A scuola di rock'n'roll con i Giuda

Abbiamo parlato con la band romana di Gary Glitter, del sound anni Settanta e del nuovo album Speaks Evil, alla vigilia del tour che li porterà da Milano a Las Vegas.

|
gen 21 2016, 10:29am

Foto per gentile concessione dei Giuda.

Siete pronti a roccheggiare? Questa domanda sembra inconcepibile nel 2016, se non in un contesto ironico, eppure scommettiamo che se continuerete a leggere l’articolo e ascolterete la musica di cui si parla, oggi diventerà il vostro motto. Perché oggi ci troviamo al cospetto dei Giuda, il quintetto glam-punk rock più caldo del pianeta. Lo so che negli ultimi anni si ripete spesso che il rock è davvero-definitivamente-ma-proprio-questa-volta-non-scherzo morto (adesso Birsa mi fa scrivere RUOCK), ma la verità è che da quando i Giuda sono saliti sul primo dei tantissimi e sempre più grandi palchi della loro carriera, la comunità rock’n’roll internazionale ha tirato un sospiro di sollievo collettivo.

Riff semplici e diretti come una pedata in faccia con degli zatteroni da dieci centimetri, ritmi da accompagnare battendo le mani e pestando i piedi, cori che si prestano per essere riprodotti dalla curva della Roma (o di qualunque squadra abbia un Numero 10 degno di questo nome, anche se a sentire loro ce n’è uno solo) e uno dei cantanti più carismatici in circolazione. Il nuovo album dei Giuda, Speaks Evil, uscito l’anno scorso su Burning Heart, è un disco quasi perfetto, seppur “di genere”. Il suono è caldo e analogico e trasuda una sicurezza evidentemente costruita durante le sterminate date dei loro tour in tutto il mondo. Ci sono concessioni al pop (“It Ain’t Easy” e “My Lu”), al proto-metal (“Bonehead Waltz”) e una valanga di ritornelli memorabili e momenti in cui ballare e agitare i pugni in aria. Non è un caso che il Regno Unito li ami così tanto, dato che sembrano nati dal matrimonio tra Slade e Bay City Rollers.

In occasione delle due date italiane a Padova e Milano di questo fine settimana, in preparazione di un tour che li porterà in ogni paese d’Europa e poi coast-to-coast negli USA, toccando anche il più grosso, grasso e ricco festival punk americano (il Punk Rock Bowling di Las Vegas), abbiamo parlato al telefono con Lorenzo (chitarrista e fondatore della band) per capire come sono arrivati fin qua, cosa si aspettano dal futuro, e di quella volta che Kim Fowley voleva fargli un complimento ma non gli è venuto particolarmente bene.

Noisey: Partiamo dall’inizio: quando si sono formati i Giuda?
Lorenzo Moretti: I Giuda si sono formati nel 2007. Avevamo un’altra band insieme, i Taxi, ma, purtroppo, dopo la morte del batterista, abbiamo deciso di non andare avanti. Sai, eravamo vecchi amici e non aveva più senso continuare senza di lui.

Me lo ricordo. L’anno dopo mi trovavo negli Stati Uniti, a Milwaukee, tutti mi chiedevano dei Taxi e quando abbiamo spiegato che vi eravate sciolti erano tutti tristissimi. Eravate l’unico gruppo italiano che conoscevano.
Ci avevamo suonato, a Milwaukee. Nel 2004 o nel 2005. Comunque la voglia di continuare a suonare era tanta, quindi dopo un po’ di mesi ci siamo ritrovati in sala prove, abbiamo continuato a imbastire qualche nuovo pezzo, e da lì sono nati i Giuda. Era la fine del 2007. Fortunatamente le cose sono andate sempre meglio, dopo l’uscita del primo disco Racey Rollerche è stato un piccolo successo che non ci aspettavamo, infatti all’inizio fu stampato in poche copie—ci siamo ritrovati ad avere un sacco di richieste di concerti, il disco è andato sold out e di lì a poco è diventato un lavoro vero e proprio. Ora ci dedichiamo al gruppo al cento percento.

