Spazi di comunione: Isola nel Kantiere

A Bologna c'era un'isola che per tre anni è stata la culla di parte della cultura hip hop italiana e non solo. Questa è la sua storia raccontata da Deemo.

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12 ottobre 2015, 10:00am

È bizzarro che i cicli di vita di molti spazi—perché sì, gli spazi liberati sono a tutti gli effetti entità vive e pluricellulari—nati abusivamente agli occhi delle autorità, ma pure a quelli della cittadinanza più ottusa e passiva, siano sempre gli stessi, da sempre. Che sia datato 2015 o 1991 fa poca differenza; un posto autogestito e reso fruibile da una comunità che crede in un modello di sviluppo artistico-culturale alternativo, vedrà sempre incombere la ghigliottina dello sgombero. Almeno fino a quando non si sarà creata una piattaforma funzionale al suo stesso sostentamento, che veda la partecipazione attiva di coloro che ci credono davvero. Il grosso paradosso per cui gran parte delle dinamiche con cui ci si oppone a un dato modello di industria culturale, si riversano endemicamente in quella stessa industria, non interferisce con la chiave di lettura di questo secondo approfondimento sugli spazi liberati/di comunione, che per inciso si focalizza su Bologna.

L'urgenza di dare spazio, forma e struttura a espressioni artistiche, mettendo al centro il gesto politico che esse rappresentano, e le dinamiche con cui questo bisogno passa dall'essere un semplice tarlo nella testa di pochi, a realtà operante in una sede fisica, con piani, programmi, ambizioni e risultati, è un po' al centro di questa serie sugli spazi liberati, di cui il primo capitolo ha riguardato Milano e Macao.

Il fatto che la città di Bologna, oltretutto sia da venerdì orfana di Atlantide, rende le cose un po' più antipatiche del previsto. La ferita è ancora troppo fresca, il dolore non accenna a coagularsi in tempi brevi, e lo sfregio più grande sarebbe intendere questo focus come un "rendere omaggio," nell'accezione più sterile e paracula del termine, anche se il luogo, la storia, i protagonisti e gli anni in questione sono altri.

​Ho chiesto a Deemo di raccontarmi, secondo la sua esperienza, la storia dell'Isola nel Kantiere, che esattamente come Atlantide ha incarnato un potente spirito di lotta, di cui ogni singolo abitante della città provvisto di un minimo di sensibilità critica e politica, ha fatto tesoro negli anni a venire.

BOLOGNA, ANNI OTTANTA

"Arrivo a Bologna che ho quindici anni," racconta Deemo, "e fin da subito cerco di avvicinarmi alla scena punk della città, che tra l’altro era una delle più attive. Era l’82. Bologna in quegli anni non era molto diversa dalle altre città italiane. C’erano tutti i proseguimenti dei movimenti del ‘77, ma con numeri molto diversi da quelli dei tempi passati. Poi che dire? C’era parecchia eroina."

La città in quegli anni, era un unico fermento di nuove generazioni che, manco a dirlo, non si facevano problemi a mostrarsi ostili all'annientamento e intorpidimento medio della gran parte della cittadinanza. Anzi, si sapevano organizzare con una certa coesione. "Ho iniziato a frequentare il circolo Anarchico al Cassero di Porta Santo Stefano, dove in quel periodo avevano la loro base i Raf Punk: sala prove, distribuzione di dischi e fanze, laboratorio di serigrafia, spazio riunioni. A suo tempo mi spiegarono che dopo la seconda guerra mondiale, agli anarchici vennero concessi una serie di spazi per ricompensarli dell’impegno nella Resistenza. Il Circolo Anarchico Berneri era uno di questi. I 'casseri' di porta santo Stefano sono due edifici uguali, uno di fronte all’altro: in uno c’è il Berneri, l’altro negli ultimi anni è stato occupato dalla realtà di Atlantide. I Raf furono il primo gruppo di punk che incontrai. Il secondo fu quello delle case occupate del quartiere Marconi, più nel centro di Bologna. Lì hanno cominciato occupando due o tre case, e in pochi anni sono diventati non solo luoghi abitativi, ma luoghi di circolazione e aggregazione di persone. Tant’è che c’era anche un negozio di dischi di riferimento. Anche chi come me non era un occupante, si ritrovava lì alle case occupate."

