L'underground è morto, viva l'underground

Secondo David Keenan, lo spirito dell'autoproduzione degli anni Novanta è definitivamente sepolto. Ma perché? Lo abbiamo chiesto direttamente a lui.

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dic 23 2014, 12:18pm

Sullʼultimo numero del mensile inglese The Wire, compare un articolo a firma David Keenan intitolato Subterranean Homesick Blues; è uno di quei classici articoli-riassunto che a fine anno tentano di fare un poʼ il punto della situazione, e il suo senso sta tutto nella frase con cui lʼautore chiude il pezzo: “Lʼunderground è morto. Viva lʼunderground”.

Messa così, somiglia a una di quelle sparate buone tutt'al più ad accendere qualche stantio flame da social network: “lʼunderground è morto!”, e giù commenti polemici. E infatti i commenti—sia polemici che no—sono arrivati. Solo che qui non ci troviamo dinanzi alla boutade di un invasato con troppo tempo da perdere davanti alla tastiera. Innanzitutto, The Wire resta pur sempre la più prestigiosa testata musicale in circolazione. E di The Wire, David Keenan è in assoluto una delle firme più autorevoli: è lʼuomo che ha inventato lʼhypnagogic pop (qualche anno prima, aveva anche battezzato la cosiddetta New Weird America); è lʼautore di Englandʼs Hidden Reverse, un importante testo dedicato alla famiglia Coil/Nurse With Wound/Current 93; e sopratutto è il tizio dietro al marchio Volcanic Tongue, uno dei più noti mailorder europei dove recuperare cassette a nastro, CDr, vinili in edizione ultralimitata, cofanetti noise e altre stranezze... uh, proprio così, underground.

Insomma, David Keenan è uno che lʼunderground lo conosce bene. Negli ultimi anni, se cʼè stato un instancabile fiancheggiatore/supporter di tutto quellʼuniverso sotterraneo i cui paladini si sono chiamati in tempi diversi James Ferraro, Wolf Eyes, Richard Youngs, Dead C e così via, quello è stato lui. Il fatto che sia proprio il tizio di Volcanic Tongue a dirci che quel mondo è finito, con inevitabile corollario di reazioni critiche e prese di posizione “o di qua o di là”, se non altro merita un approfondimento. Lʼho quindi contattato su Skype per farmi raccontare dal suo studio in quel di Glasgow il perché di una posizione tanto netta.

Ciao David. Penso che prima di tutto dovremmo mettere in chiaro di che tipo di underground stiamo parlando, no? Perché insomma, esistono tanti underground diversi, come saprai.
È la stessa cosa che è venuta fuori quando ne ho discusso con Thurston Moore: a quale universo facciamo riferimento? Che storia stiamo raccontando? Io direi che è un mondo nato più o meno a inizi anni Novanta, come superamento di esperienze precedenti tipo gli stessi Sonic Youth. Erano anni in cui ci fu un grande fervore in ambito Do It Yourself: nascevano riviste, fanzine che erano anche mailorder, reti, contatti, autoproduzioni di tutti i tipi. E poi tizi che si stampavano e dipingevano i dischi da soli, e che andavano riscoprendo musiche dimenticate da tempo come la vecchia psichedelia, il free jazz, lʼavanguardia, il folk sperimentale, lʼimprovvisata radicale, tutta roba che in campo rock si era persa di vista da un poʼ. Vennero fuori gruppi come i Dead C, gli Harry Pussy, i Fushitsusha di Keiji Haino, che furono veramente alcune tra le più rivoluzionarie formazioni del periodo. Se non altro, furono i gruppi che cambiarono drasticamente la mia idea di cosa potesse significare “musica pop”.

Erano comunque gruppi che venivano da una tradizione ben precisa, diciamo da una certa “scuola”.
Riprendevano un discorso che si era interrotto negli anni Sessanta con gruppi tipo gli AMM: al di là del fatto che era musica legata al concetto di Do It Yourself, era anche una musica molto radicale, libera, che sperimentava soluzioni nuove, per esempio lavorando in maniera spregiudicata sul ritmo, sul rumore, sullʼimprovvisazione. Da lì, è nato un mondo che per me resta il vero underground, quello autentico, quello di gruppi come gli Harry Pussy e che arrivati al 2014 non esiste più.

Fammi capire meglio: tu a cosa attribuisci la fine di quel tipo di underground? O per meglio dire, non è normale che un poʼ di cose siano cambiate da quando gli Harry Pussy incidevano i loro primi dischi? Perché comunque stiamo parlando di un gruppo nato più di ventʼanni fa...
Ma infatti si tratta innanzitutto di fenomeni ciclici. Ogni movimento musicale attraversa di solito diverse fasi: ci sono gli inizi, il periodo rivoluzionario, e poi il riflusso. Con lʼunderground, è successo che la gente ha cominciato a trattarlo come fosse un genere musicale come un altro, anziché un approccio o meglio ancora un atteggiamento. Se prendi un gruppo come gli Harry Pussy e un musicista come Richard Youngs, noterai ovviamente che fanno musiche molto diverse tra loro; a tenerli insieme, più che un suono, era proprio un atteggiamento, un modo di fare e di lavorare sulle ragioni alla base della musica stessa. “Underground” non è mai stato un genere musicale, eppure col tempo è successo allʼunderground la stessa cosa che accadde quando la musica indipendente divenne genericamente “indie”. Quindi tu adesso hai gruppi che ti dicono “facciamo musica come gli Harry Pussy o magari i Dead C”, ma poi li ascolti e scopri che è mera emulazione, scopiazzatura di superficie.

