Holidays Records, in vacanza dalla musica inutile

Dal punk alla poesia sonora passando per il free jazz: Stefano Rosti racconta i dodici anni e le evoluzioni della sua label.

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giu 1 2016, 7:39am

I Jooklo Duo con Hartmut Geerken

Ci sono poche etichette oggi come oggi che possono dimostrare di lavorare egregiamente senza troppi battage pubblicitari e strepitii: un lavoro fatto bene, di cuore, per il piacere di farlo, ma nello stesso tempo pensato per rimanere. Questo è lo spirito con cui Stefano Rosti porta avanti la sua Holidays Records, label eclettica con sede a Milano. Nel suo catalogo si trova dal free jazz alla psichedelia occulta agli esperimenti vocali, ma anche l’hardcore: insomma c’è di tutto. Personaggio molto schivo (ma è anche un bel ragazzetto che ha fatto il modello per Vivienne Westwood...), Stefano ci ha concesso la sua prima intervista in assoluto, una vera esclusiva. Schivo tutto sommato solo in apparenza, perché poi quando prende il via chiacchiera come un treno e tira fuori dal pozzo racconti avvincenti sulla sua grande passione: la musica e i suoni in un’ottica sperimentale “senza frontiere”. Ci siamo dunque trovati nel giardinetto di un'amica accompagnati dal cane Lula e dal rombo degli aereoplani, per tirare fuori le torbide confessioni che state per leggere...

Noisey: Allora carissimo…siamo finalmente qui, tu sei un uomo difficile lo sappiamo…
Stefano Rosti: Ebbè.. Haha.

Come mai non ti fai intervistare?
Eh come mai… perché il tempo è poco e le cose da dire credo possano essere messe direttamente nei dischi. Già dico un sacco di cazzate tutto il giorno al bar e quindi le cose che riguardano i dischi provo a incanalarle direttamente nell’oggetto.

OK. Quindi qual è il tuo parlare attraverso i dischi?
Urca…subito domande difficilissime! Allora: prendiamola alla larga e cerchiamo di dare una definizione a quest’attività… Holidays da sempre, da quando è nata, è stata una sorta di taccuino fisico in cui trascrivevo i miei gusti e le mie inflessioni musicali e quindi non poteva essere altro che un catalogo schizofrenico, hahaha. S’incomincia con dischi che possiamo tranquillamente definire “punk hardcore” perché nasce quando io organizzavo concerti del genere in uno scantinato buio e poi si evolve perché chiaramente …

Che organizzavi?
Organizzavo concerti in Dauntaun, al Bulk oppure al Garibaldi. I primi gruppi a essere targati Holidays furono Welch, Wendigo, The Death of Anna Karina, K.C. Milian: erano i primi anni duemila. Si parte da quegli albori che credo accomunino molti di noi per poi evolversi con l’allargarsi degli orizzonti d’ascolto. Non ho mai sentito l’esigenza—come molti miei “colleghi” hanno fatto—di marcare con una cesura netta il passaggio dall’etichetta punk hardcore a una seconda esperienza con maggiori pretese. Anzi, potrei tranquillamente dirti di non aver mai avvertito questa virata. Tra l’altro, a proposito di cambiamenti, Holidays nasce che eravamo in tre.

Dieci anni fa giusto?
Dodici. Eravamo io, il cantautore noto ad alcuni con il nome di Rella the Woodcutter (tuttora attivo musicalmente sotto diverse forme) e un terzo individuo, Riccardo, che ora è completamente svanito nel nulla. Rella, nonostante non ci sia più una partecipazione attiva da parte sua, non si è allontanato del tutto, s’interessa ancora del catalogo chiedendomi di portargli le nuove uscite, mentre Riccardo ha preso altre strade e, senza che ci fosse un momento traumatico, è uscito di scena.