Punti di riferimento per quella congrega eterogenea di ragazzi—dalla prevalente suggestione punk—in Italia, casi come il Virus di Milano. "Fu il primo spazio con una sala concerti occupato da punk 'e creature simili', annesso ad un intero stabile di appartamenti occupati. Il Virus aveva un po’ caricato la molla a tutte le altre città: tutte le riunioni che facevamo erano volte alla ricerca di uno spazio nostro, o per accordi col comune, o per occupazione, per chi se lo poteva permettere dal punto di vista dei rapporti di forza. Era il centro assoluto dei nostri pensieri, perché lì dentro avremmo potuto riversare le nostre energie, presentare una serie di modelli e proposte culturali alternative."

Altri validissimi modelli erano quelli dei coetanei nordeuropei. "Vedevamo come funzionavano i posti occupati in Nord Europa: Amsterdam, Berlino, Copenhagen, Zurigo; dopo il primo anno e mezzo abbiamo pure cominciato a viaggiare parecchio, soprattutto per concerti. Tutto grazie ai biglietti falsi.[Segue storia sulla falsificazione dei biglietti, genio totale, purtroppo non replicabile oggi]. Avevano rapporti di forza molto più favorevoli, quindi le occupazioni reggevano. La seconda generazione di spazi occupati, equivalenti dei centri sociali di adesso, erano anche tenuti molto bene. Cercavano di darsi un’organizzazione, avevano ristoranti dentro, erano bei posti. Avevamo visto funzionare questi spazi all’estero, ed era diventata nostra necessità portare a Bologna quella realtà. Iniziamo quindi a proiettare in questo tutti i nostri desideri ed energie fisiche, per capire cosa vogliamo fare"

Superfluo sottolineare che la colonna sonora di questi primi embrioni di movimento era il punk hc più sporco, supportato e diffuso da centri sociali che a detta di tutti, godevano dell'accettazione delle istituzioni "rosse" della città. Niente di più sopravvalutato, secondo Deemo. "La verità era che se c’era un posto in cui nessuno ci avrebbe mai dato niente, quel posto era Bologna. Riprendo le parole di Radio Gladio, al secolo Sergio Messina, dette durante una sua performance: 'È sempre bello essere qui, a Bologna, un posto in cui c’è un partito che dice ‘Qua di sinistra ci siamo noi e nessun altro’. Dal nostro canto, non eravamo affiliati o affiliabili a nessun gruppo politico del Movimento, pur dividendo abitualmente la piazza con tutti loro, collettivi etc. Essendo Bologna piccola, si creavano dinamiche di solidarietà e ogni tanto qualche attrito. Eravamo schierati apertamente, ma per tutta una serie di priorità che il movimento aveva in quel momento, ci sentivamo diversi. Molti di noi stavano crescendo—dato che eravamo pischelli—con delle priorità completamente diverse. Vedevamo le occupazioni come strategia per appropriarsi di posti non semplicemente atti a risolvere un’emergenza abitativa, ma anche per sperimentare modelli e forme artistiche che altrimenti non avrebbero mai avuto uno spazio.” La sovrapposizione tra iniziativa politica e sfogo musicale, visto come strumento d'azione, è presto fatta, e parallelamente pure l'incompresione dalla restante parte "seria" di movimento, che con la musica poco voleva avere a che fare. "Per noi iniziativa e musica invece erano la stessa identica cosa," va avanti Deemo, "Quello che abbiamo provato a fare all’Isola era cercare un’altra strada."

ANNI BUI

"Per quattro lunghi anni, dall’84 all’87, ci siamo trovati in una trattativa con il comune di Bologna per ottenere uno spazio. Quei quattro anni a me sono sembrati eterni; erano anni di ricostruzione, in cui avremmo voluto fare tutto, ma poi le riunioni una volta al mese ci tiravano scemi e basta. Nel frattempo avevamo trovato anche altre soluzioni, ma Bologna era proprio diversa da oggi."


