Giuni innamorata fra i miraggi

Finita l'estate e arrivato settembre, Italian Folgorati ricorda Giuni Russo e "Vox", capolavoro lirico e libero che i discografici non volevano.

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set 10 2015, 8:43am

Un’estate al mare/ stile balneare”: quante volte in vacanza avrete intonato tale ritornello? Non tutti sanno però chi era la cantante dal vocione potente, con quei capelli alla maschiaccia e gli atteggiamenti androgini. Perché in generale Giuni Russo è percepita come una delle tante meteore anni ottanta, quelle che poi mollano investendo in una catena di ristoranti. Ebbene no, oggi faremo giustizia ricordandola, in questo settembre che ha visto la sua nascita e morte (per l’esattezza il 7 settembre 1951 e il 14 settembre del 2004): una delle voci più potenti d’Italia e una pioniera, se non l’unica esponente del pop vocale italiano più “ambiguo” (la sua storia con l’inseparabile paroliera-compositrice Maria Antonietta Sisini è ormai negli annali degli amori clandestini del pop). Italian Folgorati, a sottolineare che la Russo è stata innanzitutto “la Voce”, si occupa proprio di Vox, il suo secondo album dell’83 che esce poco dopo il famigerato successone di “Un’estate al mare” e dopo il capolavoro Energie.

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Per inquadrare la situazione partiamo proprio dallo storico singolo. L’apparente spensieratezza del ritornello distrae, infatti, da una serie di messaggi ambigui, che, anziché nascosti sono, perlopiù espliciti, qualcosa di davvero scomodo in una canzoncina estiva che si propone per tutte le età. Basti leggere l’incipit: ”Per le strade mercenarie del sesso che procurano fantastiche illusioni…”. Ebbene sì, per quanto gli autori stessi vogliano fare i furbi, qui si parla di una mignotta che vagheggia di una meritata vacanza al mare, come tutte le persone normali. Il verso “nelle sere quando c’era freddo si bruciavano le gomme d’automobili” descrive fedelmente il “mestiere” lungo le autostrade, sovrapponendo estate e in inverno in maniera surreale, come in un flusso di coscienza durante le interminabili attese dei clienti. Il verso “per Natale voglio un Harmonizer con quel trucco che mi sdoppia la voce” sembra buttato là …, poi rifletti un attimo e salgono subito alla mente telefonate camuffate a scopo estorsione/ricatto sessuale, cosa che all’epoca, in effetti, era possibile.

Il problema in questi casi sono i discografici: la solita Caterina Caselli (di cui già parlammo QUI) fiuta l’affare e cerca di costringerla a sfornare singoli estivi, senza rispettare l’artista che vuole invece un nuovo tipo di approccio. La Caselli acconsente per tenersela buona (visto il suo potenziale commerciale), ma di contro si vendica con un sabotaggio calcolato a qualsiasi alzata di cresta. La guerra inizia proprio dopo la pubblicazione di “Vox”, infatti la Caselli si dichiara, per ovvi motivi, contraria all’uscita del disco. Allo stesso modo Giuni – nonostante le idee radicali—strizza ancora l’occhio ai temi balneari, per far tacere Caterina che nel frattempo gli ha estorto un contratto quinquennale con la sua CGD (in pratica l'ha ammanettata). Ma come in “Bing Bang Being”, lato B di “Un’Estate Al Mare” pieno di riflessioni esoteriche firmate dall'allievo di Gurdjieff Tommaso Tramonti, Giuni continua a seminare panico.

In teoria a tema ombrelloni, “Abbronzate Fra I Miraggi” parte subito come una sgroppata new wave dal respiro sixties (addirittura echi pre-Twin Peaks nell’intro di chitarra), storie di scuola in Sicilia, terra nativa condivisa con Battiato in cui le maestre insegnano tutto tranne che l’amore. Ma ecco che le ragazze lo scoprono da sole: “Donne troppo indipendenti abbronzate dai miraggi/ma innamorate solo al mare”, tentate da sguardi fugaci maschili? No, affatto. Dai testi metaforici si direbbero femminili “il melograno è già maturo fa venire voglia di provare/speriamo manchi presto la corrente”: taglia e cuci fra le sonorità de La Voce Del Padrone e L’Arca Di Noé, ha uno stacco due-note-due preso a prestito da "Seventeen Seconds" dei Cure, come a simboleggiare il fascino dell’ignoto. Un potenziale inno lesbico, annuncia che il resto sarà pepato. Tanto per cominciare, Giuni firma quasi tutte le canzoni, coadiuvata da Messina e dall’inseparabile Sisini: i collaboratori ovviamente però sono come lei, stellari.

