Insomma, sulla carta il gruppo è composto da sbroccati totali: appunto “il bazar dei matti”.

Ma ben presto è necessario pensare al soldo, per cui i nostri si allontanano dalle precedenti fulminazioni e si danno al pop: raffinato, si, ma sempre pop. Cassano—il più affezionato alla melodia—prende le redini della situazione, forte anche della relazione con la Ruggiero, e i nostri sbancano. Il classico “Per un ora d’amore” è il loro primo successone, un inno per scapoli che sicuramente avrà fatto figliare molti. “Ma perché” non funziona sul palco dell’ Ariston ma spopola fra i pischelli: la Ruggiero lancia virtuosismi abrasivi e la band si esprime tra Santana e il punk. Fa ben sperare, ma l’ennesima partecipazione a Sanremo resetta tutto: nel ‘78 vincono clamorosamente con “E dirsi ciao”, brano romanticozzo con la voce della Ruggiero sacrificata rispetto agli inserti maschili del padre-padrone Cassano. È lontana la predominanza carismatica di Antonella, penalizzata da maschilismo vocale, ma i brani che la vedono protagonista funzionano indubbiamente di più.

Con “C’è tutto un mondo intorno” dell’80 le cose cominciano a cambiare e “Matia” è diventata una star a tutti gli effetti. Parliamoci chiaro: il loro pop rock è arrangiato coi controcazzi, talvolta uscendo dagli schemi, ma rimane un “prodotto”, a volte anche abbastanza paraculo. La band pensa che forse è il caso di tornare a osare di più, anche perché i tempi sono maturi: è il 1981 e le uscite alla “Stasera Che Sera” risultano vecchie. Cassano vuole rimanere coi piedi saldi sulla vetta, ma è in minoranza. Tra l’altro la Ruggiero stavolta flirta con Stellita, per cui Cassano abbandona il gruppo, coronando in seguito il suo sogno mainstream con Eros Ramazzotti, che trasforma da ragazzo con le adenoidi ipertrofiche a fenomeno. I Matia Bazar però hanno altro per la testa: tramite un amico comune Scovano un giovane tastierista di nome Mauro Sabbione, un tizio che fa pianobar con l’intera suite di Tubolar Bells (!) e fa collezione di synth. Comprano dischi d’importazione ed ecco crescere quelli che sono i veri Matia Bazar, quelli che ci interessano.

I dischi di importazione di cui sopra non sono affatto pop: trattasi di Tuxedomoon, Joy Division, OMD... Stellita ha origini tedesche, e la mitteleuropa elettronica diventa un’ossessione. Comincia a scrivere testi sulla seconda guerra mondiale e canzoni al limite della poesia sonora, l’elettronica entra a pioggia. Sabbione si fa mettere a disposizione dalla Ariston ( l’etichetta, non il teatro Sanremese) le tastiere più in voga e smanetta coi primi sequencers, senza limitarsi ai preset come succedeva in precedenza. I membri della band si vestono da nazisti, si truccano, Golzi si arma di batterie sintetiche, la Ruggiero esplora i limiti della sua voce quasi fosse Lene Lovich, e le chitarre esplodono di chorus. Ai discografici prende un infarto: avevano un gruppo pop e ora si ritrovano dei minacciosi synth-punkettoni del cazzo. Il risultato è che nell’82 la band dovrà autoprodursi il seminale Berlino, Parigi, Londra. Su tutte queste innovazioni e la minacciosa mise della band, però, aleggia ancora lo spirito di Cassano, che per motivi contrattuali firmerà la musica di tre brani del disco ("Io Ti Voglio Adesso", "Che Canzone È", "Stella Polare"), che viene però vestita dai testi avveniristici di Stellita e resa nel modo più aspro possibile, tanto da ottenere dei capolavori.

Una volta risolto il problema Cassano, i Matia Bazar dell’ ’83 sono pronti a partorire il Gesù del technopop italiano: Tango. Che sia un disco epocale ormai lo sanno anche i sassi, difficile trovare detrattori. Perfetto lavoro in cui elettronica, classicità, musica da ballo e sperimentazione vanno a braccetto. I testi di uno Stellita sempre più poeta e sempre meno canzonettaro sono tra l’astratto e l’ironico, ma anche intrisi di politica. Tecnologia a manetta, da fare invidia a uno studio britannico: i nostri usano i computer con sistemi come l’Alpha Syntauri, primo sintetizzatore digitale associato all’Apple II. Alla produzione arriva Roberto Colombo, cioè il vate/genio di tutto il synthpop italiano possibile (Ivan Cattaneo, Alberto Camerini, Garbo, Le Orme ecc.) che viene direttamente da un passato solista pieno di Frank Zappa e di jazz rock più sgomitato, un personaggio dal curriculum inattaccabile.

