Father Murphy: la sfiga è dalla nostra

Una recensione del nuovo doppio disco del trio veneto. Un tributo al dio del fallimento e della sfiga.

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gen 13 2014, 9:30am

Il nuovo dei Father Murphy si presenta subito come un oggetto fuori dal tempo: la sua caratteristica principale, quella che si nota subito per ragioni di mera pubblicità, è quanto sia un gioco sul media-disco, sulla forma stessa dell'album. Per farla breve, Pain Is On Our Side Now, parto delle industrie Boring Machines, esce in doppio 10" vinilico, con entrambi i dischi incisi solo da una parte, con due tracce ciascuno che, volendo, sono parallele e complementari. Oppure no. Si possono ascoltare in contemporanea o separatamente, e il fruitore può giocarsela come vuole. Se lo farà davvero è da vedersi, ma di questo parleremo dopo.

Non è l'idea più originale del mondo, anche se la mia fritta memoria mi fa venire in mente solo un paio di esempi: a metà anni Novanta, quando se non avevi un progetto parallelo ambient gli amici smettevano di salutarti, i Neurosis avevano un'identità parallela chiamata Tribes Of Neurot in cui non s capiva bene chi facesse cosa, fatto sta che producevano dischi di materia astratta, minimale e psicoattiva. Uno di questi, Grace, era fatto per essere ascoltato contemporaneamente a Times Of Grace della band madre, a cui aggiungeva chilate di elettronica e droni, ma funzionava bene anche come storia a sé. Poi ci furono i Boris, circa nel 2005, che buttarono fuori un album intitolato Dronevil e composto di due dischi, uno più drone e l'altro, appunto, più evil (ovvero più RUOCK).

La differenza con il doppio EP dei Father Murphy è che in questo caso non c'è né una gerarchia né una differenza marcata tra il contenuto di un disco e dell'altro. Devono essere stati uno sbattimento incredibile da comporre, ma questo non è affare nostro. Ad ogni modo, per chi non avesse familiarità con la band, eccovi un breve riassunto: sono veneti, ma potrebbero benissimo non esserlo. Non si sono mai posti troppo un problema di piacere in patria, allo stesso tempo non hanno neanche mai tentato di indossare quell'esterofilia provinciale che tanti artisti del cazzo sfoggiano come vestitino della domenica. Anzi, sembra più che sia il resto del mondo a fare visita al loro campo-base che il contrario. La stessa cosa si potrebbe dire della dimensione temporale: non che io creda a cazzate tipo "musica senza tempo" o simili, riconosco però che il loro impegno li ha portati col tempo a suonare del non-rock che non vuole appiattirsi né su forme pallosamente trite di ambient e industrial, né su certe pretese "orchestrali" che hanno sempre avuto (e via i critichini di internet a citare Wagner e Penderecki a caso), né sul folk—apocalittico o meno. Comunque, il loro massimalismo anti-storico suona contemporaneamente primitivo e raffinato senza che ci si possa davvero rendere conto se prevale l'uno o l'altro. Di sicuro c'è un amore più per il "materiale" sonoro in sé—metallo, legno, pietra, frequenze sottosoniche, rumore statico, droni di fiati e voci, ritmiche lente, marziali o tribali—che per la formale musica vera e propria, e una voglia di esprimere emozioni intense senza preoccuparsi di suonare riconoscibili, riconducibili a una qualche fonte. Un po' la stessa cosa che fecero i pionieri della IDM più spippolona nel loro periodo di maggiore grazia, ma con un'estetica e metodi assolutamente diversi: a loro non fregava comunque di suonare "umani", anzi volevano dare materialità e forma nuove al suono puro per renderlo a un tempo introspettivo e cosmico. Ecco, c'è chi usa la matematica frattale e chi la magia del caos, il risultato non cambia.