“Buenos Aires”: Italo-disco fusa alla Grace Jones delle fisarmoniche, è un pezzo politico sulle libere elezioni del 1983 in Argentina, dopo la sconfitta della giunta militare, tristemente famosa per le quarantamila morti correlate. Giuni si chiede preoccupata "Cosa resterà dopo le elezioni?". Forse l’ennesima copertura dei criminali, cosa che poi in effetti avverrà? Ma nel ritornello apertissimo c’è la voglia di futuro in una terra esemplare per tutti i popoli che combattono: “Guida un po’ più piano che voglio vedere”, aria che ti aspetteresti da un Fossati ultimo periodo. “Libertà morale per noi” è il traguardo, ed anche la cifra stilistica dell’LP: inafferrabile.

Anticipato da un effetto tape da accensione del play, “L’Oracolo di Delfi” è uno dei modi per Giuni di sfoggiare la sua incredibile tecnica vocale che in questo caso, nonostante il soggetto greco, si apre alla musica popolare cinese virata wave, ancora una volta mischiando le carte e spiazzando l’ascoltatore. La batteria di Golino picchia come una dannata, poi ecco un ritornello che è canto lirico pop: occidente, oriente, moderno e antico deflagrano tutti insieme in un sol colpo. Un pezzo davvero storto, impreziosito (si fa per dire) da un testo di Luzzatto Fegiz sotto falso nome: il quale non fa altro che imitare male il citazionismo di Battiato, ma se non altro è utile alla Russo come base per i voli eccezionali delle sue corde vocali… Sembra quasi cantare in mandarino!

Ma il meglio deve ancora arrivare, e il lato A si chiude con la minacciosa “Post Moderno”, che in anticipo sui tempi è un “lucido” bignami della nostra epoca. Aperta a un pad che sembra pacato nel descrivere i "Ragazzi di Granada che quando poi viene la sera vanno in giro coi blue jeans," diventa poi un pensiero intollerabile che scatena una raffica di vocalizzi compulsivi. Buchi neri del moderno, loop paranoico/critici, incapacità di capire cosa succede e ancora una volta attacco al potere “Leader qua leader di là”. Di "Fuochi sacri" urla la Russo nel suo lirico punk, con tanto di finale in risata tra il sardonico e il folle, sfumato in un ostinato e monocromo synthrock. Ottima sinergia fra la Sisini, Giuni e i due capoccia Battiato e Pio, davvero in stato di fottuta grazia e arrangiamenti killer in odor di Warning.

In “Oltre Il Muro” la lirica la fa ancora da padrona, mescolando Klaus Nomi e il glam come se nulla fosse. Stavolta, a colpi di Fairlight e Simmons, si salta forse il muro di Berlino? No, più che altro un muro psicologico che Giuni, a furia di esperimenti vocali, abbatte direttamente: "Pazza? Oh no!" canta ironicamente la nostra eroina, lasciando anche spazio a suggestioni cosmic/new age (ricordano certi momenti di Legione Straniera di Giusto Pio) verso il finale, in cui è evidente che è pazza davvero.

Ok ma dov’è la vera concessione balneare? Sì, va bene abbronzate dai miraggi, ma vogliamo qualcosa di concreto, e allora Giuni ci regala una dolcissima ballata, “Sere D’Agosto” veramente un gioiello. Poche interpreti potrebbero cantare di certe cose senza apparire ridicole: la Russo non solo le amplifica, ma dona loro quella credibilità che meritano in quanto motore dell’umanità tutta. Ecco perché versi come "Le sere d’agosto profumano l’aria / Bisogno di sole / La voglia d’amare" nella sua bocca rappresentano istanze di libertà e non cazzate. Fra i sequencer si consuma un’atmosfera da “eco antica nell’aria”, arpeggiatori suadenti, ampi riverberi: chissà cosa avrebbe potuto combinare Giuni se fosse stata su 4AD. Presenterà questo pezzo al Festivalbar, trasfomandolo nel vero traino del disco, anche se non sarà mai pubblicato come singolo: d’altronde bissare "Un’estate Al Mare" con un brano del genere sarebbe come dare caviale ai polli.