Questa dei gruppi che ti mandano i demo con scritto “suoniamo proprio come gli Harry Pussy” la scrivi anche nellʼarticolo, e devo dire che mi ha fatto sorridere. Perché vedi, mi tocca ammettere che a me un gruppo che adesso, nel 2014, suonasse come gli Harry Pussy non dispiacerebbe per niente. Semmai di gruppi del genere mi pare che ce ne siano troppo pochi...
Come gestore di Volcanic Tongue, ti posso dire che di gruppi che superficialmente rimandano a Harry Pussy o chi per loro, ce ne sono diversi. Solo che si dimenticano che per “suonare come gli Harry Pussy” non basta fare un poʼ di casino; al contrario, gli Harry Pussy erano un gruppo estremamente tecnico: Bill Orcutt era e resta un grandissimo chitarrista, Adris Hoyos è stata una delle più originali batteriste della sua generazione, se non addirittura di sempre. La stessa cosa vale per i Dead C, uno dei gruppi che più ha esplorato le potenzialità del fare musica con le chitarre. Erano senzʼaltro gruppi radicali, ed è questo che la gente che li imita tende a dimenticare: non è sufficiente prendere un paio di elementi dalla batteria di Adris Hoyos e una chitarra che “suona come quella dei Dead C”, per restituire il dolore, la sofferenza, ma anche la grande sensazione di libertà che quelle musiche esprimevano. Imitare questi gruppi è semmai il più grande insulto che si possa rivolgere alle band che si pretende di omaggiare.

Quello che volevo dire è che mi sembra che anche molti ex protagonisti dellʼunderground, più che agli Harry Pussy, adesso guardino altrove, e con risultati che personalmente trovo volentieri imbarazzanti. Tu per esempio nellʼarticolo te la prendi con Vatican Shadow...
Scrivo che non è capace di ballare, e che nemmeno dovrebbe provarci. Non so che dirti, trovo che sia fiacco: quando Dominick Fernow faceva le sue cose come Prurient, mi piaceva anche. Ma adesso che gira come Vatican Shadow, non trovo che faccia nulla di realmente interessante. È musica dance venuta male, credo io...

Però insomma, tu sei stato quello che ha coniato il termine “hypnagogic pop”, il primo a sdoganare il James Ferraro che traffica coi feticci della cultura pop... A posteriori, non pensi che derivi tutto da lì? Non era già quello lʼinizio della fine?
Ahahah, beʼ può darsi! Ma lasciami intanto spiegare il senso di quellʼarticolo, che comunque risale a cinque anni fa. Lo scrissi perché era innegabile che qualcosa stava accadendo, e io stesso venni colto di sorpresa dal lavoro che stavano portando avanti James Ferraro e Spencer Clark dopo la fine degli Skaters. Penso tuttora che alcune delle cose che Ferraro fece in quel periodo—Marble Surf, per esempio—restino tra i dischi più incredibili di quegli anni, e da lì partì una corrispondenza che vide il sottoscritto, James e Spencer stabilire una specie di partnership creativa per meglio definire quellʼestetica, attraverso un continuo scambio di impressioni, idee, critiche, ragionamenti. Quello che accadde dopo—lʼhypnagogic pop che diventa “di tendenza”, Ferraro su Vogue ecc—mi prese decisamente alla sprovvista, in qualche modo mi ha sopraffatto. Le cose che produce James adesso non mi interessano granché, ma bisogna comunque dire che non sta facendo altro che approfondire temi che lʼhanno sempre interessato. Spencer Clark al contrario continua a tirare fuori dischi eccezionali, specie quelli a nome Fourth World Magazine. Quello che ci terrei a specificare, è che quando sia lʼuno che lʼaltro cominciarono a lavorare su quello che poi ho chiamato hypnagogic pop, era realmente “qualcosa di diverso”. Poi sì, hai ragione, da lì in poi le cose hanno preso una certa piega, forse davvero era lʼinizio della fine...

