La guida di Noisey allo Spaghetti-Sound

20 dischi per capire che abbiamo avuto il nostro krautrock

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23 luglio 2014, 8:40am

È un po’ di settimane che è stato ristampato il favoleggiato Sacro Graal del rock italiano anni Settanta. Si intitola The Feed-Back, uscì originariamente nel 1970, e da anni – se non decenni – risultava introvabile, al punto da raggiungere cifre di tutto rispetto nell’infame circuito dei collezionisti. Ora, con le sue lunghe jam a cavallo tra una forma inusitatamente heavy di impro-funk, rock psichedelico e proto-noise, riascoltato oggi The Feed-Back sembra anticipare cose come i Can di Tago Mago (1971) o lo stesso Miles Davis di On the Corner (1972), il che lo rende un disco a suo modo pionieristico, diciamo pure preveggente.

La vera particolarità però, è che a firmarlo non furono quattro capelloni drogati che passavano i pomeriggi a fare headbanging sulle note di un assolo di Jimi Hendrix, ma dei rispettati compositori di mezza età convinti in quel modo di “conquistare il pubblico dei giovani”. Il nome della formazione è Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, per gli affezionati, GINC (anche se sulla costa dell’album viene indicato semplicemente come The Group): a guidare il gruppo era un quarantaquattrenne in occhiali scuri di nome Franco Evangelisti, discepolo di Giacinto Scelsi e padrino dell’improvvisazione radicale, ma il membro più famoso del collettivo è senza dubbio Ennio Morricone, che nello stesso periodo era impegnato a scrivere le musiche per i primi gialli di Dario Argento & co.

Nella discografia del GINC, The Feed-Back è un caso meno isolato di quanto si pensi (titoli come Niente, Eroina, e lo stesso Gli Occhi Freddi Della Paura attribuito al solo Ennio Morricone, si muovono su traiettorie simili), e nel frattempo la sua aura semileggendaria ha continuato a fare proseliti, con tizi come i Demdike Stare che in tempi recenti hanno contribuito a rilanciarlo nelle playlist degli ascoltatori sia italiani che (soprattutto) esteri.

Per quel che mi riguarda, The Feed-Back è incontestabilmente uno dei dischi-cardine dello spaghetti-sound, sigla che mi piace spendere allo stesso modo in cui utilizzereste il termine krautrock: in sostanza, un’allegoria musical-culinaria (in Germania c’hanno i crauti, qui la pasta: chiaro, no?) che indicherebbe musiche più o meno rock, più o meno sperimentali, più o meno strane/psichedeliche/d’avanguardia, nate e concepite tra anni 60 e 70 fuori dalle consuete rotte angloamericane, negli stessi anni in cui a dettare legge era il rock progressivo di stampo sinfonico, che però—attenzione!—è fenomeno distinto, separato, e in molti casi antitetico a quanto qui raccontato.

Da questo punto di vista, lo spaghetti-sound è un contenitore in cui dentro può finire di tutto: allo stesso modo in cui alla voce krautrock infiliamo tanto i baccanali degli Amon Düül II quanto le austere geometrie dei Kraftwerk, nello spaghetti-sound troveremmo sia bucolici bardi abituati a suonare i bonghi in mezzo alle margheritine di Villa Pamphili che seriosi scienziati elettronici mai usciti dal laboratorio che si sono autocostruiti in cantina. Anzi, a dire il vero lo spaghetti-sound è un metagenere dai contorni molto più sfumati del suo presunto corrispettivo tedesco; dal punto di vista del puro linguaggio musicale, direi che a tenere assieme i nomi appartenenti all’opinabilissimo filone è una specie di “sentimento comune”, più che il ricorso a tecniche specifiche come possono essere l’utilizzo insistito dell’elettronica o la reinvenzione del tipico ritmo in 4/4. Per capirci, a queste latitudini nessun Jaki Liebezeit e Klaus Dinger, quanto semmai un’atmosfera condivisa che—in maniera tipicamente italiana—mescola abissi mediterranei e indomite pulsioni melò, afa estiva e violenza gore, squarci di prorompente solarità e infinita, straziante malinconia, senza ovviamente dire del tipico clima degli anni di piombo, quando il passatempo preferito dei giovani italiani, più che il concerto del sabato sera, era l’esproprio proletario.

