Il richiamo di Amanda

Musa, modella, scrittrice e "White Queen Of Disco", Amanda Lear ha fatto tanti dischi, tra cui il capolavoro "Tam Tam", che ovviamente non si ricorda nessuno.

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gen 25 2016, 10:40am

Nonostante siano passate alcune settimane, l'eco della morte di Bowie risuona ancora nella testa della gente: e come potrebbe essere altrimenti? Certo, il fenomeno del cordoglio sui social ha però preso una piega francamente inaspettata, quasi ipertrofica. Nel nostro caso i personaggi della musica italiana se ne sono usciti a volte omaggiandolo sinceramente, a volte in maniera un po' ridicola (vedi il caso Baccini, bersagliato da più parti per il suo ricordo "peloso") e a volte addirittura negando l'importanza del fatto (un pessimo Guccini che afferma di non conoscere una nota del Duca bianco) seguiti spesso a ruota anche nell'ambiente underground, con imbarazzanti dichiarazioni (non facciamo nomi che è meglio). L'unico personaggio che può veramente dire qualcosa in materia senza timore di apparire ridicolo è uno dei simboli dell'androginia europea: Amanda Lear.

Sì, perché la nostra Amanda ha avuto una storia di una certa importanza con Bowie━tanto da condividerne non solo il letto per due anni, ma anche i cosmetici (dichiarerà in una recente intervista a Vanity Fair che "David era l'uomo più truccato con cui sia mai andata a letto"), e rivelando come la presunta androginia di Ziggy Polveredistelle fosse solo una questione di look per stuzzicare il pubblico; modus operandi che poi la Lear ha seguito perfettamente assecondando i pruriti delle masse. Ancora adesso non si sa bene di che nazionalità sia (francese? Italiana? Tedesca? Mongola?) e qualcuno ancora pensa sia una trans. Anche qui pare che la voce sia stata messa in giro dallo stesso Bowie, ma il mistero rimane. Fatto sta che senza di lui la nostra eroina sarebbe rimasta confinata nel campo della moda, modella prima e musa poi per le più grandi star della musica e dell'arte. Tra queste ricordiamo—se ce ne fosse bisogno—Bryan Ferry, caduto tra le braccia di Amanda sigillando la relazione con la storica copertina di For Your Pleasure, e ovviamente Salvador Dalì, con cui costruì un rapporto che dire ambiguo è poco.


Roba importante certo, ma non paragonabile al successo discografico che l'ha eletta eterna paladina della disco anni Settanta internazionale tanto da meritarsi l'appellativo di "White Queen of Disco". Nel 1974 scrive proprio con Bowie, in piena epoca Diamond Dogs, la sua prima canzone, intitolata "Stars", che però non vedrà mai la luce. A quel punto David le paga lezioni di canto e danza, convinto che il futuro della sua amante (si, nel frattempo David stava ancora con la moglie Angie all'insaputa di Amanda) sia proprio nell'industria musicale, puntando sul talento sfrontato e atipico della Lear, senza lasciarsi intimorire dagli insuccessi iniziali. La storia gli darà ragione.

Solo che, come tutte le cose veramente intense, alla fine arriva la resa dei conti. La nostra Amandona lascia New York seguendo Bowie a Berlino per pochissimo: il suo amore oramai pensa più alla cocaina e alle ammucchiate che a lei, ma in Germania la nostra eroina troverà l'America. D'altronde pare sia stata proprio Amanda a iniziare il nostro all'espressionismo tedesco. Se è vero che Bowie arrivò tardi a interessarsi della mitteleuropa, la Lear a sua volta, curiosamente, ci metterà un po' prima di approdare alla New Wave━soprattutto con un disco misconosciuto e singolare, dal titolo brevissimo: Tam Tam, anno 1983.

Prima di quest'album, la cui genesi è abbastanza problematica, Amanda aveva timidamente iniziato l'esplorazione del mondo wave con due album, Diamonds for Breakfast del 1980 e Incognito del 1981: dischi che mantengono botta nelle classifiche (con un grande seguito in Sud America) ma allo stesso tempo segnalano una flessione a livello di popolarità, dovuta probabilmente al cambio di rotta musicale. Nonostante la presenza di alcuni brani storici come "Ho Fatto L'Amore Con Me," opera di Giuni Russo, e l'esplicitissima "Nymphomania", entrambi i dischi risentono degli attriti con la casa discografica Ariola, evidentemente contraria alle mutazioni della Lear.