E quindi il passaggio da tre a uno è stato cruciale?
Beh, a parte che preferisco tuttora non vedere Holidays come una realtà gestita da una sola persona, non esclusivamente per via della schizofrenia di cui sopra haha, ma molto semplicemente perché mi piace considerare questa esperienza come un “collettivo”, dove tutte le persone che collaborano, che siano gli artisti del disco in questione o la persona che mi presta un disegno per una copertina, automaticamente diventano parte integrante del progetto. Nello specifico: in questo momento sto collaborando a una collana di poesia sonora con Luca Garino, vengo da un mini-tour di un quartetto turco organizzato in sinergia con Matt Bordin di Outside Inside Studio e membro della Squadra Omega e ogni volta che lavoro alla grafica di un disco chiedo una mano a Giovanni/Canedicoda (con cui divido lo studio a Milano e che spesso mi presta il suo riconoscibilissimo tratto, oltre a darmi un parere sulle altre grafiche). Ecco, mi piace pensare che questo coinvolgimento renda queste persone parte del tutto.

Quello che m’interessava, a parte il passaggio numerico “uno / più di uno”, è il passaggio musicale...cioè dall’hardcore a quello che fai oggi…
Mah, come ti ho detto prima credo proprio che quella sia stata un’evoluzione del tutto naturale. Molto semplicemente gli orizzonti d’ascolto dai diciotto anni ai trenta si sono allargati.

Quindi il filo conduttore è la sperimentazione insita nell’attitudine hardcore…
Certo, sì. C’è sempre stata una tendenza alla sperimentazione. Vuoi o non vuoi molti di noi si sono avvicinati alla musica “sperimentale” dopo una prima esperienza “punk”.

Qual è stato il primo gruppo che ti ha fatto deviare?
Sicuramente la prima deviazione si deve all’incontro con la musica elettronica e concreta. Ai tempi a Milano un’etichetta come Die Schachtel ti proponeva in catalogo artisti come Claudio Rocchetti, Nicola Ratti, Andrea Belfi e Giuseppe Ielasi…ma anche ristampe e inediti d’archivio di artisti come Franca Sacchi, Nuova Consonanza e Marino Zuccheri. Affacciarti su un catalogo del genere—attirato dalla presenza di personaggi che conoscevo di persona e vedevo regolarmente suonare sui palchi milanesi—ti apriva un mondo dagli orizzonti larghissimi. Prima ancora di Die Schachtel era stata la Wallace Records di Mirko Spino a introdurmi a delle sonorità più “sperimentali”. E Wallace è una label fondamentalmente “rock”, se vogliamo dargli un’etichetta, anche se non amo molto le etichette e sono particolarmente in difficoltà quando uno mi chiede di dare una definizione di genere a qualcosa… Imporre un casellario dove invece io vedo un flusso.

Questo mi sembra molto peculiare.
Appunto, io mi ricordo che dieci anni fa andavo al Garibaldi o al Torchiera dove un Bruno Dorella ti suonava le percussioni in un pezzo degli Altro una settimana e quella dopo ti proponeva un live dei Nautical Almanac e la settimana dopo ancora sul palco c’erano i Pin Pin Sugar, ad aggiungere un po’ di jazz sbilenco agli ingredienti… Un’altra cosa che m’interessa molto.

Il jazzcore ad esempio ha aiutato in questo passaggio.
Certamente. E infatti Wallace era rock, ma si apriva al jazz … Quindi oggi ho portato il rock, domani ti porterò il jazz… Qualcuno ci mette un oscillatore ed ecco fatto: è un percorso di crescita di cui sono stato attore e spettatore allo stesso tempo. Non ho mai sentito la necessità di dire “adesso non mi piace più il punk e mi piace quest’altra cosa”. Mi piace ancora tutto e quindi continuo a fare di tutto, e non essendo un’etichetta di genere non escludo nulla.

Possiamo però tracciare dei periodi, delle epoche della Holidays?
Epoche brevi, ma intense. Perché l’unico filtro è di gusto, per cui tutto può accadere. Io scherzo sempre con Onga dicendo che quando deciderò di chiudere Holidays l’ultimo disco sarà un disco reggae, hahaha.

Reggae sperimentale ovviamente!
No, reggae classico. Accademico, hahahaha.