È insomma per questo che i protagonisti dello spaghetti-sound appartengono a una categoria astratta in cui possono allegramente convivere giovinastri drogati e imbronciati diplomati al conservatorio, rocchettari vestiti da Alice Cooper e specialisti di musiche applicate già anzianotti, figli dei fiori usciti da qualche promiscua comune siciliana e turnisti in giacca e cravatta che passano senza soluzione di continuità dalle sfuriate acid rock ai commenti sonori del TG delle otto. Il caso GINC è esemplare: gente sui quaranta che il pomeriggio tiene lezione a Santa Cecilia, la sera va a suonare in qualche fumoso locale underground tipo il Beat 72, e la mattina dopo si mette a lavoro su quel disco di library music che gli ha commissionato il programmista RAI di turno. Per intenderci, il GINC è probabilmente l’unico gruppo del periodo a poter vantare in repertorio brani che portano titoli tipo "Trio Per Violoncello, Tromba e Lastra Di Cristallo", ma anche "Metedrina", "Oppio" e "Orgasmo". Diciamo che erano eclettici.

Ad ogni modo, a partire da The Feed-Back ho provato a stilare una lista dei miei dischi preferiti del "genere". Il limite temporale ultimo che mi sono dato è il 1976, data-simbolo in cui a Parco Lambro si svolge l’ultimo, disastroso Festival del Proletariato Giovanile, mentre giusto dietro l’angolo si intravede il profilo del ’77, di Radio Alice, di Ranxerox, dell’italodisco e pure del punk. Come detto, essendo sostanzialmente lo spaghetti-sound la versione italiana di quella roba che va sotto il nome di... boh, chiamiamolo “rock sperimentale anni Sessanta/Settanta” (qualunque cosa la sigla significhi), nella lista non troverete né cantautori né i nomi classici del famigerato rock progressivo italiano, anche se un paio di eccezioni non mancano. Ho come il vago sospetto che la selezione che segue scatenerà recriminazioni sia per i nomi inseriti, sia per quelli che mancano, sia per i criteri stessi alla base della lista. Che sono, inutile ribadirlo, totalmente arbitrari e tendenziosi. Però almeno ci ho provato.

Ennio MorriconeIl buono, Il Brutto, Il Cattivo (1966)

Ok, già mi immagino le alzate di sopracciglio: uno parla di rock sperimentale italiano, e parte con la colonna sonora di un film di genere di metà anni Sessanta. Però suvvia: cos’è il Morricone di Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo se non un trionfo di proto-acid rock quintessenzialmente mediterraneo? Le chitarre elettriche seviziate, gli effetti strani, gli echi e i rimbombi, le impennate melò: è già tutto qui, e giusto di recente mi è capitato di parlarne altrove. Se non altro, a questa colonna sonora i Quicksilver Messenger Service devono più o meno tutto.

Le Stelle di Mario SchifanoDedicato a (1967)

Se Morricone è il padre spirituale della più temeraria psichedelia italiana, il gruppo patrocinato dall’artista Mario Schifano, sulla falsariga del binomio Warhol-Velvet Underground, ne è l’incontestabile caposcuola. Uno quasi non ci crede, che nella Roma del 1967 questi tizi tirassero fuori cose mostruose come "Le ultime parole di Brandimarte", diciassette minuti di free-rock rumorista piazzati come nulla fosse in apertura di disco. L’ha detto bene Julian Cope: "true turds on a bum ride".

Franco BattiatoSulle Corde Di Aries (1973)

Coi suoi veleni elettronici in salsa pop, il disco d’esordio di Battiato – Fetus, 1972 – fu per il rock italiano uno shock (e per inciso un altro dei preferiti di Julian Cope); per me però i veri capolavori arrivano dopo, quando il musicista di Catania sprofonda nel subconscio della sua Sicilia speziandolo di minimalismo à la Terry Riley e stranite memorie proto-hauntologiche. Ero indeciso tra Sulle Corde di Aries e il successivo Clic, ma lì non c’è "Sequenze E Frequenze" che paiono gli Spacemen 3 piombati in mezzo a un’orchestra gamelan.

Roberto CacciapagliaSonanze (1975)

Un classico della Kosmische Musik all’italiana firmato da uno dei collaboratori storici dello stesso Battiato. (Detto tra noi: il successivo Sei Note In Logica per me resta inarrivabile; ma è del 1979, quindi ben al di fuori del lasso temporale che mi sono imposto. Pazienza).

Aktuala – s/t (1973)

L’esotico, bellissimo album d’esordio della nostra Third Ear Band.

Alan Sorrenti Aria (1972)

Un po’ Tim Buckley, un po’ Peter Hammill, un po’... be’ perché no, Claudio Rocchi, da parte dello stesso uomo che qualche tempo dopo firmerà "Figli Delle Stelle". Sarebbe anche da dire della Family napoletana che, oltre allo stesso Alan Sorrenti, avrebbe prodotto sua sorella Jenny, outsider come Luciano Cilio, e poi il jazz-rock sfatto dal sole dei vari James Senese, Napoli Centrale, Toni Esposito e via dicendo. A dischi come Rosso Napoletano e Mattanza vuoi bene anche solo per il titolo.