Protesta dei vassoi contro la privatizzazione della mensa universitaria, Bologna. Credits: Luciano Nadalini.

A differenza delle grandi città come Milano, in cui imbattersi in ruderi e aree abbandonate è all'ordine del giorno, a Bologna, è molto difficile scovare spazi di grandi dimensioni che non siano vere e proprie abitazioni. Uno degli innumerevoli motivi per cui le occupazioni erano quasi tutte abitative era anche questo, e trovare un luogo adatto alla sperimentazione di arti così come se lo figuravano Deemo&soci era più che complicato. Alla lunga proprio frustrante. "La tensione era alta, era come agitare una bottiglia di acqua gassata e non togliere mai il tappo. Eravamo sotto pressione, quasi ci stavamo arrendendo. Non trovavamo spazi per noi, aggiungici anche che il collante musicale tra di noi si stava disfacendo in quegli anni. Nell’87-88 l’hardcore stava perdendo la sua carica iniziale, sia a livello globale negli Stati Uniti che qui soprattutto. Senza volerlo ci stavamo tutti guardando intorno, aspettando che arrivasse la prossima onda buona."

SBARCO NELL'ISOLA

"Quand’ecco che durante l’agosto dell’88," riprende Deemo, "mentre gran parte di noi era in vacanza, alcuni del nostro gruppo filtrano in un vecchio stabile in piazzetta San Giuseppe, dietro la via principale di Bologna, via Indipendenza, nel quartiere Marconi. C’era un cantiere che chiudeva la piazzetta da anni. L’irruzione era inizialmente a scopo abitativo. I ragazzi cominciano a esplorarlo; capiscono che c’è altro spazio abitabile dietro un muro, fanno un buco, entrano, e si trovano dentro a un ex magazzino di ceramiche, di cui non avevano immaginato l’esistenza. Questo accade qualche giorno dopo essere entrati nel palazzo."

Lo spazio è grande, più del previsto. Sono infatti ben due i piani a disposizione, uno a terra e uno interrato, e il particolare che renderà lo stabile immediatamente appetibile nel suo complesso, è la presenza di un'intercapedine isolante tra i due piani. In pratica il piano interrato, grazie a quest'intercapedine, è completamente insonorizzato e a questo punto pure i più scettici capiscono che la loro ricerca è finalmente finita. "Vado lì ed effettivamente mi trovo davanti al posto che per tutti quegli anni avevamo sognato, poco a poco, iniziano a riversarsi lì dentro tutta una serie di facce amiche. Mano a mano che tutti rientrano dalle vacanze, iniziano anche i piani di cooperazione all’interno di quel posto, che tutti ormai avevano capito essere IL posto. Un collettivo con cui ci trovavamo parecchio bene era il collettivo Damsterdamned, cioè formato da alcuni ragazzi del Dams. C’erano loro, noi, qualche curioso." Bastano poche settimane di pulizie e riassettamenti, e l'Isola è pronta per inaugurare.

Coincidenza vuole che quello sia anche l'anno—1991—in cui la Biennale dei Giovani Artisti del Mediterraneo si tiene proprio a Bologna. "Ovviamente qualsiasi operazione culturale rivolta ai giovani, messa in piedi dal Comune di Bologna, veniva da noi puntualmente contestata… c’era questo conflitto perenne. L’Isola nasce mentre in città c’è la Biennale, che noi non manchiamo di contestare, ma ormai la vittoria era in tasca. Eravamo assolutamente sicuri che nel momento in cui eravamo in possesso di un posto di riferimento, non avrebbero potuto farci niente. Il modello di circolo arci proposto da loro in alternativa non ci riguardava più."