Beh già la poesia sonora è stata una sterzata… Parlami un po’ di come ci sei arrivato.
Ascolto poesia sonora da tempo, ma di sicuro tra tutti i miei ascolti questo ha richiesto un tempo maggiore per essere “metabolizzato”. E l’introduzione di un nuovo genere nel catalogo segna con una “tacca” il momento in cui credo di averlo compreso e sento di averne una certa padronanza. È allora che mi dico: “Questo disco può uscire perché l’ho fatto mio”.

Quindi ci metti molto tempo…
Sì, secondo me la fruizione musicale approfondita richiede tempo. Considera che il primo ascolto alla fine è sempre qualcosa che ti provoca uno shock. All’inizio la poesia sonora mi sembrava una sorta di mostro sacro, intoccabile e allo stesso tempo fin troppo toccato da una furbissima editoria per collezionisti che stampa dischi poco o nulla curati producendo delle uscite che non m’interessano né come produttore né come acquirente. Molti dischi di poesia sonora in circolazione sono fatti male, e lo sono per assenza di cura da parte di chi li stampa.

Lula, il cane abbaia improvvisamente interrompendoci con voce potente.

Ecco, anche lei fa poesia sonora!
Haha in un certo senso…io credo che la cosa più interessante della poesia sonora sia la parte vocale: potenza pura, vocalità, spingersi oltre con l’unico strumento che hai sempre con te senza l’aiuto di nessuna componente gestuale o musicale... .E quindi non capisco perché dovrebbe esistere un disco stampato partendo da una pessima registrazione, magari pure presa da YouTube…

Rispetto a questa tua passione per la poesia sonoro-performativa, so che tu sei coinvolto in prima persona nello stampare e curare le uscite di Alga Marghen, che ti avrà influenzato nel tuo percorso..
Senza dubbio. Alga Marghen secondo me è un pioniere della pubblicazione della migliore musica classica sperimentale, che negli ultimi vent’anni ci ha regalato delle vere perle d’archivio: Eliane Radigue, David Behrman, Walter Marchetti. Mentre con VocSon, la sub-collana di poesia sonora, ha pubblicato tutta la Revue du Henri Chopin già negli anni Novanta. Oggi sono tantissime le etichette ad occuparsi più o meno legittimamente di poesia sonora.

In Italia quante sono?
A dire il vero in Italia non tantissime, nonostante nello Stivale ci sia un interesse anche attivo e compositivo contemporaneo. Ma prima mi riferivo alla pubblicazione di materiale d’archivio. All’estero abbiamo la Slowscan e Sub Rosa…quest’ultima attivissima in un percorso decisamente assimilabile all’esperienza di Alga Marghen, ma molti anni dopo.

Infatti Sub Rosa prima non faceva sta roba...
No, si è aperta adesso al genere... infatti—tornando a noi—io e Luca abbiamo parlato a lungo della situazione prima di muovere anche solo passo, perché entrambi eravamo convinti del fatto che fare una collana di poesia sonora avrebbe richiesto un’attenzione particolare, non perché più importante delle altre uscite, ma semplicemente perché crediamo sia più difficile fare un buon lavoro maneggiando questa materia. La nostra vuole essere una ricerca di qualità e non di quantità, essendo noi due scottati da acquisti a scatola chiusa di dischi all’apparenza interessantissimi ma che al primo ascolto si rivelano una fregatura.

Rendere giustizia sonora è uno dei motivi per cui tu ti sei messo a fare questi dischi, quindi.
Sì, in parte. Ma non esageriamo: non è una missione, resta un divertimento e un fare qualcosa che ci piace. Determinante spinta propulsiva è stata l’incontro con Arrigo Lora Totino in occasione di una sua mostra a Torino cui Luca ha collaborato lavorando al catalogo. È stato allora che abbiamo iniziato a lavorare a quattro mani alla prima uscita della collana (il Trio Prosodico di Lora Totino, appunto). Anche Luca è un maniaco e sarebbe in grado di consumarti un file dal numero di volte che lo ascolta prima di approvarlo. Era lo scorso ottobre quando abbiamo incontrato Arrigo e il disco se tutto va bene esce questa settimana.