La cosa peggiore è che si incrina il rapporto col produttore storico nonché coautore dei maggiori successi di Amanda (ad esempio "Follow Me"), ovvero Anthony Monn, che se ne va sbattendo rabbiosamente la porta dei Musicland Studios di Giorgio Moroder. A questo punto la Lear agisce legalmente contro l'Ariola, rea secondo lei di legarle le mani, ma perde clamorosamente il processo ed è costretta a incidere l'ultimo album allo scopo di chiudere definitivamente i rapporti. Appunto, Tam Tam nasce con un altissimo rischio di bad vibes, e invece Amanda riesce in qualche modo a trasformarlo in un'esperienza strettamente personale.

Non gli interessa affatto il successo dell'operazione, quanto sfruttare l'ultimo legame contrattuale per un disco a "fondo perduto" sul quale sperimentare: come andrà andrà, anche perché ci si aspetta un tiro mancino dalla casa discografica. Ed ecco quindi che la Lear contatta Roberto Cacciapaglia, oramai produttore-guru della New Wave colta Italiana, e un mucchietto di autori sempre strettamente italiani come ad esempio il grande Paul Micioni degli Easy Going e Nicolosi dei Novecento, per un disco sintetico che sigla la scelta italiana di Amanda, da questo momento legata al belpaese a doppio nodo. L'ispirazione dell'album viene però dall'Africa, dalla magia nera e dalle macumbe: i riferimenti al folklore africano sono sparsi per tutto il disco e anche se la tematica non è per niente nuova (basti pensare a Le Streghe, il primo progetto mainstream della cantante dei Circus 2000 Silvana Alotta, che trattava appunto temi sabbatici con formule magiche di stampo "black") Amanda la trasforma in una previsione del neotribalismo occulto degli anni Duemila. Naturalmente, pop con tutta la divertita e maliziosa ironia cui ci ha sempre abituato, cantando in inglese come richiede la tradizione italo. In pratica fa il malocchio all'Ariola nel migliore dei modi: a base di synthpop.

Infatti, già dalla title track si nota una virata verso la velocità delle ritmiche, ai limiti di una IDM ante litteram e sicuramente all'altezza di prove coeve quali "Elettroshock" dei Matia Bazar: l'Africa è citata nei particolari rituali, con svisate di guitar synth e strizzatine d'occhi ai Toto di "Africa" (appunto). Un brano che poteva essere sviluppato meglio e invece parte a missile finendo prima che si possa godere della sua atmosfera. Per fare un paragone attuale ricorda molto le cose di Cascao & Lady Maru, la quale ha una vera e propria ossessione per le macumbe.

Una sventagliata di drum machine Roland sempre a scheggia, perfettamente a metà fra l'italo disco e i New Order, popola "Bewitched", in cui Amanda conquista il suo lui con voce assente, insistendo con metodi sinceri (stregonerie, sacrifici umani e roba del genere). Cori e andazzo che anticipano gli Army of Lovers che verranno, così come molte altre derive più acid. Cacciapaglia cerca di essere il più minimale possibile, riuscendo nell'impresa di essere facile e molesto allo stesso tempo, non lesinando improvvisi fade out quando sembra stia per arrivare il bello, che portano l'ascoltatore a pigiare play una volta ancora.

"Wicked Lady" invece si situa in zona Pink Project, ma a dire la verità anticipa di quattro anni il Michael Jackson ritmico di "The Way You Make Me Feel", sorretto da una chitarra in coraggiosissimo strumming e una specie di rap di Amanda in stile Tom Tom Club intento a tessere le lodi della macumba, del diavolo e delle ragazze possedute. Il ritornello si apre in synth cosmici. I cori malati sembrano usciti da qualche produzione inglese di oggi. Immagino il brano coverizzato dai Killing Joke, col finale di schitarrate a base di pitch shifter che ricordano la Nannini di Puzzle. Essenziale e incisivo.

Come poi è il brano di punta del disco: "No Regrets" è la "My Way" di Amanda Lear, dove ammette candidamente di non aver mai imparato a guardare il sole, ma non si pente assolutamente dei suoi errori. Nel ritornello c'è un sospetto plagio dei Pooh di "Non Siamo in Pericolo" mischiato ai Kiss di "Dark Light", ma glielo perdoniamo solo perché su un solido andazzo italo con arpeggiatori e pads si fa largo una specie di "superfemminismo" versione Diana Est: regna la sicurezza di sé e del proprio sex appeal.

