Dieci anni tra i fantasmi

Ghost Box compie un decennio in questi giorni, motivo per cui abbiamo raggiunto i suoi fondatori per chiacchierare di folk inglese, fantascienza, psichedelia e architettura occulta

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ott 1 2014, 8:53am

Una delle mie etichette preferite, l’inglese Ghost Box, compie dieci anni in questi mesi. Ho approfittato di un recentissimo passaggio a Roma dei fondatori Jim Jupp e Julian House (anche attivi come musicisti sotto le sigle di Belbury Poly e The Focus Group, ma questo lo sa chiunque abbia letto Retromania), per discutere con la coppia di urbanistica, televisione inglese anni Settanta, psichedelia in età prescolare, e weird fiction—praticamente il pane quotidiano dell'etichetta—tra i pilotis in cemento armato di un qualsiasi quartiere modernista dell’Europa pre-Thatcheriana.

So che voi due vi conoscete dai tempi della scuola, giusto?
Julian House: Da quando eravamo piccoli, per la precisione.

E che a legarvi non è stata la passione per la musica, quanto quella per Lovecraft.
Jim Jupp: Lovecraft, Arthur Machen, Lord Dunsany, Algernon Blackwood, l’horror inglese... A quel punto eravamo già adolescenti e sì, erano le cose che ci appassionavano di più. Machen in particolare, anche perché noi siamo originari di Caerleon, che è questa cittadina nel sud del Galles dove Machen era nato e ha ambientato molte delle sue storie.

Quindi siete della stessa città del Grande Dio Pan?
Julian House: Proprio così. Cioè, Il Grande Dio Pan si ambienta per metà a Londra e per metà in Galles, in questo villaggio inventato che poi altro non è che la nostra Caerleon.

Ma al di là del fatto che siete nati nella stessa città, c’era qualcos’altro che vi legava a quel tipo di immaginario? Immagino di sì, visto che è l’immaginario su cui fonda buona parte dell’identità Ghost Box.
Jim Jupp: Da una parte, erano semplicemente gli autori che ci piaceva leggere da ragazzi. Quando poi è nata Ghost Box, io e Julian ci siamo ritrovati dopo che avevamo perso i contatti da anni. Abbiamo cominciato a fare musica assieme, e abbiamo scoperto che la musica che facevamo ci riportava inevitabilmente al nostro retroterra comune, agli anni dell’infanzia, dell’adolescenza. Un’altra cosa di Lovecraft che ci affascinava molto era poi il suo continuo mescolare ingredienti reali ad altri di pura invenzione: libri che non esistono, personaggi immaginari e altri realmente esistiti, riferimenti incrociati che saltano da un racconto all’altro... Coi nostri dischi, facciamo più o meno la stessa cosa: suggerire un mondo parallelo, plausibile ma non reale.
Julian House: Per Ghost Box ha anche contato molto la storia della musica elettronica inglese, e di conseguenza la relazione tra musica elettronica e la TV di quando eravamo ragazzi: cose come il BBC Radiophonic Workshop, per capirci. Coincidenza vuole che la TV inglese dell’epoca avesse molto a che fare con le tipiche atmosfere di Machen, Lovecraft e via dicendo, era una televisione parecchio strana: trasmetteva questi sceneggiati che non erano proprio storie di fantasmi, semmai erano... non so, erano tutte storie bizzarre su ipotetiche dimensioni parallele nascoste dietro le superficie delle cose, che se ci pensi è un tipo di sensibilità decisamente lovecraftiana. Non era esattamente horror, capisci? E nemmeno fantascienza classica.

Era la cosiddetta weird fiction, vuoi dire.
Julian House: Proprio così. La weird fiction è molto diversa dall’horror così come dalla fantascienza e dalla fantasy. È perlopiù basata nel nostro mondo ma ha elementi che ti proiettano altrove, in dimensioni altre.

Mi viene da pensare che anche la televisione italiana del periodo aveva un tocco parecchio weird. A inizi anni Settanta giravano questi sceneggiati—Il Segno Del Comando, per dirne uno—inquietanti e bizzarri, con la differenza che da noi erano pure in bianco e nero. Ma insomma, si vede che era un segno dei tempi.
Julian House: Era un periodo storico molto particolare. Si trascinava dietro gli effetti della stagione psichedelica e un sacco di autori TV si erano formati nel tipico clima dei Sessanta.

L’eredità psichedelica era palese.
Julian House: Assolutamente.

...Anche se in chiave diciamo così puramente fantastica.
Jim Jupp: Di sicuro la gente era interessata nel soprannaturale.