Lʼarticolo sullʼhypnagogic pop ai tempi suscitò molte polemiche, si vede che sei specializzato. Invece che reazioni hai notato al tuo pezzo sulla fine dellʼunderground?
Non so se parlare di reazioni sia corretto... Perché con internet e i social network, chiunque può istantaneamente commentare senza che dietro vi sia riflessione alcuna, e quelle per me non sono reazioni. Certo, un sacco di gente si è incazzata dicendo cose come “chi si crede di essere?” e roba del genere; ma se ho scritto un articolo di questo tipo, è proprio perché erano mesi e mesi che ne discutevo con amici e personaggi coinvolti nella scena. Che lʼunderground fosse diventato noioso, era una sensazione diffusa—il che non significa che al giorno dʼoggi non ci siano gruppi validi, intendiamoci. Mi piacciono molto i Mad Nanna, la scena australiana, e non ho scritto da nessuna parte che nel 2014 non si faccia più buona musica. Ma se si parla di underground, io sono tutto tranne che un commentatore imparziale. Sono semmai un soggetto coinvolto, ho fondato Volcanic Tongue da appassionato, era un modo di proseguire lʼesperienza dei mailorder DIY dei primi anni Novanta, un veicolo di informazione e di supporto prima ancora che di vendita di materiali stampati da etichette minuscole e musicisti fai-da-te. Continuo a sostenere quelle realtà che tentano di produrre qualcosa di nuovo, di diverso. Ma sono queste stesse realtà a confermare come la situazione al momento sia tutto tranne che interessante. Il paradosso semmai è che gruppi come i Fushitsusha, i Dead C, adesso li vedi citati ovunque. Prendi la più merdosa delle webzine, e te li tira fuori come nulla fosse. Tutti sanno tutto, no?

The Dead C

Tu nellʼarticolo invochi un “nuovo isolazionismo”...
Sì, propongo una ritirata generalizzata da tutto questo chiacchiericcio on line, dai link su SoundCloud, dalle influenze dichiarate e sbandierate senza approfondimento. Vorrei sentire musica che sembra provenire dal tizio più marcio del pianeta, piuttosto che lʼennesima “somma di influenze”. Ho senzʼaltro unʼidea molto romantica della musica, ma mi piace pensare che quando fai arte sei talmente coinvolto in quello che stai facendo, che non hai proprio tempo di stare appresso a cose tipo i social network e le discussioni on line. Solo così può uscirne qualcosa di autenticamente irriducibile al mainstream, qualcosa che non abbia punti di contatto con la cultura ufficiale.

E il No Audience Underground? Ne avrai senzʼaltro sentito parlare. Voglio dire, cosa cʼè di più “isolazionista” di una musica che per definizione “non ha pubblico”?
Alcune di quelle cose mi piacciono, non voglio fare di tutta lʼerba un fascio... Ma quella definizione—No Audience Underground, appunto—significa sostanzialmente che il pubblico che va ai concerti è composto da persone che a loro volta sono coinvolte in progetti musicali. E questa è merda, fammelo dire. Se voglio andare a un concerto rock, mica per forza devo essere un musicista anchʼio, allo stesso modo in cui se vado a vedere un film, non necessariamente devo essere uno sceneggiatore. Questo è esattamente un altro dei problemi dellʼunderground attuale: vai ai concerti, e nel pubblico sono tutti musicisti... Ma vaffanculo! Io quando vado a un concerto voglio spegnere i neuroni, ascoltare e lasciarmi prendere dalla musica, non sto lì per “studiare” perché sono un addetto del settore.

Te la prendi anche col Cassette Store Day, il che è significativo, visto che tramite Volcanic Tongue tu con le cassette hai sempre avuto a che fare...
Beʼ, noi trattiamo cassette dagli inizi, per il semplice motivo che le cassette sono da sempre uno dei veicoli di riferimento dellʼunderground, sin dai tempi dei Throbbing Gristle. Il primo Cassette Store Day lo trovai anche divertente, facemmo pure un nastro in edizione limitata di Richard Youngs che mettemmo in vendita solo per quel giorno. Ma già lʼanno dopo, era diventata una cosa ridicola: per dire, cʼerano le major che ristampavano su cassetta i loro artisti, in sostanza si era trasformato in un momento di promozione come un altro...

Ma senti, per chiudere: tu pensi sul serio che un underground come quello di cui abbiamo parlato, abbia ancora senso? Cioè, credi davvero che con internet e tutto, possano ancora nascere musicisti come i vari Harry Pussy, Richard Youngs, Dead C?
Come ti ho detto, ho unʼidea romantica della musica. Non sono per niente un tipo realistico, è vero: ma lasciati anche dire che essere realisti, nellʼarte, non ha mai portato a niente. Quindi ti rispondo che sì, credo che quel tipo di musica—una musica radicale che faccia piazza pulita di tutte le regole e i cliché imperanti—abbia ancora senso. Che fenomeni del genere si possano ancora riproporre in futuro. Non solo perché, come dicevamo prima, si tratta di fenomeni ciclici; ma proprio perché non credo che verranno mai meno le motivazioni che spingono le persone più disparate e cimentarsi in esperimenti di questo tipo. Il bisogno di isolarsi, lʼimpulso a rifiutare tutto, la necessità quasi fisica di mandare affanculo lʼesistente, non moriranno mai. Lʼunderground che abbiamo conosciuto negli ultimi ventʼanni è morto, e va bene. Ma finché determinati impulsi saranno vivi, ci sarà sempre speranza che nasca qualcosa di altrettanto nuovo e radicale.

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