"Credo ci definissimo spazio occupato," riprende, "le etichette non ci sono mai piaciute. Non ci chiamavamo compagni tra di noi, e quando qualcun altro lo faceva sorridevamo. Ci sentivamo veramente in una sorta di mondo a parte, ma anche negli anni precedenti all’Isola. Come se fossimo proprio nati e cresciuti così. Il percorso, la scena e l’ambiente che hanno poi portato all’Isola erano una sorta di mondo a parte, e penso di poter parlare a nome di molti, non solo mio. Certo, tutto pur condividendo posizioni e vita politica con il resto dei movimenti nelle varie città d’Italia. A Torino i punk si trovavano con gli anarchici di Via Ravenna, da noi a Bologna c’erano vari giri riconducibili all’Autonomia… con queste persone a volte scendevamo in piazza assieme, però i linguaggi che adottavamo erano diversi. [...] Non c’era Isola nel Kantiere senza le case occupate: erano due piani operativi che coincidevano innanzitutto per le persone coinvolte, che erano le stesse. Negli anni precedenti all’Isola, quando non eravamo in giro per l’Europa a concerti, o andavamo a trovare amici per cercare di capire come ottenere un posto nostro al Comune, o ad aiutare a portare via le cose dalle abitazioni che la polizia sgomberava regolarmente alla mattina, in giro per la città. Era molto praticata come cosa."

L'Isola nel Kantiere prende definitivamente questo nome e viene lasciata in pace dopo un episodio in particolare, il giorno stesso della sua inaugurazione. "Dovevano suonare gli Impact. Mi ricordo che quel giorno la polizia è arrivata e si è piazzata preciso davanti alla serranda. Tutta la gente si è riversata nel salotto buono di via Indipendenza e c’è voluto poco a scatenare il panico. La situazione in pochi attimi era diventata ingestibile, per cui niente, da quel momento in poi all’Isola è stata data la possibilità di esistere così com'era, senza pressioni esterne. Il suo logo diventa il cerchio con il punto al centro. Iniziano a formarsi diversi ambiti di azione: da una parte gruppi di ragazzi che si occupavano di organizzazione di concerti, dall’altra un laboratorio fotografico, poi ancora altri che organizzavano proiezioni cinematografiche."

SPAZIO


A Piero Bonini Coramaio (1991) 2a parte from Videogiornale on Vimeo.

"Il piano di sotto, adibito a serate e concerti, era dieci metri per quaranta. Ci stavano trecento persone, non tantissime, ma più che sufficienti per una città come Bologna ai tempi. Siamo ancora distantissimi dai tempi di oggi. Dopo l’Isola c’è stata un’accelerazione immediata, di lì a tre-quattro anni i posti occupati cominciano ad essere popolati e riempiti da mille-milleduecento persone per evento, cifra che per noi era assolutamente inimmaginabile. Il feedback, considerata la normale programmazione, era più che positivo. In un paio di occasioni si è reso necessario uno spazio più grosso, e ci siamo spostati alla Fabbrica di via Serlio, quella di cui parlavo prima. Diciamo che chi ha voluto fare delle cose lì dentro le ha fatte; ci hanno suonato gli Agnostic Front, i Test Dept, i Lemonheads, Fugazi. Henry Rollins invece all’Isola."

OFFERTA CULTURALE

"Tutti si davano una mano a fare tutto. Sì, ma non è che esistessero collettivi veri e propri. Erano tutti sottogruppi del gruppo originario di partenza; alcuni si occupavano di musica, altri realizzavano sculture saldando vecchi rottami, io, Deda e altri eravamo quelli in fissa per le serate rap, etc. C’era il Nuovo Cinema Inferno, cioè una serata di proiezioni di film horror-burlesque, non saprei come definire… [Ride] Quei film lì difficilmente li avresti trovati in giro, era la prima volta che alcuni appassionati proponevano questo tipo di programmazione. Parlo di Basket Case, per esempio, o tutti i film di Russ Meyer, tipo Faster, Pussycat! Kill! Kill! E infine c’erano le nostre serate, che si chiamavano Ghettoblaster."