La cosa curiosa è che erano anni in cui i concetti di modernità, di progresso e di futuro ancora permeavano la cultura sia ufficiale che non. Quindi da una parte avevi questi sceneggiati totalmente irrazionali, come pervasi da una specie di sensibilità arcaica, dall’altra si continuavano a progettare città e quartieri ultramodernisti, futuribili, roba veramente da romanzo sci-fi. E questo è un altro tema ricorrente nei materiali Ghost Box: più che una contraddizione, una specie di tensione sotterranea tra l’elemento mitico-fantastico e quello tecnologico, o tecnocratico che forse è meglio.
Jim Jupp: Hai presente Nigel Kneale? L’inventore di Quatermass, dico. Ecco, nei suoi racconti questa cosa la trovi molto: è apparentemente fantascienza, ma al centro delle storie c’è quasi sempre un elemento antico, soprannaturale – chessò, una vecchia strega, o qualcosa di misterioso sepolto da secoli – che finisce per scontrarsi contro un ambiente ultratecnologico, moderno. È a tutti gli effetti una contraddizione, ma è proprio quel tipo di contraddizione che ci piace trasmettere nelle nostre musiche.
Julian House: C’è anche tutta una tradizione di “modernismo occulto” che attraversa la storia inglese, specie se parliamo di urbanistica e architettura. Per esempio, Milton Keynes è questa new town costruita negli anni Sessanta, facendo in modo che la griglia dell’insediamento puntasse direttamente su Stonehenge. È pieno di connessioni di questo tipo...

Come quando guardi le planimetrie delle new town del dopoguerra, o anche semplicemente dei quartieri modernisti nati tra anni Cinquanta e Settanta, e hai l’impressione di trovarti davanti a...
Jim Jupp: Dei sigilli magici?

Esatto! Tutte quelle linee astratte, questi disegni immensi che sembrano fatti solo per essere visti dall’alto...
Jim Jupp:
Quasi che nascondano un significato oscuro, un segreto che non riusciamo a cogliere...

Per esempio, vicino casa mia c’è questo quartiere progettato negli anni Settanta, si chiama Casilino 23 e se lo guardi dall’alto scopri che i palazzi sono delle enormi linee rette disposte a ventaglio in modo da puntare tutte verso un un unico, misterioso centro...
Julian House: Molti di questi insediamenti in effetti sono costruiti attorno a monumenti antichi, o a resti di epoche passate. Oppure rimandano in pianta a qualcosa di preesistente che però non è più possibile scorgere per via dello scorrere dei secoli.

In realtà qualche anno fa nel punto su cui convergono i palazzi a ventaglio del Casilino 23 ci hanno costruito un centro commerciale. È quello dove va a fare la spesa mio padre. Credo che l’elemento magico-misterico a questo punto sia andato a farsi fottere.
Jim Jupp:
Però capisco quello che vuoi dire. Cioè, tutta quell’insistenza sulla razionalità, l’efficienza, la disposizione degli spazi tipica del modernismo...

È come se celasse una forma non dichiarata di superstizione, no?
Jim Jupp:
Sì, è come se l’elemento moderno non riuscisse a sopprimere del tutto la potenza arcana dei luoghi.

Oppure è come passeggiare tra i pilotis di un quartiere costruito secondo i precetti lecorbuseriani, e vedersi sbucare davanti il Grande Dio Pan. Che a pensarci ora, mi sembra il riassunto perfetto della vostra estetica.
Jim Jupp:
Molti dei nostri dischi hanno a che fare con cose come leggende popolari, le tradizioni della provincia inglese, l’elemento soprannaturale delle antiche ballate folk... Però viene tutto immerso in un ambiente elettronico, e quindi moderno: come ti dicevo, è una contraddizione che sulle prime può sembrare stridente, persino inspiegabile. E però, non si sa come, è una contraddizione che ha senso. C’è una logica dietro, anche se è difficile spiegare perché. Significa qualcosa, ma cosa?
Julian House: Una situazione simile è quando da bambino sfogliavi i vecchi libri di testo scolastici, specie quelli di scienze. Li aprivi e ti ritrovavi catapultato dentro queste griglie organizzate in maniera rigorosissima, zeppe di foto e immagini che non sapevi bene come decifrare: erano immagini scientifiche e quindi fattuali, oggettive, ma finivano spontaneamente per trascinarti in una dimensione fantastica, onirica, se non propriamente magica. Nei miei artwork provo sempre a trasmettere quel tipo di sensazione lì.
Jim Jupp: È un lavoro che stiamo sviluppando coi nostri tempi, che come saprai sono molto lenti. Se ci fai caso, all’inizio le copertine dei nostri dischi erano molto lineari, pulite. Poi, man mano che i riferimenti si facevano sempre più incrociati, hanno cominciato a diventare maggiormente complesse e articolate. La speranza è che questo mondo parallelo che è il mondo Ghost Box, prenda sempre più consistenza, che il sogno acquisisca sempre più credibilità.