A dire il vero, l’ingresso di Roberto Colombo arriva come un meteorite sulla terra. Da produttore diventa, infatti, a sua discrezione il membro aggiunto dei Matia Bazar: accorcia code musicali, toglie tastiere, aggiunge effetti, mette la mano pesante sulle ritmiche, facendo in qualche modo infuriare Mauro Sabbione, fino ad allora egocentrico deus ex machina del discorso elettronico. Le scintille fra questi due maschi alfa però danno vita a un discone che riesce addirittura ad anticipare la techno e la IDM ( l’incredibile "Elettrochoc", brano dalle forti connotazioni politiche, contro la neopsichiatria). I bpm sono a cannone, l’idea di una classicità postatomica vede la Ruggiero acchittata come una specie di Klaus Nomi italiana ( le lezioni di lirica aiutano tale metamorfosi), anticipando anche le poetiche del “ricordo del ricordo” in voga in questi anni 2000. Insomma, una bomba.

Ma dove sganciarla? Nel posto più adatto per fare una strage: il Festival di Sanremo. I nostri partecipano con “Vacanze Romane”, inserendosi in maniera dirompente nella falda spaziotemporale fra tradizione canora italica e postmoderno, tutto robot arrugginiti e discariche storiche. Aleggia la benedizione di un brano senza tempo che, nonostante sia composto da microplagi di brani anni Venti/Trenta mantiene il vigore di un’opera d’arte totale. I nostri si presentano sul palco dell’Ariston elegantissimi, la Ruggiero in tallieur demodè, imbracciando però strumenti da ritorno al futuro: contrabbassi elettrici, percussioni elettroniche, schermi del pc schiaffati in fronte al pubblico. L’esibizione dei Matia ovviamente fa sbroccare tutti, Fellini impazzisce e vuole la canzone per "La Nave Va" perché Mastroianni la canticchia mentre si rade. Il brano all’inizio stenta a decollare. A Sanremo arriva solo quarto, forse per lo shock iniziale, ma vince il premio della critica .

La storia vuole che a Sanremo sarebbe dovuta andare "Palestina", uno dei brani politici dell’album (famosi i live in cui la Ruggiero canta il ritornello mostrando prima il pugno e poi il saluto fascista): ma Marrale completa in una notte l’abbozzo di un pezzo scartato, forse in competizione con l’amico/collega . "Vacanze Romane" da aborto diviene il brano di punta, numero uno in classifica. Da questo momento i nostri eroi vengono ricercati da tutti: dal teatro d’avanguardia (Falso Movimento), alla moda (Valentino, Coveri), tutti desiderano collaborare coi Matia. Questo perché i loro spettacoli sono oramai multimediali: il tour di Tango è un innesto video/teatrale coordinato dalla versatile regista e performer Cinzia Bauci, in cui il gesto è musica e ogni particolare è messo a punto per esaltare quest’ultima. L’esperimento si rivela proficuo, tant’è che i nostri hanno in mente un nuovo progetto, un disco che sarà però tutt'uno con lo spettacolo dal vivo: Hotel Mister Kappa, ispirato alle opere di Kafka. In linea con l’aria che tira in Europa e nel mondo e forse anticipando la multidisciplinarietà ( vedi Laurie Anderson con Home Of The Brave dell’86), negli spettacoli è previsto di tutto e di più, coinvolgendo realtà artistiche diversissime fra loro. Un po' come i CCCP, i Matia Bazar stanno inglobando al loro interno anche il teatro. Il problema è che il progetto non piace molto alla Ariston, che pressa solo per un sequel di Tango. A questo punto, l’ estremista Sabbione viene messo in minoranza dai suoi compagni in cerca di un compromesso storico, e decide di fare le valigie. Prima di questa decisione ha però modo di dare il massimo in alcune misconosciute prove dei nostri, che andiamo qui a vedere.

Innanzitutto i Matia Bazar (non nuovi a successi oltralpe), sbarcano in Giappone. Trascinati dallonda elettronica degli YMO e soci nipponici, dopo il successo ivi riscosso con “Tango” ripubblicano Berlino Parigi Londra nella terra del sol levante con titolo sbagliato e l’aggiunta di un brano inedito in Italia, il singolo “Il Treno Blu”: un valzer elettronico che starebbe bene nella gola di Jun Togawa, in perfetto bilico fra pop orientale e algida minimal tedesca. Si citano moschee, l’Orient Express con un minaccioso intercalare di “Ein Zwei Drei” che manco i Berlin Express di “The Russians Are Coming”). Diventerà anche il tema di una pubblicità, a detta di Sabbione “oscena”, ma sicuramente sarà stata un capolavoro.