Queste serate, che traevano tutti i loro elementi caratteristici dalla allora sconosciuta cultura hip hop statunitense, erano più delle volte lasciate a margine, rispetto ai ben più frequenti ed affermati eventi hc. "Era tutto nato dall’idea di quelli che come me non si sentivano più rappresentati dall’hardcore. Di fatto poi a noi delle discoteche e dell’house music che mettevano nelle discoteche non fregava niente, volevamo organizzare eventi diversi, dentro l’Isola. Certo, spesso le serate erano letteralmente vuote, ma erano pur sempre le prime volte che in uno spazio occupato non vedevi più chitarre, batteria etc, ma un giradischi. Pensavamo di essere gli unici a farlo, poi in realtà abbiamo scoperto che anche a Roma accadeva la stessa cosa, ma al momento nessuno sapeva dell’altro. I contatti sono avvenuti molto dopo."


"L’episodio era quello degli sbirri della Uno Bianca che diffondevano panico in città. C’erano anche le rivendicazioni di questo fantomatico gruppo chiamato “Falange Armata” che ai tempi segnarono moltissimo la città. Ci fu un’interrogazione parlamentare, uno dell’MSI domandò al parlamento perché ancora non si era indagato negli ambienti extraparlamentari, che sicuramente dovevano essere responsabili di certi crimini, compiuti in rivendicazioni degli sgomberi da parte della polizia. Da qui nacque tutta la caccia alle streghe di cui parlavo, che si univa al clima di panico generale scatenato dalla Uno Bianca in città. Il pezzo “Stop al panico!” nasce come manifestazione, come parola d’ordine contro gli sgomberi e questo clima di terrore. Era stato creato a bellaforza. La sera prima della manifestazione incontro gli altri, che mi dicono che hanno scritto un pezzo rap. Lo proviamo,lo registriamo con un 4 piste in una delle case, e il giorno dopo si era già diffuso. Suonato in manifestazione quel pezzo diventa improvvisamente qualcosa di importante, ed è l’Isola, il collettivo non il gruppo musicale, ad esprima la volontà di farne un disco. Fu l’Isola a mettere a disposizione i soldi necessari, prendendoli direttamente da quello che c’era in cassa. ed è stata l’Isola quindi a decidere non un singolo individuo. Il secondo disco che viene fatto uscire dall’Isola è un 45 giri realizzato in collaborazione con vari gruppi straight edge etc."

La transizione da hardcore a hip hop, dunque, non era niente di sconvolgente. Era consequenziale alla mutazione di interesse da parte di chi, come Deemo, ambiva a creare qualcosa di effettivamente unico nel suo genere, e voleva che l'Isola ne fosse la casa. "Per determinati anni la parola 'punk hardcore' ha significato molto per noi, l’intero vissuto e stile di vita che avevamo avuto fino a quel momento, la nostra opposizione e lotta. In quella scena si concentrava tutto ciò che eravamo, anche a livello politico. Il punto è che in quel periodo stava prendendo piede un altro spirito, che ha fatto rapidamente innamorare alcuni di noi, cioè l’hip hop. Era una questione di suono e di sua evoluzione, ma non a tutti piaceva. Me l’aspettavo anche, a dire il vero. A differenza dell’hardcore, era musica fatta anche per ballare. All’inizio qualcuno si lamentava, ci si prendeva in giro, eppure nessuno ha mai fatto mancare il supporto quando serviva alle serate, a prescindere dal gusto personale nei confronti dell’evento e del genere musicale di riferimento."

PARTECIPAZIONE

"Come gruppo a volte ci è stato anche detto che eravamo un po' impermeabili, elitari, che non ci mescolavamo volentieri. Per quanto mi riguarda ho sempre ragionato in termini per cui mi bastava poco per capire se qualcuno mi era affine in questo senso. Non so spiegare bene come sia nata questa family, come riuscissimo ad annusarci e a capire che eravamo della stessa specie, anche se magari avevamo davanti ragazzi che non erano necessariamente cresciuti con noi. So che abbiamo interagito con molti gruppi così, ma riconosco che entrare a far parte era al tempo stesso o facilissimo o molto difficile." Per Deemo la parola chiave era "attitudine": "Bastava ritrovarsi su determinati punti fissi e immediatamente scattava la simpatia. Il nostro non era una questione di esclusiva affinità musicale, non credo ci sia bisogno di spiegarlo. Avevamo bisogno di annusare la gente, per capire se l’attitudine era quella giusta. Ripeto, non so spiegare come ci riuscivamo, ma credo che chi ha voluto davvero entrare a far parte del giro ci sia riuscito appieno."