Ed esce ora? Ammazza quanto tempo!
Haha, esce adesso perché Holidays per sua sfortuna deve sempre stare al passo con i miei tempi... È incastrata nel tempo libero all’interno del mio tempo libero. È un progetto cui tengo tantissimo, ma che non voglio in nessun modo rendere il mio lavoro.

Però mi avevi detto che sei arrivato a un punto in cui questa cosa poteva essere possibile.
Beh, negli ultimi tre o quattro anni c’è stata un’impennata di vendite dei dischi legata sicuramente a una serie di accordi presi con i distributori. In America abbiamo firmato con Forced Exposure avviando così una distribuzione capillare oltreoceano, dove prima si vendevano meno copie a causa dei proibitivi costi delle spedizioni. Avrei potuto farmi ingannare e vedere un’occasione in quell’impennata, ma quanto sarebbe brutto iniziare a valutare una potenziale edizione in base al numero di copie che potrebbe vendere, e non per quanto mi piaccia veramente? Non è un caso che abbiamo scelto un’opera di Arrigo Lora Totino come prima uscita della collana di poesia sonora. Non importa se venderà o meno: l’altro giorno quando tenevo in mano una copia del disco, ero fiero e anche un po’ commosso, sarei felice anche se dovessimo venderne solo una manciata di copie.

E invece che mi dici a proposito del jazz, che prende una bella fetta del tuo catalogo?
Eh, il jazz…mi viene in mente che quando organizzavo concerti nello scantinato buio di cui sopra invitavamo spesso a suonare un duo chiamato Zurich Against Zurich, due matti vestiti da tennisti che con chitarra, batteria e un muro di amplificatori ti stordivano con un set di un quarto d’ora che finiva quasi sempre con la fumata bianca di un amplificatore. Quei due oggi sono conosciuti con il nome Jooklo Duo e, lasciatisi alle spalle il muro di suono, sono uno dei migliori duo di free jazz in circolazione. Consacrati prima dalle uscite su Qbico, oggi possono vantarsi di aver suonato con mezzo mondo. Hanno imparato a suonare avvicinandosi al jazz e hanno fatto un percorso che secondo me è tranquillamente parallelo a quello che ti dico di aver fatto io: prima punk, poi noise e contaminazioni fino ad arrivare al jazz.

Però tu sei ferrato sul free jazz, sottolineamolo.
Eh, direi di sì. Ho fatto i primi passi così, mano nella mano con il Jooklo Duo, che ai tempi pubblicavano appunto su Qbico, un’etichetta di Milano che ha pubblicato dischi free jazz eccellenti e grazie alla quale ho conosciuto Hartmut Geerken… Che negli anni Settanta faceva suonare Sun Ra a casa sua al Cairo e da cui si è fatto regalare un’arpa per saldare un debito…te l’ho raccontata questa storia?

No, racconta un po...
Su un lato di At the Face, il primo disco di Geerken che ho pubblicato c’è un pezzo dove lui suona la Sun Harp, l’arpa di Sun Ra appunto. Quando Sun Ra andò a suonare in Egitto nel 1971 Geerken si offrì di organizzargli un concerto e si prese un po’ cura di lui e dei pochi membri della Arkestra che aveva dovuto selezionare e portare con sé, visto che ai tempi non era proprio semplicissimo organizzare un tour dall’America all’Egitto…

Sì, immagino… Non lo è neanche oggi!
Ricordo che andarono di sicuro lui, John Gilmore e Marshall Allen, assoldando per i concerti qualche membro della Cairo Free Jazz Ensemble in cui lo stesso Geerken militava. E insomma, l’ultimo giorno Geerken va a recuperare Sun Ra ed accoliti per scortarli in aeroporto e trova il proprietario dell’albergo che furibondo presenta loro un conto stellare per le innumerevoli telefonate intercontinentali fatte dai membri della Arkestra che, assolutamente inconsapevoli di quella che potesse essere un’esperienza globale a livello telefonico, avevano passato le notti parlando con le fidanzate e gli amici lasciati in America! Così il povero Hartmut Geerken si trovò a dover anticipare una somma non indifferente per saldare i debiti della squattrinatissima Arkestra. Sun Ra promise platealmente che avrebbe restituito tutto, lasciandogli in pegno la sua arpa. Ovviamente, Hartmut i soldi non li ha più rivisti (ride), ma possiede un’arpa dal valore inestimabile.