Il presente nuovo disco (dischi? plurale? sticazzi...) è un concept sul fallimento. Dicono loro "sulle innumerevoli virtù del Fallimento e le possibilità che ci si presentano ogni giorno, in ogni momento". Notare la F maiuscola di Fallimento, come fosse il dio Fato. Appunto, tutta l'operazione sembra volere riconciliare, se possibile, tempo e memoria, aspirazioni e realtà, libero arbitrio e sfiga. Questo senza dare la minima possibilità al pessimismo, ma neanche a una risoluzione felice e contenta. La prima traccia del primo disco si annuncia da sola con un corno stile angelo dell'apocalisse, che presumo sia il clarinetto dell'ospite Gianni Giublena Rosacroce, e uno sbarramento di batterie stirate digitalmente. Poi, appunto, "fallisce" e sviene su micro-melodie sparse di organo e chitarra. Il suo corrispondente nel secondo 10" sembra quasi il contrario: un recitato fatto di voci tagliate e incollate una sopra l'altra e sopra ai soliti droni. La coscienza che litiga con sé stessa, come aggredita dalle possibili prospettive in cui osservare le proprie azioni, sbocciando in un coro finale che ripete la parola "shame" fino a perdere la voce. Ascoltate insieme diventano una morsa di dubbi che non da tregua, crudele nell'attacco e spietata nel finale. Questo senza dare ai due termini nessuna accezione negativa. Anzi, facciamo pure nessuna accezione in generale.

Le due seconde tracce, invece, sono abbastanza simili: quella del primo disco è una specie di magma concreto da cui, a un certo punto, si trascinano fuori un beat swansiano di tamburi enormi, e un minuscolo intervento a due voci, una campionata e l'altra salmodiante tipo John Lydon quando faceva il Muezzin. La sua controparte nell'altro EP è ancora più fumosa: un bollitore di frequenze basse da cui spunta solo una chitarra ribassata e "percossa" a mo' di campana. Si incastrano perfettamente e anzi, in questo caso sembra più autentica la versione mixata che i due addendi separati. Ho nominato gli Swans e non è casuale, dato che qualcuno ha già paragonato l'impresa dei Father Murphy al megalitico Soundtracks For The Blind. Non è un riferimento scorretto, a parte la fissa comune per droni lunghissimi e i beat scanditi dalle mine anti-uomo, la somiglianza tra i due album sta nella maniera totale e crudele—non in senso negativo, ripeto—con cui fa i conti con la condizione umana. Sono entrambi lavori molto difficili e molto pesanti all'ascolto, ma molto molto appaganti quando si arriva alla fine. Ma la conclusione, come si è detto, non risolve niente: il dolore è dalla nostra, la sfiga è dalla nostra, perché tanto il fallimento quanto il successo non sono nulla di definitivo. L'azione è niente. L'azione è tutto. La vita basta a se stessa.

Il mio unico dubbio è sulla fruizione: non ho idea di quanti saranno, tra gli acquirenti del doppio vinile, ad avere la possibilità effettiva di farli girare in contemporanea. La "libertà di scelta" sarebbe una parte piuttosto importante del concept, eppure mi sa tanto che sarà tradita, come gesto, dalla superficialità degli ascoltatori di oggi. Un fallimento pure questo? Non saprei. Piuttosto, mi sembra curioso che questo lavoro di sperimentazione sul media-disco arrivi in un'epoca in cui il disco non è più un media ma un oggetto "inutile", nonostante le interminabili chiacchiere sul mercato del vinile in crescita che sono davvero un bel mucchio di cazzate, figlie di una discografia, appunto, fallita. Ma, invece di uscirsene con una pensata più contemporanea tipo legare il disco a una app o farlo uscire su chiavetta USB, provano una strada un po' utopistica, che difficilmente riuscirà del tutto. Trovo curioso, quindi, che la fruizione stessa di questo disco sia qualcosa in cui si parte già sconfitti, ma che effettivamente offre un gran mucchio di possibilità. Niente da fare: fallendo, i Father Murphy hanno vinto su tutti i fronti.

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