È tutta sregolatezza o c'è anche un po' di genio in Gianluca Grignani?

Al di là dei suoi esordi da popstar e delle sue debacle pubbliche, la costante ribellione di Grignani ha prodotto anche un disco inquietante, psichedelico e originale: 'Campi di Popcorn'.

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31 gennaio 2018, 4:41pm

Ultima domanda: un rocker come te è mai rimasto affascinato da tutta l'elettronica inglese, ed europea in generale, che si sente attualmente in giro?
Amo la musica a 360 gradi, apprezzo quello che stanno facendo gli inglesi, tipo i Chemical Brothers, con i campionatori. Però conservo una mia convinzione...

Confidamela e sei libero dal mio registratore, amico.
Be', gente musicalmente evoluta come "yankees" e "brits", nella sua meticolosa ricerca dei "confini del suono", dovrà prima o poi accorgersi che ci siamo pure noi italiani: scopro solo ora che abitiamo in una provincia finalmente pronta ad esportarsi. D'importare ne abbiamo abbastanza, ho voglia di far fare agli stranieri un giretto nei miei Campi di Popcorn e sapere cosa ne pensano...
(Intervista a Simone Sacco, 1998)

Ci sono dei soggetti del music biz che a volte scavalcano le sette note e diventano puri fenomeni di costume: anzi, personaggi e basta. Sì, roba sullo stile dei meme di Rosario Muniz, o di Bello Figo e altre cose del genere, in cui a un certo punto la persona interessata è più famosa per quello che sembra che per quello che fa. Ecco, questa cosa accade anche ai cantautori nostrani: uno per tutti, Gianluca Grignani.

Inutile che ve lo ricordi, ma Grignani ormai da un po’ spopola su internet. Perché lo beccano che è sbronzo a fare cose senza senso, oppure in quel celebre filmato in cui fa il saluto romano (immaginiamo in maniera provocatoria) alla polizia che lo viene a prendere per il bavero mentre gira in strada in ciabatte sragionando e urlando "mi hanno drogato". Ecco, oramai sappiamo che Grignani è una personalità particolare, che in un certo senso fa parte della grande storia del rock: eccessi, défaillance, nichilismo che la buonanima di Mark E. Smith sarebbe felicissimo di approvare.

D’altronde, si sa, la fama non fa la felicità: e infatti Grignani, dopo essere stato l’idolo dei giovanissimi e soprattutto delle giovanissime, con quell’immagine da maledetto col codice a barre stile Dhamm, a una certa ha sterzato decisamente. Si è rotto le palle, e ha deciso di fare musica. E di farla distorta, che non si capisce un cazzo, di farla come pareva a lui, sperimentando. Il problema è che poi non è riuscito più a riprendersi indietro né il primo né il secondo periodo, e alla fine sembra quasi diventato un Cristiano De Andrè che invece di fare le cover del padre le fa di se stesso. Sicuramente uno che se non dà il buon esempio, almeno dà il cattivo. Per cui tutto sommato, respect. Se non altro ha mantenuto l’attitudine punk. Ma la musica? Tutta sregolatezza o c'è anche un po' di genio?

Cominciamo da una domanda: qual è questo periodo in cui Grignani si sarebbe dedicato seriamente alla musica? Sicuramente quello che segue l’uscita di quel primo album, Destinazione Paradiso, che fu una rivelazione nel pop italiano. Melodie di matrice battistiana, andazzo di gusto anni Settanta che in qualche modo metteva insieme anche Paoli e Mina, insomma, si poneva in modo classico ma trasportato nel mondo dei ragazzi, con un taglio esistenzialista più o meno reale, ma oscurato dal fenomeno imberbe e quasi volutamente acerbo. Ed è quella la vera cifra di Grignani, un discorso che sfiora l’autodistruzione ma anche un certo edonismo ribelle e antisistema che però non riesce a trovare sbocchi. Quest’aspetto deflagra, finalmente, con il secondo album, La Fabbrica di Plastica. Il dolce e tormentato romanticone di una volta non c'è più, le ragazzine qua si spaventano.

Ecco, La Fabbrica di Plastica: è qui che anche il più scafato noiser o alternative rocker è deciso e fermo nel considerarlo l’unico lavoro degno di nota nella discografia di Grignani. Perché è un pop sgraziato, segato da chitarre elettriche distorte, sul filo dell’hard rock, con una cifra di rimandi lisergici centrifugati in una maleodorante salsa grunge tipica dell’epoca. Ora, non siamo qui per sbugiardare costoro, ma sebbene La Fabbrica di Plastica sia a suo modo sperimentale (tanto che anche le copertine del disco erano tutte diverse nel concept di essere “scarti di fabbrica” sbagliati, per rompere la serialità del mercato, un po’ come fosse una copertina dei NIN d’epoca), non è a nostro avviso l’unico disco interessante del nostro. Più tardi ci sarà, infatti, l’inquietante Campi di Popcorn, che a tutt’oggi riposa in un limbo, essendo la summa delle due anime di Grignani portate all’estremo, e senza dubbio il suo unico disco in cui la psichedelia ha un peso specifico considerevole. Italian Folgorati non vede l'ora di esplorare questo campo, con un bel secchio di pop corn da gustarci con il film della sua storia.