Beh una storia eccezionale. Un'altra cosa che ti caratterizza è che, per quanto ci siano dei nomi giovani nel tuo catalogo, tu sei quasi un gerontofilo, se non quasi un “geriatra” musicale …raccontami questa tua passione per la musica “anziana”…
Io sono un grande ascoltatore di musica di oggi e di ieri, ma è indubbio che sia più facile vedermi entusiasta durante l’ascolto di un vecchio nastro polveroso. Però allo stesso tempo cerco sempre di trovare un punto di comunicazione tra il “vecchio” con la sua aura di sacralità e la produzione musicale di oggi. Ascoltare un disco registrato oggi da Ghédalia Tazartès, che era già attivo alla fine degli anni Settanta, è il modo migliore per comprendere il suo percorso evolutivo e i modi in cui un’artista come lui possa avere influenzato il modo di fare musica oggi, e come allo stesso tempo lui ne tragga a sua volta ispirazione.

Infatti c’era Il Regalo Della Befana dove ci sono dei campioni importanti, anche dei Sex Pistols… Si mescolano le ere.
Beh, ogni volta che entro a casa sua a Parigi ho l’impressione di entrare in una barca, con quella luminosa vetrata lungo tutta la parete destra di questa enorme stanza colma di oggetti di ogni genere che Ghédalia ha collezionato frugando tra i marché aux puces di tutta la città e con cui—In preda ad un costante horror vacui—ha addobbato le pareti fino a riempirle completamente. Appartato in un angolino trovi il suo studio di registrazione dove, cominciando da Diasporas, ha registrato tutti i suoi dischi. Lì, disposti in un ordine quasi maniacale, trovi i suoi strumenti ma anche una raccolta sterminata di dischi di samples di suoni e dei più svariati strumenti musicali, dischi della cui utilità avevo sempre dubitato. E invece Tazartès con un solo sample ti ci fa un disco intero: prende un campione di un riff di chitarra, lo ripete per dieci minuti e ci canta sopra nella sua lingua inventata. Et voilà. Insomma: incontrare un artista dopo quarant’anni di carriera è un’esperienza molto più significativa che assistere soltanto ai suoi primi passi o a un momento specifico e isolato della sua carriera. Solo la visione d’insieme fornisce un profilo ben delineato e gli strumenti per interpretare e assimilare la sua musica.

A te quindi interessa l’evoluzione in musica, la crescita dell’artista insieme all’uomo..
Certo, mi piace moltissimo questo processo. Alla fine posso dire di conoscere davvero un artista con cui ho collaborato: Hartmut Geerken, Ghédalia Tazartès, Huseyin Ertunç

Ah ecco appunto: parliamo di questo gruppo turco che ha appena concluso il suo tour.
Per arrivare a Ertunç, che è un artista “vecchio”, sono dovuto partire dai konstruKt, che sono un gruppo “nuovo”. È piuttosto divertente perché la collaborazione con i konstruKt nasce dall’ascolto di un demo che mi è stato recapitato. Credo sia l’unico demo che ho prodotto negli ultimi dieci anni. Non lo dico per scoraggiare l’invio di materiale, ma reputo fondamentale che tra me e un artista in attività ci sia uno scambio personale prima di poter parlare di qualsiasi tipo di collaborazione. Deve crearsi un legame, dobbiamo aver mangiato allo stesso tavolo, devo averti visto suonare dal vivo. Non posso accontentarmi del semplice ascolto di un disco… Manca sempre qualcosa.