È un cambiamento che ho notato. Se penso per esempio a The Elektrik Karousel, l’ultimo disco di The Focus Group, l’artwork è di una complessità addirittura ridondante, tipo la busta interna con quella specie di gioco da tavolo...
Julian House: Lì l’ispirazione viene dalla vecchia psichedelia inglese, che ha sempre avuto un certo gusto infantile, bambinesco: il circo, le giostre, i caroselli... È un aspetto che trovi anche nella prima Pop Art britannica: c’è questo vecchio documentario di Ken Russell, si intitola Pop Goes the Easel, è del 1962 e tratta di quelli che all’epoca erano artisti emergenti come Peter Blake, Peter Phillips... Dentro ci sono flipper, spezzoni girati come in sogno, insomma, il tono è molto infantile ma anche onirico, tossico, proprio come in molta della musica psichedelica prodotta qualche anno dopo in Inghilterra – cose come "Penny Lane", per dire. Al tempo stesso, anche i programmi TV per bambini del periodo avevano tinte pesantemente psichedeliche. Mi ricordo di questo programma educativo della BBC che si chiamava Picturebox, la sigla d’apertura era una musichetta circense che accompagnava i giri di una giostra, e l’impressione che ti dava era proprio che ti stessero dicendo “ehi, sali a bordo, vieni a farti un giro con noi!”.

Fatti un viaggio, insomma.
Julian House:
Esatto. Un sacco di programmi per bambini della BBC tradivano questa visione... non so come dirlo, era una specie di infanzia tossica, sfocata... per farla breve: psichedelica.

Be’, se pensi anche a programmi molto più recenti come i Teletubbies...
Julian House:
Anche quello è bello psichedelico, hai ragione. Deve essere una tradizione locale.

L’ultimo disco di Belbury Poly invece è The Belbury Tales e mi pare di capire che sia un po’ un compendio, il manifesto definitivo della cittadina di Belbury...
Jim Jupp:
Che è una cittadina immaginaria inventata da C.S. Lewis, ricordiamolo.

Mi piace C.S. Lewis. Cioè, non dico il C.S. Lewis delle Cronache di Narnia...
Jim Jupp
: No, di quello non frega niente nemmeno a me, figuriamoci.

È il C.S. Lewis della trilogia spaziale quello che trovo interessante. Specie il terzo volume, Quell’Orribile Forza... che poi è il libro che si ambienta a Belbury, per l’appunto.
Jim Jupp:
Sì, i primi due volumi della trilogia sono fondamentalmente delle space operas, anche se molto strane. In Quell’Orribile Forza invece la vicenda si ambienta in questa cittadina britannica, Belbury, che altro non è che la tipica cittadina sonnacchiosa, ordinaria, col prete, la casalinga, il dottore... Un posto molto noioso, per capirci. E questo posto posto così familiare, così provinciale, ecco che diventa il centro di immensi cataclismi universali, cosmici...

Più che cosmici direi apocalittici. Proprio nel senso biblico del termine.
Jim Jupp
: Be’, è pur sempre un’allegoria evangelica. C.S. Lewis era un tipo molto religioso, questo lo saprai...

Difficile non saperlo se hai letto anche uno solo dei suoi libri. Tu sei religioso?
Jim Jupp:
No, per niente.

Ma quel The Belbury Tales è anche un riferimento a Chaucer? Ai Racconti di Canterbury (The Canterbury Tales), per intenderci?
Jim Jupp
: Lo è per via indiretta. Il fatto è che mentre registravo il disco, ascoltavo un sacco di vecchio prog. Non dico roba tipo Genesis e Yes: più cose come i Caravan, i Soft Machine, insomma, la cosiddetta “scuola di Canterbury”. E mi intrigava il fatto che questo posto medievaleggiante, dove Chaucer aveva ambientato le sue storie nel 1300, a fine Sessanta avesse partorito la più originale musica psichedelica del periodo.