Claudio RocchiRocchi (1975)

Nel 1971, con Volo Magico N.1 Claudio Rocchi firmò il manifesto della hippie nation tricolore, un profluvio di good vibrations drogate molto apprezzato dai segugi di stranezze rock (vedi i soliti Steven Stapleton, Jim O’Rourke ecc). Però, un po’ come nel caso Battiato, il suo disco più celebre non è necessariamente quello migliore. Rocchi del 1975 per esempio, è un gioiello indeciso tra folk lisergico, musique concrete, elettronica fai-da-te e omaggi a Certa Puglia dove “le case stonano grandi sul niente”. È anche il canto del cigno di un’era, il momento in cui il bardo Rocchi si ritira a vita privata (l’anno dopo si darà al solipsismo elettronico di Suoni Di Frontiera) abdicando alle utopie freak di cui proprio Volo Magico era stato il manifesto. Nella sua crepuscolare disillusione, un disco commovente.

DedalusMateriale Per Tre Esecutori E Nastro Magnetico (1974)

Uno dei dischi più lunari del lotto. Anche il loro primo album vale: è più classicamente “jazz-rock”, il che aprirebbe un intero altro capitolo, ma intanto:

Living MusicTo Allen Ginsberg (1972)

Nome del gruppo e titolo del disco non lasciano dubbi sulla natura “comunitaria” di questo progetto romano dalle aspirazioni insolitamente internazionali (cantano pure in inglese). La coppia di leader Gianfranca Montedoro e Umberto Santucci la troviamo pure durante il periodo italiano dei Brainticket, formazione apolide capitanata dal belga Joel Vandroogenbroeck che nella Penisola a forma di stivale registrò i suoi lavori migliori. Comunque è tutta roba ristampata di recente.

Alvin CurranCanti E Vedute Del Giardino Magnetico (1975)

Ancora a proposito di stranieri in Italia: Alvin Curran è nato a Providence quando Providence era ancora la città di Lovecraft e non la patria dei Lightning Bolt, ma vive a Roma da cinquant’anni esatti e il posto più lontano in cui si è trasferito fu una casa dalle parti dei Castelli dove tra l’altro non abita nemmeno più. È stato anche uno dei nomi-simbolo di un posto come il Beat 72 dove, se non sbaglio (vado a memoria, perdonatemi) presentò questa meraviglia a nome Canti E Vedute Del Giardino Magnetico, struggente capolavoro che tanta influenza ebbe sui vari Battiato, Claudio Rocchi & Co (il disco è del 1975, ma le prime esibizioni dell’opera sono del 1972). Obbligatorio ricordare che prima del suo periodo diciamo così “bucolico-minimalista” Curran fu tra i fondatori del collettivo Musica Elettronica Viva, le cui sfuriate impro-noise sembrano prese da uno dei numeri di catalogo più marci dei Wolf Eyes.

N.A.D.M.A. – Uno Zingaro Di Atlante Con Un fiore A New York (1973)

I N.A.D.M.A. furono uno dei parti più indigesti dell’underground milanese di area freak, o se vogliamo una specie di versione hardcore dei concittadini Aktuala. Cose come Energia fanno passare le sfuriate free degli Area per delle allegre passeggiate bubblegum pop.

AreaCaution Radiation Area (1974)

Dicevamo degli Area. Ecco, a parte "Gioia E Rivoluzione":

Sensations’ Fix Fragments Of Light (1974)

La recente ristampa su Spectrum Spools di Naso Freddo, disco solista di Franco Falsini uscito originariamente nel 1975, ha ridestato un po’ di interesse nei confronti dei suoi Sensations’ Fix, che attorno alla metà dei Settanta pubblicarono una manciata di dischi giusto sul limitare del più classico rock progressivo italiano, di cui restituivano una versione contaminata da aspirazioni kosmische a un passo dalla new age (ma qualcuno ci trova pure prodromi di Boards of Canada, hai visto mai).

Opus Avantra / Donella Del Monaco – s/t (anche noto come Introspezione) (1974)

Già che si parla di italoprog “eretico”: c’è tutta una famiglia di gruppi che tra un Banco e una PFM tentarono di spostare l’asticella un po’ più in là, magari propendendo per una versione dichiaratamente “d’avanguardia” del più canonico rock classicheggiante caro ai fan di Genesis e ELP: mi vengono in mente i Pierrot Lunaire, per esempio. O i Picchio dal Pozzo, che scambiarono Genova per Canterbury. Alla fine ho scelto gli Opus Avantra perché ne parlava Donato Epiro qualche tempo fa, il che come motivo non suonerà granché ma alla fine perché tentare giustificazioni?