Dopo questo exploit, i Matia Bazar di Sabbione si infilano nell’operazione più ambiziosa di sempre, ovvero la compilation Architettura Sussurrante. Trattasi di messa in musica postmoderna dei testi del geniale architetto Alessandro Mendini, un vinile in edizione limitata a duemila copie, oggi costosissimo nella sua rarità, ed esposto al MOMA. IIl gruppo prende il testo, lo frulla dentro uno dei primi sintetizzatori vocali e lo musica con una furia inaudita, tra il gelido e l’isterico. Il ritonello pero’ è degno di un coro da stadio, dritto come un fuso, e il resto è ritmiche pestatissime, abbondanza di vocoder e disastro vero. Il brano avrebbe dovuto trovare posto nel disco abortito dell’84, ma invece fa compagnia ad altri egregi brani di elementi dei Magazzini Criminali e Monofonic Orchestra fra gli altri.


Sarebbe da capire che fine hanno fatto i provini di HMK per capire il vero impatto dei Matia Bazar se avessero completato il tutto. Un’idea possiamo farcela con la colonna sonora di Magic Moments del premiatissimo Luciano Odorisio, dove oltre a “Il Treno blu” troviamo l’ossatura di “Cercami Ancora” e addirittura di “Souvenir” (presentato a Sanremo un anno dopo nonostante la melodia fosse già in qualche modo edita, contro le regole della gara) e un paio di cover mai pubblicate. L’unico brano di cui si ha traccia è l’assurdo e iper vaporwave “Daphne” eseguito dai Matia Bazar per la prima e ultima volta alla Biennale Musica. Poi Sabbione decide di mollare per fondare i Melodrama, nel tentativo di unire la new wave industriale al melodramma, con risultati alterni (tanto che finirà coi Litfiba tamarri di El Diablo).

Le motivazioni dell’abbandono di Sabbione sono un po’ strane: non gradisce la sterzata ipertecnologica e speedpop del sequel di Tango ovvero Aristocratica dell’84. In questo caso le perplessità sono stranamente condivise anche dal produttore Roberto Colombo, per l’occasione nuovo tastierista. Entrambi si sbagliano: trattasi di un grandissimo disco hd, digitale, frenetico, quasi proto-accelerazionista, che sarebbe stato bene a fine anni novanta nel catalogo della Warp e che probabilmente si trova nella collezione di dischi di Arca. Quando un’opera rende perplessi i suoi stessi autori non può che vivere di vita propria: Aristocratica resta perciò una scheggia impazzita. E poi i Matia Bazar non hanno abbandonato l’idea multimediale, anzi, Cinzia Ruggeri (uno dei più importanti nomi italiani di moda postmoderna) confeziona per loro abiti in stile Bauhaus e cravatte di gomma, riprendendo le immagini di copertina curate da Alessandro Mendini, che col suo studio Alchimia sarà fondamentale nella crezione dell’immaginario della band. I live sono sempre più deliranti, e invece di andare a braccetto con l’industria discografica sembra che la vogliano prendere per il culo.

La consacrazione arriva al world popular song festival di Tokyo, in cui i Matia presentano l’ inedito “Cercami ancora”, un pezzone che li porta direttamente al secondo posto della manifestazione. Ballatone elettronico tipo colla a presa rapida, col nuovo tastierista Sergio Cossu in azione, autore anche del monumentale inno "Ti sento", successo interplanetario. La versione originale è presente solo sul rarissimo vinile della manifestazione, stampato in copie limitatissime.

Dopo questa fase i Matia Bazar si addolciranno, mantenendo classe ma sedotta dal pop patinato e dall’eurodance coi risultati eccellenti che tutti sappiamo. Chiudono il loro mito a Sanremo ‘88 presentando "La prima stella della sera”. La coppia Ruggiero/Stellita si sta sfaldando, la musica comincia a tornare indietro ai tempi di "Mister Mandarino". Red Corner è il canto del cigno di quei Matia irripetibili: la Ruggiero si mette addirittura con Roberto Colombo, con cui calcherà ancora il palco dell’Ariston vincendo e sfornando convincenti album solisti. Mentre i Matia, con la nuova cantante Laura Valente, virano verso il rock influenzati dall’onda grunge. Purtroppo nel 1998 la morte improvvisa del grande poeta Stellita ha impedito una risalita verso l’Olimpo: una tragedia che porta la band di nuovo in mano a Piero Cassano, richiamato da Golzi in un impeto francamente suicida e autolesionista. Diventano infatti un gruppo pop da operetta con altre partecipazioni a Sanremo tra le quali un terzo posto e una ennesima vittoria nel 2002. Che tanto declino sia proprio colpa delle continue partecipazioni al Festival? Probabile: i veri Matia Bazar per noi sono lontani dal campanile e viaggiano in un eterno Orient Express cullati da versi profetici: "Parigi stasera é piú grande che mai/E gli occhi d'Europa puntati su lei/L'autunno é diverso a la gare de Lyon/C'é nebbia c'é ansia/C'é chi parte e chi non."

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