Giro d'Italia: Torino, la città-laboratorio

Vi raccontiamo com'è stare nella città-fabbrica in cui ciò che è sotterraneo si scontra con l'ossessione per i Grandi Eventi.

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11 luglio 2016, 8:46am

GIRO D'ITALIA è una rubrica in cui chiediamo a corrispondenti locali di raccontarci la loro prospettiva sulla vita musicale della propria città. Dopo essere stati a Bologna, a Trento, a Cagliari, a Perugia, Latina, Venezia e Bari, vi raccontiamo di Torino, città regia e sotterranea allo stesso tempo, che nonostante il suo magnifico fermento culturale stenta a prendere il volo...


Lo storico Traffic Festival.

Non molto tempo fa, mi trovavo davanti al Comune di Torino per vedere l'insediamento del nuovo sindaco a Cinque Stelle Chiara Appendino. Elezione, la sua, che rompe venticinque anni di governo del centrosinistra. È uno di quei passaggi storici che fra cinquant'anni racconteremo ai nostri (improbabili) figli. Era giusto esserci. Incontro un noto musicista locale. Appartiene alla generazione dei quaranta-cinquanta. Ha fatto gli anni Novanta. Ha partecipato attivamente alla rinascita artistico-culturale di Torino nel suo momento di passaggio da città industriale a città… boh. Però lui c'era. Mentre discutevamo dei dolori della Sinistra e del ruolo del nuovo assessore alla cultura (ci torneremo) mi dice una frase che, girata in vari modi, ho sentito spesso e che forse spiega benissimo questa città: «Sai, questa è sempre stata una terra di avanguardia. Sia che si parli di musica, sia che si parli di politica.»

Una radiografia puntuale e precisa di Torino, di quello che si muove nelle vene profonde di questa città che ha avviato una trasformazione radicale della sua identità, della sua natura musicale e di quello che succede quando scende la notte e i quartieri della cosiddetta movida si popolano di giovani in cerca di alcool a basso costo e occasioni per della socialità disimpegnata a buon mercato, è abbastanza impossibile. Diffidate dagli elenchi, dalle categorizzazioni manichee, da chi vi dice che Torino è la città "di x" o "di y". È tutto e niente perché in questo momento, Torino, non ha ancora deciso cosa fare da grande e a cosa dedicare la sua ennesima new wave. Dopo la stagione, gloriosa, dei Murazzi, della patchanka, del contesto culturale meticcio che ha fatto emergere Subsonica, Mau Mau e Fratelli di Soledad; dopo la stagione dell'elettronica che ha visto crescere sempre di più una manifestazione fondamentale come Club To Club; dopo la stagione dell'indie che ha visto nella cinghia di trasmissione Spazio 211 > Spaziale Festival > TODays Festival il tentativo di costruire un contesto favorevole alla musica alternativa da tutto il mondo in un quartiere periferico come Barriera di Milano, ancora non si capisce cosa può arrivare dopo.

Torino è sempre stata terra di avanguardia. Torino, ed è questo l'altro termine che ricorre, è sempre stato un laboratorio. Un luogo dove "nascono le cose" per poi emigrare, andare da un'altra parte. Torino crea ma non valorizza. Ha l'idea ma non la strategia. Ha la sostanza, ma non la forma.

Il nostro documentario sul Club To Club dello scorso anno.

Ho passato i migliori anni della mia adolescenza e della mia post-adolescenza nei locali dove si facevano concerti. La cattedrale laica di Hiroshima Mon Amour, luogo storico in cui si innescavano processi di partecipazione alla vita della città e dove "la scena"—qualunque cosa voglia dire, ma Torino ha sempre avuto una quantità di critici musicali straordinariamente superiore alla media—si incontrava per ipotizzare scenari futuri che nella maggior parte dei casi cadevano nel nulla, luogo dove noi che avevamo vent'anni tra gli anni Zero e gli anni Dieci abbiamo avuto alcuni battesimi di nomi storici della musica alternativa internazionale. Spazio 211, ultimo avamposto di frontiera (o primo, se arrivavi da fuori città) in cui non solo si potevano ascoltare band che di lì a due anni sarebbero esplose, ma si poteva anche vivere di giorno, fare aggregazione, mettere in piedi una band e cercare di capire cosa fare da grande: il fatto che stesse in un quartiere periferico, chiamato quindi ad affrontare tutti i problemi che tutte le periferie di tutte le grandi città di tutto il mondo affrontano tutti i santi giorni rendeva l'esperimento ancora più interessante. I Docks Dora e i Murazzi, dove in ogni caso avevi l'opportunità di sentire i suoni da tutto il mondo e vedere cosa sarebbe successo "nel futuro" oltre la retorica dei giovani scoppiati che si recano lungo il Po solo per cercare della droga. I centri sociali come Askatasuna che da un lato presidiano il territorio e cercano di essere veramente "sociali", e dall'altro tentato tra infinite difficoltà anche di natura politica (ovviamente) di portare avanti una proposta coraggiosa e continuativa di cultura di opposizione.


Mezzosangue all'Askatasuna.