Il motivo per cui Campi di Popcorn non se lo incula mai nessuno è un mistero. Voglio dire, non stiamo parlando delle ultime prove del nostro, o delle sue uscite sanremesi fatte tanto per fare, o quello che vi pare. Il motivo per cui è oscurato da La Fabbrica di Plastica, probabilmente, è che si tratta di un disco ibrido. Ibrido fra le tendenze “dure“ e quelle più “soffici” del nuovo cantautorato giovanilista di cui il nostro fu in un certo senso alfiere ante litteram. Questa cosa non ha fatto piacere né a chi si aspettava un Grignani totalmente rock, né a quelli che speravano in un suo ritorno a più miti consigli.

Con La Fabbrica di Plastica, Gianluca stesso ammette, “volevo solamente rifare The Bends". Campi di Popcorn, invece, è un disco al 100 per cento di ispirazione italiana, con punti di riferimento ben precisi nel nostro paese. Finalmente, si può dire, il disco della maturità, lontano da facili tentazioni esterofile. Ciononostante, un aspetto fondamentale di questo disco è la produzione internazionale. Abbiamo al banco nientepopodimeno che Jay Healy, tecnico del suono di Patti Smith e dei Live, nonché di Springsteen, pescato durante un’accurata ricerca on the road per gli Stati Uniti da Grignani in persona. L’intento è quindi quello di far emergere “l’italianità” del prodotto tramite mani americane, e non viceversa.

Ma ascoltiamo il disco in religioso silenzio: già dal brano apripista “Baby Revolution” percepiamo bassi fuzzati e un modo di cantare (melodia e andazzo ritmico annessi) che ricorda “Insieme a te sto bene” di Battisti, e una chitarra mangiata dalla distorsione e dal wah che rimanda immediatamente alle selvagge grattugiate dello stesso Battisti su “Il nostro caro angelo”, collegate senza dubbio a un certo modo di usare le chitarre dei Blur periodo noise. Poi improvvisamente si apre tutto e il ritornello è il più melodico che si possa pensare, molto vicino al primo Grignani, mescolato (appunto) a Patti Smith. Ad ogni modo è una canzone malandata su un rapporto d’amore incasinato e stuporoso, tanto che si pescano lucciole per lanterne: “Dici che mi ami ma com’è che ti chiami?”. E uno stacco psichedelico in cui si esclama candidamente “con te mi uccido”, perso in un vuoto siderale fatto di echi acidi, flanger e sintetizzatori lontani, ci fa balenare un dubbio. Che sia una canzone sull’alcol? Il sospetto c’è, amici.

Dopo questo promettente brano apripista Grignani si butta sulla ballata, per “tranquillizzare” un po’ l’ascoltatore. Piano elettrico e un’ambizione da “Strawberry Fields Forever”, anzi, meglio, da “Paisley Park”. “Campi di Popcorn” narra di momenti d’ignavia totali, astenia e compagnia bella: in pratica il luogo dei sogni del Grigna invece di essere un parco giochi è direttamente il divano con un sacchetto di popcorn, in preda a nomadismo pischico. Stilisticamente conserva in se diversi momenti: sembra il Grignani prima maniera, poi però è chiaro che stia cercando di rifare “Creep” dei Radiohead, ma attraversati dai Dik Dik e Vasco. Con un passaggio particolarmente acidulo, quasi barrettiano, che apre a un inquietante “e la lo sai che pace avrai”. Una pace perpetua forse, che poi affoga in suoni da trip che riprendono un po’ le svisate sintetiche di Patty Pravo in "Miss Italia" o della Mia Martini più fricchettona. Le chitarre si fanno dure e spaziali, cercando di intaccare una morbidezza che però sembra frutto di un viaggione di morfina, e quindi rimane tutto sommato pesa.

Altra ballata che sembra in qualche modo parente del Vasco di “Sballi ravvicinati del Terzo Tipo”, con un simile uso degli effetti elettronici (qui un white noise evidentemente ufologico), “La canzone” di Grignani in qualche modo mette sul piatto la sua frustrazione nel non riuscire a fare un brano veramente della Madonna. Ma nello stesso tempo il brano in questione è senza dubbio molto fico, come dire, una versione negativa di “Canzone“ di Vasco, in cui ci si guarda allo specchio e magari ci si sputa pure addosso. Rullanti militari di stampo quasi “The Top” dei Cure, esplodono in una schitarrata tra il grunge e l’indie rock che tenta di ammorbidire gli spigoli e di indurire ciò che è soffice in un effetto tipico di quando bevi la camomilla insieme al caffè. Sicuramente straniante anche se leggera.