Ma dai! Sono sorpreso non perché non ve lo meritiate, ma perché è una cosa molto strana in Italia, soprattutto per un gruppo rock, riuscire a vivere di musica.
Lo so bene, è durissima anche per noi. Però facendo tanti concerti e vendendo una discreta quantità di dischi, riusciamo ad avere uno stipendio dignitoso alla fine del mese. A volte dobbiamo tirare molto la cinghia, per esempio quando stiamo registrando un disco e non possiamo andare in tour, però ci stiamo provando e va abbastanza bene.

Però non mi vengono in mente altri gruppi che abbiano il vostro background punk/garage e che abbiano raggiunto risultati simili in Italia. Che cosa avete azzeccato voi nella ricetta?
Credo che uno dei punti di forza dei Giuda sia la credibilità. Il fatto di risultare credibili per un pubblico che è nato con un certo tipo di musica. Voglio dire: siamo riusciti a imporci (tra virgolette, perché non è che facciamo mille persone) in Inghilterra, a fare un sold out a Londra per la presentazione del disco e adesso abbiamo già fissato una data in un grande locale storico di Camden come l’Underworld. Sono numeri dignitosi. Credo che una delle nostre qualità sia quella di risultare credibili e di aver riempito un vuoto che probabilmente fino all’uscita di Racey Roller non era ancora stato colmato. Non siamo il classico gruppo punk rock o il classico gruppo hard rock.

Tornando a parlare per un attimo della trasformazione da Taxi a Giuda, che cosa è rimasto dell’esperienza punk rock della vostra band precedente che, pur avendo numeri diversi e facendo un genere piuttosto differente, era già molto popolare?
Sì, ci siamo tolti varie soddisfazioni anche con i Taxi. Due tour negli Stati Uniti, avevamo un’etichetta americana… il livello era diverso, però le cose andavano abbastanza bene. Quello che è rimasto del periodo Taxi, a parte le influenze punk che sono alla base dei nostri ascolti, io credo che sia l’attitudine. La voglia di suonare è la stessa di dieci o quindici anni fa, quella non l’abbiamo persa.

Vi siete sentiti in soggezione la prima volta che avete suonato in Inghilterra? In fondo è il posto in cui sono nate le vostre influenze principali. Non vi mette pressione?
Ci eravamo già stati coi Taxi e sapevamo che è un posto veramente difficile, specialmente Londra. I gruppi vengono pagati molto poco, se non si è conosciuti si viene pagati molto poco perché “se non ci stai tu, avanti il prossimo”. Essendo una città molto grande in cui succedono molte cose, è un po’ dispersiva, non c’è una vera e propria scena, per cui è difficile andare a Londra e fare un sold out. Noi con i Giuda abbiamo cominciato in un locale molto piccolo, che era il Buffalo Bar, che poi adesso non c’è più. Lì ci abbiamo fatto due o tre concerti e ogni volta il pubblico aumentava e sono arrivati i primi sold out e questo ha fatto sì che con il tempo siamo riusciti a creare un seguito, tale che ogni volta che c’è un nostro concerto a Londra c’è un po’ la corsa ai biglietti. Negli ultimi tempi abbiamo fatto diversi sold out, quello di dicembre al Lexington non è stato il primo. E adesso, a maggio, ci confronteremo con una situazione diversa all’Underworld, che è un posto da 500/600 persone, vedremo come andrà.

Del resto rimanete ancora piuttosto unici nel vostro genere, almeno in Europa. Che legame avete con la scena romana, ci sono dei gruppi che sentite affini?
Essendo cresciuti qua, avendo fatto tantissimi concerti e frequentando i locali di Roma, quando suoniamo qui è come giocare in casa. Siamo molto legati alla scena nel senso che abbiamo tantissimi amici che suonano nelle varie band romane come Human Race e Holiday Inn. Sono gruppi diversi dai Giuda, ma comunque rappresentano l’underground romano di oggi, che è un ambiente che noi continuiamo a frequentare. Per cui abbiamo un legame con questa città che non è indifferente. Anche se i Giuda sono un gruppo diverso da quello che erano i Taxi.