E quindi com’è andata poi?

Umut Çağlar dei konstruKt mi spedisce un disco proponendomi di stamparlo. Devo ammettere che il fatto che nella formazione allargata figurassero i nomi di Marshall Allen e di Huseyin Ertunç—artista seminale da sogno nel cassetto che, senza che io lo avessi cercato, suona alla mia porta—ha fatto sì che io dedicassi alla proposta un ascolto decisamente più attento della media. Huseyin Ertunç è l’autore di Mûsikî, disco registrato nel 1974 assieme ai due fratelli Phil Musra e Michael Cosmic (Musra), uno dei dischi più travolgenti nella storia del free jazz, uscito a nome Hüseyin Ertunç Trio, seguito da Peace in the World di Michael Cosmic e Creator Spaces del Phil Musra Group, tutti suonati dallo stesso trio. Hanno registrato tre capolavori nel giro di un paio d’anni per poi non incontrarsi mai più. Credo sarà difficile rivederli assieme su un palco, visto che Cosmic ci ha lasciato e Musra è a Los Angeles senza un passaporto. Ho anche cercato di mettermi in contatto con lui, ma per ora ho soltanto avuto qualche scambio via email in cui non siamo riusciti a dirci nulla di sensato.

Ahahah! Davvero?
Sì, messaggi privi di senso… Haha io vorrei ascoltare una registrazione, però… Non siamo riusciti ad arrivare a un dialogo.

Quindi quando ti è arrivata quest’opportunità ti si è accesa una lampadina...
Eh sì, soprattutto leggendo il nome di Ertunç, perché pensavo fosse irreperibile. Vive in un villaggio nei pressi di Bodrum, non ha Internet, non ha un telefono…trovarlo non sembrava cosa facile, per cui ricevere un demo in cui lui suona è stato proprio come…

Un fulmine a ciel sereno?
No, anzi! Come un raggio di luce in un cielo buio e nuvoloso! (ride) E quindi mi ascolto tutto di un fiato questo disco che sarebbe potuto essere un perfetto doppio LP ma che loro si erano autoprodotti in un’edizione in CD non molto curata e poco distribuita... di sicuro in molti lo avranno comprato leggendo il nome di Marshall Allen, ma il disco era passato pressoché inosservato, pur essendo un disco clamoroso registrato in studio..

Beh come quasi tutte le cose snobbate…
Dico clamoroso perché poi la maggior parte della discografia dei konstruKt nasce da una registrazione con uno zoom dal vivo, mentre questo è un disco in studio di qualità eccezionale. Non credo di aver aspettato molto più di quindici minuti dal primo ascolto per confermare che avrei stampato il disco. Da lì poi inizia un rapporto frontale tra me e Umut Çağlar, membro fondatore e “leader” della formazione. Nell’estate del 2015 li invito a suonare la prima volta a Roma e Savona e lo scorso autunno gli chiedo di fare da tramite tra me ed Ertunç per la ristampa di Mûsikî. Mi risponde dicendomi che a giorni lo avrebbe raggiunto per registrare con lui in una formazione a quattro e neanche una settimana dopo mi arrivano quasi tre ore di materiale. Per puro caso mi trovavo a pensare a come festeggiare adeguatamente il traguardo dell’uscita numero 100 e allora decido di concedermi questa follia e do alle stampe il mio primo quadruplo LP. Coraggio, quindi: stampiamo questo cofanetto, ristampiamo Mûsikî e invitiamo il quartetto per qualche concerto in Italia. Pronti, partenza, via.

E poi le complicazioni di cui mi hai parlato..
Dopo aver trovato tre posti per tre concerti, dopo esserci imbarcati nell’impresa e aver fatto venire l’acquolina in bocca a un po’ di amanti del genere facendo loro rizzare le antenne, arriva prontamente il secco rifiuto del Consolato Italiano a Smirne che nega il visto ai quattro musicisti, adducendo motivazioni futili, come il fatto che Ertunç non possieda un conto in banca.