BOLD MACHINE

Alcuni compagni affiliati all'Isola avevano deciso di mettere su una tipografia, e di chiamarla Bold Machine. A detta di tutti era una scommessa bellissima, in primis perché ai tempi, "possedere una tipografia era ciò che si avvicinava di più alla vera libertà di stampa". Il quartiere dove aveva sede Bold Machine era Porta San Felice, e in pochissimo tempo il suo rapporto con l'Isola è diventato sempre più stretto. "Tramite loro avevamo la possibilità di produrre manifesti e quindi parlare effettivamente alla città. Ci tenevamo ad avere una comunicazione efficace; io stavo iniziando la storia dei graffiti, sapevo che dovevo mirare ai pischelli che come me stavano iniziando ad ascoltare il rap. Non era questione di distribuire volantini, mi spiego? Era comunicazione ad altro livello. E noi ci riuscivamo grazie alla Bold Machine, cioè noi che arrivavamo lì la sera alle sei e mezza, con loro che stavano finendo una stampa, chiedevi loro 'Che colori hai già in macchina?' 'Ah guarda, ho questo blu e questo giallo,' 'Ok, questa è la mia grafica, la parte scura va sul blu e quella chiara sul giallo, vediamo che manifesto viene fuori.' Così lui non doveva pulire il rullo, cambiava la lastra e fine."

CASH FOR CHAOS

È stato proprio nella fanzine ufficiale dell'Isola, stampata da Bold Machine naturalmente, che Deemo per la prima volta esprime un'opinione sugli aspetti economico-finanziari interni all'amministrazione. "Scrissi un articolo intitolato 'Cash for Chaos,' come la maglietta di Malcom McLaren, il manager dei Sex Pistols. Già allora iniziavo a sentire il problema dell’autofinanziamento, che non gravava solo sui gruppi ospiti che invitavamo a suonare, ma su tutto l’organismo. Per migliorare la dotazione e dare inizio ad attività effettive e costruttive all’interno dell’Isola, in qualche modo serviva un ingresso economico, e quindi forse una maggiore efficacia nella comunicazione. Iniziai a scrivere di questo, del fatto che non ero più convinto del modello a offerta libera, o dell’eterna fila di individui che si presentavano agli eventi, millantando di non avere soldi con cui contribuire, e poi li vedevi al bar." Si trattava di un punto di vista personale, con cui però molti si sono trovati d'accordo. I prezzi che l'Isola imponeva, erano, com'è prevedibile, più che accessibili: il piano terra a circolazione casuale, era a ingresso libero, mentre il piano interrato, adibito alle serate, a pagamento. "Dividerlo in due ambienti si è rivelato vincente, in questo senso. I prezzi erano sempre assolutamente ipercontenuti. Ci può essere capitato alla cassa di discutere con personaggi che per qualche motivo pretendevano di entrare gratis, ma niente di particolarmente serio."

Ciò che avveniva all'interno dell'Isola, da molti militanti politici locali e non, era visto come un'attività secondaria, di relativo conto se comparata a questioni ben più serie sulla politica cittadina, per esempio. "Noi eravamo quelli che arrivavano dopo che era già successo tutto, e che promuovevano eventi di cui non fregava niente a nessuno, sostanzialmente. I temi più seri da affrontare erano altri, i compagni in galera, tutte queste cose. Il discorso fatto per Macao sul 'Per chi milita nei centri sociali è un posto per fighetti, per i fighetti è un centro sociale' è stato fatto pari pari pure a noi. Va’ che noi eravamo belli brutti da vedere… [Ride] Però è una cosa in cui mi rivedo in pieno, se ripenso a come venivamo considerati da alcune ale del movimento, ai tempi. Quando chiamammo a suonare l’Onda Rossa a Ghettoblaster, a questi arrivarono le telefonate, 'Ma perché andate a suonare là?'” Solo con l'arrivo delle prime intimidazioni di sgombero, il ruolo dell'Isola acquisterà una sua dignità.