Però il vostro fan club ufficiale ha sede in Francia!
Sì, il fan club ufficiale è quello francese, è vero. Però l’altro giorno su Facebook ho visto che è nata anche una Giuda Horde Sweden, oppure Giuda Fan Club Piemonte, dai, ci sono tanti fan sparsi per l’Europa e l’Italia. Però è vero che il fan club ufficiale Giuda Horde è francese.

E si vede la differenza? Nel senso che quando andate in Francia vi accolgono più calorosamente che negli altri paesi?
Diciamo che ci sono dei posti all’estero in cui la gente ha una cultura musicale diversa da quella italiana. Per esempio, la Spagna è un Paese in cui i giovani masticano il rock’n’roll. Lo vedo da tempo, perché anche quando ero più piccolo andavo a vedere i concerti punk o rock’n’roll in Spagna e i numeri erano diversi da quelli che si fanno in Italia. Quindi ecco, suonare all’estero a volte è non dico garanzia di successo, però comunque i concerti sono sempre molto frequentati. Questa è l’unica differenza, sai, in Italia non sempre i concerti riescono alla grande. Poi ci sono le grandi città come Roma, Bologna, Milano, Firenze, dove ogni volta che suoniamo viene a vederci un botto di gente. Sabato scorso al Covo di Bologna abbiamo fatto sold out.

Ascoltate anche musica di oggi o i vostri gusti rispecchiano il vostro senso estetico retrò?
Ci sono vari gruppi nuovi che mi piacciono. Molti sono gruppi underground, ancora poco conosciuti. Fra gli italiani mi piacciono i Faz Waltz, i Leeches, gli Human Race che ti dicevo prima, un nuovo gruppo punk rock di Roma… a Roma c’è un sacco di roba nuova, ci sono gli Holiday Inn che sono questo duo synth punk un po’ alla Suicide, fichissimi. Poi ci sono i So What di San Francisco, loro sono un po’ in stile Giuda, anche se loro si rifanno più agli anni Sessanta. C’è qualche gruppo nuovo che mi piace ascoltare, però mediamente il sound delle band anni Sessanta/Settanta è quello che ancora adesso mi dà più soddisfazione. Poi ci sono talmente tanti gruppi ancora da scoprire, che sinceramente mi piace passare molto del mio tempo a cercare gemme ancora sconosciute.

A proposito delle vostre influenze: venite spesso associati all’immaginario degli sharpie, degli skinhead e della curva della Roma. Quanto sono importanti questi riferimenti sottoculturali?
Sono una parte delle influenze dei Giuda. Non c’è soltanto il punk, non c’è soltanto il glam, non c’è soltanto l’aussie rock che citavi tu parlando degli sharpie; ci sono una serie di cose che abbiamo appreso, che abbiamo un po’ stravolto e che sono comunque tra le influenze del nostro sound che è diverso da quello che era il suono dei gruppi degli anni Settanta o comunque dei gruppi punk. Il sound dei Giuda è più attuale, credo che sia la nostra forza, quella di essere attuali anche se ci ispiriamo a gruppi di quarant’anni fa.

Nell’ultimo disco infatti si sente una progressione verso il pop; più melodie, cori meno “da stadio”…
Sì, le melodie vocali sono sicuramente il punto in cui abbiamo fatto un passo in avanti rispetto ai dischi precedenti. Ma non è una decisione presa a tavolino, sai, quando registri un disco ti fai trasportare dall’ispirazione del momento, quindi non è che abbiamo deciso “ok, facciamo dei versi un po’ più power pop”. Il power pop, come il punk, il glam o l’aussie rock, fa parte dei nostri ascolti, è normale che ci siano dei rimandi a questi generi. Però ci tengo a dire che i Giuda non sono cloni di un gruppo in particolare, io credo che in ogni nostro disco ci sia qualcosa di nuovo, qualcosa di fresco, e questo mi rende particolarmente soddisfatto. Il fatto di non aver pubblicato tre Racey Roller, che è il disco più strettamente punk, è una cosa molto bella e molto importante.