L'infinito reticolo di locali sotterranei dove forse non ti pagavano ma potevi tenere il volume altissimo e fare un po' quello che cazzo volevi, bar con un palco che facevano live music per lucrare sugli amici dei gruppi, concorsi gratuiti per giovani, battle of bands (alcune anche supportate attivamente dal comune di Torino, la famosa giunta di centrosinistra "eterna" fino a ieri), il network di sale prove e studi di registrazione dove a parte le eterne band che provano a fare l'eterno metal o rock "quello vero" (che poi vuol dire fare gli AC/DC, eh) si impegnano a "copiare meglio" quello che arriva da Londra, da New York, che hanno visto quella volta che sono andati al Primavera Sound e hanno capito che il mondo effettivamente non finisce con le colonne d'ercole delle Torri di Vittorio. Sono stati anni significativi perché sembrava davvero che Torino fosse vittima di una nuova reinassance quasi suo malgrado. Una congiuntura storica che ha di fatto cambiato totalmente l'assetto della città e il rapporto tra il reticolo delle istituzioni culturali con l'istituzione centrale, l'assessorato, il potere, la politica. Un rapporto che si è solidificato grazie a una rinnovata vetrina internazionale che ha coinciso anche con un importante flusso di denaro che ha permesso la trasformazione della città. Un processo che possiamo riassumere in una sola parola. Esatto: OLIMPIADI.

Negli ultimi anni Torino ha messo in piedi una serie di iniziative pubbliche molto importanti, molto complesse e anche molto ambiziose. È quella "retorica del grande evento" cui le opposizioni si sono sempre attaccate perché letta come uno spreco, come gigantismo, come manifestazione di una Torino che "rinuncia a se stessa". Le intenzioni erano chiare: partire dall'apice e innescare l'effetto a valanga sul "territorio" (nella politica culturale torinese il "territorio" è un luogo mitologico visto come panacea di tutti i mali e risposta standard alle domande scomodo di chiunque e da qualsiasi parte). Manifestazioni come Traffic Free Festival (il cui momento apicale è stato il concerto dei Daft Punk, forse a posteriori il vero "funerale" della Torino che tenta di essere the place to be) e Torino Jazz Festival—solo per citare le più grandi in termini di visibilità e esposizione economica—avrebbero dovuto essere il perno attorno a cui rinascevano sistemi di diffusione artistica, locali, piccole rassegne di quartiere, possibilità per giovani artisti che in quel laboratorio urbano un po' ci volevano credere.



I Daft Punk al Traffic Festival.

Ecco perché a ogni cambio di giunta—sia esse regionale o comunale—si guarda con attenzione al nuovo assessore alla Cultura. Prima di tutto perché da subito si capisce quanti soldi avrà e potrà garantire [spoiler: sempre meno] e poi per capire la visione politica: dalla parte del "grande evento" o a favore di una più mesmerica "cultura diffusa" [spoiler #2: ne puoi parlare con chi vuoi, ma anche il più strenuo oppositore del grande evento vuole che questo ci sia perché crede che la dimensione gigante e quella minimale debbano vivere assieme].

Alla base c'è la mancanza di una cultura d'impresa legata alla musica (non solo torinese, ma italiana) su cui potremmo prenderci anni di discussione. Inoltre, bisogna considerare la desertificazione del pubblico. Non solo perché, per citare un famoso articolo di qualche mese fa, siamo sempre gli stessi: siamo sempre meno. Il ricambio non c'è. Non c'è quando a Torino vengono i Brunori della situazione, che dovrebbero richiamare un po' di quel pubblico giovanile che non comprerà mai un disco in vita sua, ma che ascolterà tutti questi cantautori su YouTube; non c'è quando si tenta di allargare il bacino a fasce di pubblico che mai e poi mai metterebbero piede in un locale underground (nota a margine: ma quanto è anni Novanta il termine underground?) invitando a suonare magari i Club Dogo.

Forse quel pubblico viene al concerto singolo—ad esempio i recenti live di Calcutta e Motta sono andati molto bene e l'audience era obiettivamente diversa—ma non garantisce un ricambio continuativo, non si sente parte della "scena", non vuole farne parte perché non sente spirito di appartenenza. Come se la cascata si fosse interrotta a metà strada, come se al posto del "circolo virtuoso" si fosse creato un confine invisibile dove ci si vede, si comunica ma non si riesce a mescolare per creare qualcosa di nuovo. Forse è una distinzione manichea, ma funziona ed è sentita dalla maggior parte della popolazione che sì, va ai grandi concerti gratuiti in piazza, va qualche volta al concerto di Brunori, ma sotto sotto ha una insoddisfazione che non sa ancora descrivere per qualcosa che non sa ancora decifrare.

A pensarci, è la situazione perfetta per far nascere qualcosa di nuovo. Per rimettere in piedi quel laboratorio in grado di fare avanguardia. Costruire delle cose in una città che non sa ancora che strada prendere. Quando cresci con i viali dritti come prospettiva, la svolta improvvisa è l'unica soluzione che hai per vedere qualcosa di nuovo.

Hamilton scrive su Rolling Stone e da un po' di altre parti. Seguilo su Twitter: @hamiltonsantia
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