Nel libro Electric Eden, il critico inglese Rob Young ha inserito Ghost Box alla fine di un percorso che parte dall’antico folk albionico e arriva a esplorare quella che chiama “Britain’s Visionary Music”. È un libro molto bello, però mi hai fatto pensare che non mi pare che Young si dilunghi molto su Canterbury, il che tutto sommato è strano...
Jim Jupp
: La cita di sfuggita, se non sbaglio. In effetti non si sofferma granché sul tema, il che è un peccato. Però è vero, è un libro molto bello.
Julian House: La cosa che mi piace molto di Electric Eden, è che non è semplicemente un libro “sul folk inglese”. Cioè, c’è anche quello, ci sono le ballate tradizionali e i Fairport Convention e la Incredible String Band, però c’è anche quel compositore, come si chiama... Non dico Gustav Holst...
Jim Jupp: Nel libro c’è anche Gustav Holst. Ma dici forse Peter Warlock?
Julian House: Proprio lui. C’è Peter Warlock, i libri di viaggio, l’architettura, i Beatles di "Penny Lane" e "Strawberry Fields", quel tipo di psichedelia infantile di cui discutevamo prima... Voglio dire, c’è anche tutta una parte su Bagpuss [programma per bambini trasmesso dalla BBC negli anni Settanta]. Più che un libro sul folk, direi che è un libro sulla memoria collettiva britannica. Di questa memoria collettiva, la televisione pubblica ha rappresentato uno snodo centrale, e come ti dicevo all’inizio era una televisione molto strana, particolare... Poi quel tipo di memoria si è come interrotta.
Jim Jupp: Più che interrotta, è stata distrutta.
Julian House: È finita più o meno nei tardi Settanta, primi Ottanta. Assieme all’idea di futuro condiviso, della sfera del pubblico, un mucchio di cose...

È una fine che in Gran Bretagna coincide con l’avvento della Thatcher. Non credo che sia un caso, e c’è in effetti una cosa che volevo chiedervi: e cioè se, al di là della nostalgia, i continui riferimenti di Ghost Box all’era pre-neoliberista, nascondano anche un significato, diciamo così, politico.
Jim Jupp: È chiaro che l’avvento di personaggi come la Thatcher, la fine delle forme di rappresentanza politica che avevamo conosciuto fino a quel momento, l’imporsi dell’ideologia neoliberista, hanno avuto un ruolo pesantissimo nel mandare in frantumi il mondo di cui Ghost Box è una specie di fantasia, di sogno privato, personale. Naturalmente, Ghost Box non può in nessun modo essere descritta come un etichetta “politica”. Ma al tempo stesso, è difficile non essere politici quando hai a che fare con certi riferimenti. Anche il modo in cui questi riferimenti vengono scelti può essere letta come una scelta politica, fermo restando il carattere “fantastico” dell’etichetta.
Julian House: Prendi il BBC Radiophonic Workshop, che come avrai capito è uno dei nostri riferimenti principali. In quel caso, si trattava di un esperimento finanziato dallo Stato, un classico esempio di politica culturale “pubblica”. La sua fine, è se vuoi la metafora di come sono cambiate le cose dopo la Thatcher. Ora, se ci pensi è strano: i teorici del mercato libero, hanno sempre insistito che solo nel mercato libero è possibile intravedere il futuro, e invece negli ultimi decenni quello che è andato perso è proprio “il futuro” come categoria, come immaginario condiviso. Mentre esperienze come il BBC Radiophonic Workshop, testimoniano che era possibile anche un’idea di futuro “pubblica”. Però non dimentichiamoci il rovescio della medaglia: l’epoca di cui stiamo parlando—i Sessanta/Settanta, più o meno—furono un periodo di progresso, di utopie sociali, di conquiste tecnologiche e così via, ma sullo sfondo c’era sempre il clima della Guerra Fredda, dello scontro tra superpotenze. La stessa corsa allo spazio, le missioni sulla luna e così via, erano il risultato di quel tipo di clima. Gran parte delle conquiste tecnologiche di quegli anni, avevano un’origine militare. Persino in campo musicale. La stessa musica elettronica, fonda gran parte delle sue conquiste su tecnologie originariamente sviluppate dall’industria bellica.

Se pensi al nastro magnetico, già nella Germania degli anni Trenta...
Julian House:
Sì, c’era tutto il contorno nazista...

Però sempre in quel periodo c’era Thomas Alva Edison che provava a catturare su fonografo le voci dei fantasmi.
Jim Jupp:
Come vedi non si scappa. La tecnologia, la modernità, il progresso, celano sempre un lato misterioso.

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