In effetti la parabola dei vostri dischi sembra seguire concettualmente quasi il percorso del rock’n’roll americano, che è partito grezzo ed essenziale e mano a mano si è ammorbidito e arricchito con varie stratificazioni…
Be’, credo che l’evoluzione sia fisiologica per un gruppo. È importante cercare di fare qualcosa di nuovo senza però scervellarsi, è una cosa secondo me molto positiva.

Probabilmente è anche una questione di sicurezza che avete acquisito a forza di suonare, con tutti i concerti che avete fatto. Immagino che vi sentiate più a vostro agio nell’usare melodie più elaborate, anche dal vivo.
Hai assolutamente ragione, è proprio così. Racey Roller, per esempio, è un disco che abbiamo registrato in quattro, e abbiamo chiesto a Michele, che poi è entrato a far parte del gruppo in maniera stabile, di fare delle sovraincisioni. È un disco più costruito rispetto a Let’s Do It Again e molto più costruito rispetto a Speaks Evil. Speaks Evil a differenza dei dischi precedenti è un disco molto più grezzo, eh. Tu dici che ci siamo ammorbiditi, ma la registrazione è molto più retrò e molto più scarna rispetto a quelle del passato, poi è vero che c’è una maggior consapevolezza dei nostri mezzi che è dovuta ai tanti concerti fatti assieme, quindi l’affiatamento che è cresciuto negli anni. Per questo abbiamo osato di più a livello melodico e anche a livello tecnico, voglio dire, le chitarre dei dischi vecchi sono quasi sempre suonate in battere, all’unisono, molto più punk e ramonesiane, quelle di Speaks Evil sono molto più rock’n’roll, si incrociano, ci sono dei momenti di vuoto. È un disco suonato live. Laddove l’arrangiamento di chitarra finisce, c’è il vuoto, c’è il silenzio. E questa è una cosa che può lasciare un pochino spiazzati, perché comunque a livello di produzione siamo andati a togliere, anziché ad aggiungere. Tutto registrato live e in analogico.

È una scelta coraggiosa in un certo senso, guardando alla famosa guerra del volume che c’è in atto negli ultimi anni…
Sì, può anche lasciare spiazzati. Se ti ascolti Racey Roller, dove ci sono due chitarre che suonano la ritmica costantemente, e quando poi c’è un assolo entra una terza chitarra, l’ascoltatore non rimane mai spiazzato, perché chi ha ascoltato i Giuda dall’inizio è gente che viene dal punk, che ama i Ramones o i gruppi di quel genere. Questa volta abbiamo fatto delle cose molto più, come dire, all'antica. Le chitarre sono quasi esclusivamente soltanto due, come quando suoniamo dal vivo. Quindi quando Michele finisce l’assolo, o inizia l’assolo, una parte di chitarra ritmica scompare, e questo lascia un vuoto che crea una dinamica maggiore. La guerra del volume c’è, ma noi abbiamo deciso di andare in controtendenza. Abbiamo deciso a tavolino di mantenere un volume più basso, anche sul CD, per mantenere le cose belle fatte in fase di missaggio. Purtroppo oggi alcuni dischi vengono distrutti in fase di mastering perché tutti vogliono la botta, vogliono suonare più alto degli altri. Questo fa sì che la dinamica venga buttata al secchio, ed è un peccato, perché i dischi di trent’anni fa suonano meglio di quelli di adesso.