Colpi di sampler aprono “Le Grandi Colpe”, che con l’autocitazione ritimica di "Ho Fatto L’Amore Con Me", vecchio brano scritto proprio dalla premiata ditta Sisini-Russo-Malgioglio per Amanda Lear, lascia la musica all’onnipresente Cacciapaglia, il quale confeziona un pezzone—appunto—postmoderno, evocando arie del ventennio, svarioni d’opera uniti a citazioni di "Luglio col bene che ti voglio" e un’epica di forte impatto. "Passo notti ad aspettare albe che ricordano Hiroshima / Gente persa per le strade / Ciglia dai colori artificiali / Uomini che cercano l’amore fra le rovine della civiltà". Detto questo, Giuni è molto chiara: "Le grandi colpe no, non mi appartengono" e lo rileva bene Radius (colui che la salvò dall’anonimato presentandola a Battiato) con un assolo quasi alla Pink Floyd che poi va in vacca dissonante, a ricordarci che le ciambelle hanno il buco. Certo, in gola ad Annie Lennox questo pezzo sarebbe diventato una hit mondiale: ma come si sa, l’esterofilia viene prima di tutto.

E conclude questo discone il singolo, Battiato e Pio ancora con le mani in pasta: "Good goodbye, Amsterdam / Non lo so cos’è importante o no": a giudicare dal testo, le perplessità derivano da un consumo di droghe leggere nella meta giovanile di sempre. Tra l’altro, mentre i parenti svernavano a Rapallo per le vacanze, lei invece andava a spaccarsi al Cavern Club di Liverpool che, come tutti sanno, è il simbolo dei Beatles, mentre qui (col cambio generazionale e di consumo) è associato ai Roxy Music. D’altronde "La musica leggera oggi / Nelle classifiche dei dischi impera", quindi il cortocircuito temporale è inevitabile. In effetti, la scelta del singolo non è campata per aria: si tratta del brano più semplice di tutto l’album, anche rispetto a "Sere D’Agosto". L’arrangiamento è volutamente patinato, come la cartolina lì descritta (anche se ci sono virtuosisimi vocali nascosti, tipo il bordone di voce finale che sembra un synth fisso su una nota sola e invece è proprio lei), in un disco che già di per se suona più definito del predecessore, una sfida ai discografici.

Ma questi, ahimè, non riusciranno mai a seguirla. Disobbediente fino in fondo e profondamente ferita per le umiliazioni subite (non ultima l’esclusione da Sanremo a favore di Patty Pravo ed Enrico Ruggeri), Giuni decide di recidere il contratto con la CGD dopo Mediterranea, tentativo di unire commercio ed esperimento, purtroppo intaccato dalle pressioni. Nella liberatoria di cessato rapporto è indicata come “persona non grata”, come un’artista ingestibile. A causa di questa ignominiosa marchiatura a fuoco, nessuna etichetta si farà avanti con un contratto se non la Bubble, quella del Tony Esposito di "Kalimba de Luna". Anche per questo, la maledizione delle canzonette estive continua a perseguitarla per un paio d’anni, vedi "Alghero" e "Mango Papaia". Solo nel 1988, con A Casa di Ida Rubinstein avremo la vera Giuni, in perenne lotta per un repertorio straordinario, nonostante le frequenti marchette televisive (usate in modo perlopiù strumentale). Che la malattia l’abbia davvero sconfitta è tutto da dimostrare: basti ascoltare Il Ritorno Del Soldato Russo, suo testamento discografico del 2014, per capire che non se n’è mai davvero andata: "Sì, sarà la forza del destin / Se mi senti ancora più vicin".

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