Hahah be', una cosa normale, soprattutto per un musicista non proprio ortodosso...
Sì, ma guardando le foto dei villaggi meravigliosi in cui vivono non nasce il benché minimo sospetto che queste persone non siano intenzionate a rientrare in patria. Ma l’ufficio visti sembra irremovibile e a una settimana dall’inizio del tour i visti non ci sono ancora. Sì teme che i quattro non siano in grado di badare a se stessi e di conseguenza potrebbero MORIRE DI FAME in Italia (non scherzo, lo hanno detto). Inizio a sospettare che davvero non li avrebbero fatti venire e avviso le realtà coinvolte, mi metto il cuore in pace e mi preparo psicologicamente al fatto che queste date non si faranno. Ma prima di mollare il colpo definitivamente, complice un rientro a notte fonda in un leggero stato di ebbrezza, prima di coricarmi decido di inviare all’ufficio visti una mail da vecchio bisbetico dichiarando che la cosa più frustrante di tutta questa faccenda non fosse tanto che io abbia invitato, organizzato, investito dei soldi inutilmente, ma che oltre al rifiuto opposto alla mia richiesta non mi venisse fornita alcuna spiegazione plausibile. Credo anche di aver chiamato in mio aiuto la parola CONNAZIONALE (ride). La mattina dopo mi squilla il telefono e dall’altra parte della cornetta c’è un addetto dell’ufficio visti che prima mi mette in riga dimostrandomi di essere lui ad avere il coltello dalla parte del manico, e poi dice di avermi chiamato perché vuole aiutarmi. Io, dopo un esordio aggressivo, divento subito più accondiscendente e via via i toni si addolciscono fino a che lui non mi confessa di essere un appassionato di jazz. La mattina dopo i nostri quattro eroi ritiravano i loro passaporti timbrati, mentre l’addetto dell’ufficio visti vinceva un ingresso per due persone al live dei konstruKt con Thurston Moore del 5 giugno a Istanbul.

Ah dai con Moore: anche loro contaminano quindi.
Eccome. I konstruKt hanno lavorato tantissimo a costruire una rete di collaborazioni soprattutto live invitando qualche mostro sacro ad unirsi a loro in concerto: Peter Brötzmann, Evan Parker, Akira Sakata, William Parker, Joe McPhee… Hanno anche degli sponsor ad Istanbul che gli finanziano a fondo perso il cachet degli ospiti e permette loro di aprire le porte della serata a costi coperti e a cuor leggero..

Be', geniale direi.
Sì, creando anche un rapporto continuativo con questi artisti, tanto che il più delle volte la collaborazione non si fermava al primo episodio. Dopo aver invitato William Parker a suonare a Istanbul e a Bodrum, sono stati a loro volta invitati a suonare con loro a Berlino a l’A L'ARME! FESTIVAL di Berlino. Anche con Brôtzmann dovremmo essere al quarto/quinto incontro oramai. il loro progetto è quello di suonare sempre di più e sta funzionando.

Per cui questo “lavorio” che tu fai è anche politico, anche nella proposta. Fare qualcosa che metta i puntini sulle i .
Boh, non credo... Ma se questo è politico, allora sì.

Ultima domanda: farai mai un disco tuo nella tua collana?
Ne dubito, non essendo mai stato un gran musicista. Le mie risicate esperienze musicali risalgono ai tempi del liceo, avevo una band di punk demenziale che si chiamava Waser and the Golders. Durante un’occupazione vendemmo quasi cinquecento CDr del nostro disco. Avevo i capelli lunghi fino a qua e il testo della prima canzone faceva: “PUTIN PUTIN PUTIN—SBORRAAA—BUSH BUSH BUSH—FASCISTA!”. Il trombettista vomitò sul davanzale della preside al nostro primo concerto. Smettemmo prima che fosse troppo tardi e lasciai atrofizzare l’azione per dedicarmi all’ascolto.

Però i demo ce l’hai, può essere che qualcuno un giorno...
Ti manderò un mio demo così me lo produci tu! (ride)

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