Parliamo un po’ del futuro: quaranta date in tutta Europa e un tour negli Stati Uniti che culminerà al Punk Rock Bowling di Las Vegas in maggio. Che cosa vi aspettate?
Siamo contentissimi di tornare negli Stati Uniti perché è sempre una figata, e poi questa volta facciamo un giro che non avevamo mai fatto prima, non abbiamo mai suonato sulla costa Ovest. Sappiamo che c’è un sacco di gente che ha voglia di vederci a Los Angeles e a San Francisco perché ci scrivono spesso, quindi siamo belli carichi. Poi ovviamente suoneremo in uno dei festival punk più importanti degli USA—tra l’altro faremo due Punk Rock Bowling, sia a Las Vegas che a Asbury Park nel New Jersey, proprio coast-to-coast. Non vediamo l’ora, anche perché ci saranno i Cock Sparrer, i FLAG, che poi sarebbero i Black Flag a cui manca non mi ricordo chi, non ci si capisce niente con tutti ‘sti Black Flag.

Io ho seguito un po’ la vicenda perché sono un grande fan, ma presto mi sono rotto le palle anch’io.
Guarda, anche Michele, il nostro chitarrista, è un fanatico dell’hardcore americano quindi sarà molto contento di suonare con i Descendents e con i FLAG. Lui mi ha spiegato un po’ cos’è successo, ma sinceramente c’ho capito poco. Comunque abbiamo un sacco di date belle, stiamo chiudendo una serie di concerti tra cui sicuramente Los Angeles, San Francisco, New York… quindi ci aspetta un bel tour.

Per ultimo vorrei sapere come ti sei sentito quando Kim Fowley ha scritto che siete i nuovi Gary Glitter. Da un lato si tratta di un molestatore che vi paragona a un pedofilo, dall’altro è uno dei più grandi produttori della storia del rock che vi paragona al re del glam rock…
Tu scherzi, ma si è scatenata qualche polemica dopo quella cosa. Ovviamente non è una cosa che abbiamo detto noi, c’è arrivata così…

Be’, ma credo che intendesse che gli ricordate Gary Glitter dal punto di vista musicale, non perché commettiate crimini orribili…
Lo spero! Ovviamente non c’è nemmeno bisogno di parlare di quello che ha fatto Gary Glitter, è da condannare e basta. Però se guardiamo solo alla musica: wow, Gary Glitter ha piazzato un sacco di singoli nelle classifiche inglesi dei primi anni Settanta, tra l'altro rivoluzionando il suono di batteria, creando quel sound stra-pompato e compresso che ha anticipato quelli che sono diventati i suoni della disco music di fine anni Settanta. Quindi da questo punto di vista è stato un pioniere.

E anche i vestiti della disco music…
Be’ sì, per certi aspetti il glam e la disco si assomigliano. Poi io preferisco il glam perché mi piacciono le chitarre hard rock.

Però non ti associ alla guerra del punk contro la disco.
Be’, le radici glam della musica disco si ritrovano negli handclap a volume smodato, nelle batterie registrate in un certo modo, queste sono cose che in un certo senso vengono dal glam.

Ma Kim Fowley non avete fatto in tempo a conoscerlo, prima che morisse?
No, purtroppo no. Peccato perché doveva essere davvero fuori di testa!

E poi, vi fosse capitato qualche anno prima, magari vi avrebbe prodotto un disco e adesso sareste ricoperti di soldoni. E invece vi tocca fare tutto da soli, perché siamo nel periodo sbagliato per il rock’n’roll.
Be’, lo facciamo comunque con un grande produttore di nome Danilo Silvestri, che è l’uomo più paziente del mondo e uno dei produttori più bravi in circolazione. Anche se, devo dire, mo’ mi hai fatto pensare a quale produttore avrei scelto se fossimo stati negli anni Sessanta o Settanta…

Dai, con chi lavorereste?
A rischio di essere banale, dico George Martin. Nei Beatles è stato importante quanto John Lennon.

Giuda-George Martin sarebbe un’accoppiata davvero interessante!
Peccato che ormai ha novant’anni…

Grazie Lorenzo!
Ciao, ci vediamo sabato a Milano!

Il nuovo album dei Giuda Speaks Evil è disponibile su Spotify, iTunes, nel negozio online della band e soprattutto ai loro concerti. Andatevelo a comprare.

Segui Giacomo su Twitter: @generic_giacomo

Segui Noisey su Twitter e Facebook.