CADUTA

La prima minaccia di sgombero è nel 1991, a cui gli occupanti reagiscono con l’Isola Nel Kantiere 3 Days, abbreviata INK 3D. "Lì dentro è successo un po’ di tutto; c’era una moltitudine di gente incredibile che defluiva attraverso quegli spazi, in quei giorni, e quello che proponevamo andava dai concerti ai set con i giradischi, al rap... A un certo punto tutta questa massa di persone e di attività si è riversata in un corteo in via Indipendenza, e lì è stata la prima volta che vedevo un sound system in un corteo. L’idea era portare all’esterno quello che era il mondo dell’Isola, e farlo diventare la nostra maniera di manifestare. Da lì, per noi, nasce l’idea di avere un impianto in movimento, la musica, i carri… Da vedere dall’esterno per la prima volta sarà stato incredibile, un po’ scioccante immagino. Era una specie di MadMax incontra i rapper, che a loro volta incontrano i compagni dei collettivi, insieme ai punk, etc. Un discreto mescolone."

Il pericolo però era rimasto, e le opzioni per la comunità erano due. La prima, più ottimale, era trarre nuova linfa dall’energia con cui si era affrontato lo scontro fino ad allora, ed eventualmente ottenere sbocchi positivi—"Il posto rimane occupato, o male che vada ne viene occupato un altro". L’altra possibilità, senza girarci tanto intorno, era soccombere in partenza. "C'era già la sensazione che questa spada di Damocle che incombeva ci avrebbe esaurito, svuotato. L’Isola doveva essere sgomberata un giorno di agosto, nel 1991. Ci fu questo sgombero annunciato, a cui noi tutti eravamo preparati. Avevamo mandato sentinelle in giro per capire quando sarebbero arrivati, molti di noi erano saliti sulla gru che sovrastava tutta l’area, lì ferma da anni, per fare da vedette. Tutto inutile perché più andava avanti la giornata più capivamo che non sarebbe successo quel giorno. Era un falso allarme."

Quelli che invece venivano sì sgomberati erano gli appartamenti, e l’emergenza abitativa era diventata più intensa che mai. E proprio in questi mesi l’Isola, per la prima volta, viene riconosciuta come realtà a sé stante, alle riunioni cittadine. Siamo nell’estate del ‘91. "Ricordo che gli isolani spostavano ondulati e lamiere a chiudere il cantiere, riallargando la piazzetta e aggiungendo una rampa da skateboard lì davanti, come a dire 'Ma che davvero ce ne dobbiamo andare? Siamo legittimati a esistere in quanto realtà con una proposta culturale, politica e sociale, e voi volete spostarci per dare spazio al cantiere fermo da millenni?' In quei mesi le assemblee cittadine che tenevamo vedevano la partecipazione dei collettivi politici più disparati, per ragionare insieme sul da farsi e difendere l’Isola che a quel punto era rimasto l’unico dei quattro spazi nati a suo seguito, tutti precedentemente sgomberati. Fino a quando a un certo punto, anche dalle frange da cui meno ce lo saremmo aspettati, è arrivato il riconoscimento del fatto che l’Isola, pur non essendo ortodossa nella pratica politica, era stata in grado di fare molto per la città. Aveva radunato attorno a sé un’idea, che nel complesso si era concretizzata, impresa in cui molti altri collettivi non erano riusciti. La frase ricorrente era 'Non so bene perché, non so spiegarmi come, ma l’Isola è stata in grado di fare questo.'"[Ride]