Canzoniere Del LazioLassa Stà La Me Creatura (1974)

Il primo album del Canzoniere del Lazio è una collezione di veraci canti di lotta che portano titoli tipo "Comunisti Della Capitale". Poi, nel 1974, se ne escono con questo monumento panetnico di saltarelli affogati nell’acido, improvvisazioni free, sangue, sudore, orgie meticce e inni pagani. Per gli ambienti del folk politico italiano fu uno scandalo, e ai cortei del primo maggio le quotazioni del gruppo romano calarono drasticamente.

Andrea Centazzo Ictus (1974)

Il percussionista Andrea Centazzo è stato una figura chiave del cosiddetto "jazz creativo" all’italiana, roba che la ascolti oggi e ancora odora di molotov (la storia sarebbe lunghissima); il suo primo album però è una creatura bizzarra che lega assieme elettronica space, improvvisazione, avanguardia-giocattolo e sentori library insolitamente facili. Un paio di anni dopo, Centazzo sottolineerà ulteriormente la sua vena kosmische col progetto Elektriktus, il cui Electronic Mind Waves è stato ristampato nel 2011 dalla Wah Wah.

Farlocco Tecnologia (1974)

La library music (o musica per sonorizzazioni) prodotta in Italia tra fine Sessanta e metà Settanta è veramente un pianeta parallelo ancora in attesa di cartografie certe. Quello che sappiamo è che, specie negli ultimi anni, sono suoni che hanno esercitato una precisa influenza su diverse figure chiave dell’elettronica hauntologica (vedi il giro Ghost Box o i soliti Demdike Stare). In diversi casi si tratta sul serio di alcune delle musiche più avventurose, visionarie e folli che l’Italia abbia conosciuto all’epoca, solo che, ecco... a scegliere un disco solo è dura. A quale library vogliamo fare riferimento? Alle partiture aliene di Egisto Macchi? Al Piero Umiliani elettronico o a quello “etnologico” di Polinesia e Continente Nero? E poi, che dire di gruppi fantasma come Braen’s Machine e Blue Phantom? Dello spaghetti-groove di Sandro Brugnolini? Dell’Amedeo Tommasi che dal jazz leggero passa alle urticanti vignette per oscillatori e filtri? Diosanto, sono così tanti... Quindi alla fine ho deciso di optare per un titolo “minore” come questo Tecnologia di Stefano Torossi alias Farlocco, un contenitore di elettroniche puntite che per dire contiene cose inspiegabili come questa:

Lucio Battisti Anima Latina (1974)

Anima Latina è forse il disco più improbabile ad aver conquistato la vetta delle classifiche di casa nostra; non lo descriverei in nessun modo come un disco-chiave dello spaghetti-sound, quanto piuttosto come un raro caso di canzone d’autore “espansa”, un abbaglio e un esperimento (Battisti stesso lo definì tale) parente stretto degli umori alterati imperanti all’epoca. Tempo fa la rivista inglese The Wire definì Battisti “lo Scott Walker italiano”, ed è un parallelo che ha un suo perché: entrambi sono musicisti che, partendo da un retroterra squisitamente pop, hanno col tempo sondato territori sempre più astratti, inclassificabili, perché no impervi. È anche il disco italiano preferito del mio amico Jonas Delaborde, quello della fanzine francese Nazi Knife. In giro si trovano recensioni di ascoltatori (sia italiani che stranieri) che lo paragonano di volta in volta ai Talk Talk, a Robert Wyatt, agli Animal Collective, ai Flaming Lips, a Bowie, a Eno. Mistero.

Goblin Profondo Rosso (1975)

Avendo cominciato questa lista col Morricone western, non posso che chiuderla con l’altro titolo che più di tutti incarna i fasti della colonna sonora all’italiana, nonché dello spaghetti-sound tutto: Profondo Rosso. I Goblin in realtà nascono come “normale” gruppo progressive con un occhio più a Keith Emerson che a qualsivoglia esperimento outré, però bisogna dirlo: le trame ansiogene che regalarono al capolavoro di Dario Argento, tengono se non altro testa alle già grandi musiche che Argento aveva utilizzato nei suoi precedenti film, quando il suo compositore di riferimento era... Morricone stesso, ovvio. Mettiamola così: è il proverbiale cerchio che ci chiude.

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