"Magic" si apre con un arpeggiatore e una serie di chitarre e bassi tra il gotico e il New Romantic. Cori tipo "Tarzan Boy" di Baltimora, che però piazzerà la sua celebre hit solo un anno dopo. Un parlato alla Yoko Ono con tanto di urla di scimmie che probabilmente si masturbano, chiudono il cerchio: lasciano il campo a cori femminili di stampo gregoriano che faranno molto più tardi la fortuna degli Enigma. La magia è ovunque e Amanda ce lo ricorda con uno stile che sarà lo standard per molto tempo nei duemila (vedi Santigold).

Il capolavoro del disco è forse "It's All Over" una specie di versione violenta di "Take My Breath Away" dei Berlin. Moroder, con pad e chitarre synth dissonanti a livello micro tonale/subliminale, ritmiche spezzate e un ritornello che incredibilmente ricorda le zuccherose partiture de Gli Alunni del Sole e roba simile, sulle quali Amanda va di freestyle tra il recitar cantando e il rap. È "tutto finito" d'altronde, un po' di piani intersecati non fanno mai male. "I want to disappear", ci confessa la nostra eroina come soluzione di ogni problema.

L'ennesima drum machine spezzata a regola d'arte introduce un'apologia della vita zingara: retto ancora dalla maestria di Cacciapaglia, "Gipsy Man" è un gioco di prospettive fra stili di vita e generi esistenzial/sessuali. Reso dinamico dal rischio di crollare improvvisamente d'intensità, il pezzo ha tutte le caratteristiche per chiamare una versione EDM qui e ora.

E poi l'ultimo brano, "Music Is", che sembra uscito dalla penna degli Yellow Magic Ochestra. "Tonight I see stars in your eyes", e la musica è fatta per ballare. Giro di DO battiatiano con tanto di leggerissima citazione Laurie Andersoniana. La "no drum machine" si esprime in fill che non possono non ricordare gli esperimenti allucinati di Roberto Colombo in Tango, forse superandolo a sinistra in fatto di spezie electro e iniezioni di minimalismo à la Glass in campo synthpop.

Come dicevamo prima la previsione di un tiro barbino da parte dell'Ariola fu esatta. Con un sabotaggio metodico forse preventivato dalla Lear, che a sua volta si rifiutò di accollarsi la promozione, la casa discografica tedesca non fece nulla per diffondere il disco, men ché meno in Italia, paese a cui il prodotto era principalmente rivolto. Forse sarà questo smacco ad aprire una nuova fase della carriera della Lear, quella televisiva. L'uscita del disco sarà infatti contemporanea alla conduzione di Premiatissima su Canale 5, relegando la promozione esclusivamente a questa trasmissione, confondendo giocoforza la gente. Un peccato, considerato che il disco è l'interessante studio di un geniale Cacciapaglia sulle potenzialità dell'elettronica nel pop, asciugata di qualsiasi velleità intellettualoide. Ricerca dell'essenziale in maniera quasi mistica, insomma, cosa che non gli era riuscita neanche con la Nannini.

Tam Tam è probabilmente superiore, per sintesi fra ricerca e leggerezza, a qualsiasi altro successivo progetto pop d'oltreoceano e, nonostante questo, non è mai stato ristampato in nessun formato. Visto l'insuccesso , durante i quattro anni passati tra Italia e Francia, per Amanda ci sarà solo il tubo catodico, con qualche excursus a base di autobiografie scritte di proprio pugno, e dischi dai mediocri risultati di vendita. Routine rotta solo nel 1988, quando incredibilmente Amanda girerà l'Italia con i CCCP Fedeli alla Linea, nel coverizzarsi a vicenda rispettivamente con "Inch'Allah Ça Va" e "Tomorrow": due facce sfasate e drogate di una stessa medaglia, quella della sfida al gusto comune. La strana accoppiata raggiungerà la posizione 40 delle classifiche italiane risultando ultimo successone della nostra musa, contro ogni aspettativa. Ad ogni modo, Amanda non si è mai fatta mancare niente: teatro, pittura, musica, televisione, cinema, scrittura e chi più ne ha più ne metta. D'altronde solo così la vita "everywhere and everyday is magic", e questo anche la sua anima gemella, Bowie, lo sapeva benissimo.

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