La vita, dopo quell'iniziale falso allarme, è proseguita per un po’, ma in molti si erano già stufati della situazione. "Presi e andai a Londra per qualche giorno. Tornai un pomeriggio, e lo sgombero era stato quella mattina, senza troppi episodi eclatanti di resistenza, anche perché non c’era fisicamente nessuno, la città era semideserta. Secondo me è stato un fatto di energia che si è trasferita altrove. L’Isola inteso come collettivo di persone, nell’anno successivo, si è ritrovata a casa di amici, ancora una volta di fronte a due possibilità. La prima era accettare la proposta del Comune, di prendere in dotazione uno spazio, sottostando alle sue regole, quindi istituzionalizzandosi. Istituire un’associazione culturale, con dei nomi, dei riferimenti, etc. Ovviamente a molti non andava giù l’idea di istituzionalizzarsi a prescindere. L’altra possibilità era quella di occupare un altro spazio. L’Isola lì non si divise esattamente in due, ma alcuni isolani raccolsero l’offerta del comune insieme ad altri che avevano militato assieme ai giri del Dams, etc, ed aprirono questo spazio che poi si chiamerà Link. Altri semplicemente si ritirarono a farsi i fatti loro, e altri ancora, insieme ad altri gruppi universitari, prima presero direttamente una ex mensa universitaria in piazza Verdi, più in centro, e diedero vita all’esperienza del Pellerossa, dopodiché sgomberato pure quello, entrarono in una sala studio sempre di proprietà del Comune e crearono il primo Livello 57."

EREDITÀ

"Le persone che si sono ritrovate a gestire il Link erano diverse, e avevano mentalità diverse da quelle che stavano all’Isola. Proprio diverse. Magari di isolani ce ne erano anche, specie quelli che si erano iniziati a interessare al teatro, alla musica sperimentale… poi il Link è anche un posto molto grande, sempre in una zona industriale limitrofa alla ferrovia, però da tutt’altra parte rispetto all’Isola. Quando venne sgomberato il primo Livello 57, invece, lungo la ferrovia, ne aprì un secondo, che divenne poi famoso per i rave e per l’esistenza di uno spazio dentro molto grande interamente dedicato all’hip hop che era la Zona Dopa. Stava sui binari, con grande felicità dei writer, che potevano venire alla serata, scavalcare la staccionata e trovarsi immediatamente sui binari."

Di Link e Livello 57 ci sarebbe moltissimo da dire, e arriveremmo fino al nuovo millennio, ma non serve che Deemo ci specifichi che si tratta di tutt'altra storia. La stessa etica era mutata, e ciò non vuole essere un'accusa ma una constatazione di che tipo di aggregazioni e spazi si sono originati dalle ceneri dell'Isola. Nonostante gli appena tre anni—agosto ‘88 - primissimi giorni di settembre 1991—di vita, il suo messaggio politico riversato in città, e gli strumenti di lotta forniti sono andati ben oltre le iniziali aspettative. Non è nostalgismo, sia ben chiaro, anche perché l'eredità di ciò che con l'Isola ha iniziato a diffondersi a Bologna—ma anche in Italia—non ha di certo bisogno di lagne conservatrici che rimpiangono i bei tempi andati. Né tantomeno di fomentare la superficialità del popolo medio con frasi benevole a caso.

"Non ce ne frega niente del museo delle porte, non ce ne frega niente che tra vent’anni magari andrete a ripescare gli scatti dei migliaia di punx intervenuti ai nostri concerti, non ce ne frega niente di essere riconosciuti a posteriori del valore culturale che un posto come Atlantide rappresentava in città," scrivevano i punx di Atlantide più di un anno fa in questa lettera aperta. Non siamo promulgatori a posteriori del valore culturale dell'Isola, quanto della storia e dei fatti, così come sono avvenuti, privati di ogni intento glorificante. "Quello che conta è che noi, bene o male, abbiamo ribadito il concetto: schiavi nella città più libera del mondo siete voi, perché noi siamo liber* da ogni bando, da ogni ipocrisia e da ogni museo mummificatore di esperienze." [Atlantide punx]


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