Ma il pezzo più rock e più vicino a certe cose degli Smashing Pumpkins è “Dalla cucina al soggiorno”, davvero ruvido e massiccio, un intreccio fra chitarre acustiche, squagliate di effettazzi psichedelici e chitarroni incazzati, su una storia di completa confusione mentale. “Che faccio? Esco o sto qui?”. Stacchi e repentini cambi di atmosfera, il punto di riferimento italiano c’è anche qui e sono i Pooh di “Una domenica da buttare”, molto simile nel testo e nelle atmosfere in quanto a disagio mentale perso fra solitudine e disturbo bipolare, sicuramente uno dei pezzi più riusciti del lotto, col finale forse prevedibile di lui che si prende “la medicina giù in cucina”: a voi il compito di formulare le ipotesi su quale medicina sia.

“Marce 1/2“ è un’altra bella ballata chitarra, piano e voce dagli evidenti collegamenti fra Battisti e De Gregori. Diafana, quasi fragile, una canzone d’amore e di libertà: l’amore a volte è una gabbia, nasce l’orco del possesso e Grignani sottolinea che “se si è insieme a metà” le cose funzionano, altrimenti quando vanno bene è il momento giusto che la relazione muore. Una specie di "Lucy in the Sky with Diamons" all’italiana, perché spoglia di qualsiasi orpello, evoca delle “discese ardite e risalite” (inutile dire di chi sia la citazione).

“Scusami se ti amo” inizia con la voce di Grignani distorta, un po’ alla "I am the Walrus". Poi echi psichedelici di flauti allucinati tra Anima Latina del solito Battisti e Gazzelloni quando interpreta Castiglioni. In mezzo a questo squaglio parte una ballatona sudamericana tutta percussioni e archi flangerati. Chitarroni con i feedback sono, però dietro l’angolo e menano le mani un po’ alla Alice in Chains e affini (non vorrei scomodare i Melvins, ma il dubbio che Gianluca abbia i loro dischi a casa ce l’ho). Un on/off fra questi momenti di calma e furia monta una tensione efficacissima. Il testo parla d’amore, ovviamente tormentato e quasi masochista, grande lavoro sulle chitarre che letteralmente urlano, cambio di tonalità che sale sempre di più verso il climax dell’allucinazione, tanto che Grignani strilla come un’aquila. Pezzone intenso che poi letteralmente si disfa sul più bello, come quando si spegne un giradischi e muore rallentando (effetto che a primo ascolto mi ricordava “Quel vagone per Frosinone" di Pippo Franco, ma effettivamente potrebbe essere una citazione di “Grinding Halt“ dei Cure. Acquista un punto in più senza dubbio).

In “Dio privato” le percussioni e la chitarra maciullata dal Crybaby ricordano un innesto fra il Battisti de "La canzone della Terra" e i Primal Scream (o i Rolling Stones, in effetti il nostro è grande fan di Brian Jones), ma anche del rock italiano psichedelico tipo Blue Phantom, diciamolo. Il discorso del “Dio privato” in un certo senso è scippato a Vasco, che fa capolino anche nelle armonie del ritornello. Anche qui cambi di atmosfera e ritmici che rendono dinamico il tutto. Il testo a un certo punto parla di questo Dio che dovrebbe “fare crescere alte quelle piante che non vengono su bene”… uhm… e che piante saranno? Gran finale con cori simil-afrofunk, che danno improvvisamente al tutto una spinta black e danzereccia che fino a ora mancava.

Ma torniamo alla psichedelia. “Candyman”, evidentemente, nell’intro “acquatico” prende ispirazione da "Anonimo" dell’onnipresente Battisti, che di base è la musa dell’intero lavoro. Poi si apre un momento che mi ricorda le prime cose di Minghi (quelle acide), infilate a forza nei Verve. E di acido c’è molto in questo brano, che ovviamente parla di droga. Tanto che il protagonista si trova alla fermata del bus ad aspettare lo spacciatore, e ha parecchie allucinazioni. Vede addirittura un limone che guida la macchina, pensate un po’. Synth burrascosi che arrivano improvvisamente alle spalle e suoni di chitarre e tastiere quasi fluorescenti, mischiati a flauti psichedelici che non sono mai né sotto né sopra le righe, perfettamente aderenti all’agonia del soggetto. Un pezzo di ottima fattura (se mi perdonate il gioco di parole).

“Mi piacerebbe sapere” parte con una batteria quasi pinkfloydiana periodo Dark Side of the Moon. E in effetti sembra una versione italiana di "Breathe", in quanto sembra miscelata con i Pooh dalle chitarre phaserate di Forse Ancora Poesia e il solito Vasco (ma d’altronde Battaglia, si sa, ha suonato con il Blasco nei suoi momenti migliori). Poi ecco arrivare il rock, di stampo indie e di gusto Cranberries, con un'ascensione che tocca il limite dell’educazione. Ti aspetti un’esplosione che non arriva. Ma d’altronde trattasi di un’altra canzone d’amore esistenzialista stile “All’improvviso cado giù”, che ha un finale con semi-citazione dei Velvet Underground mischiati agli (udite udite) Spacemen 3 e alla Mia Martini di “Al mondo”. Coda di chitarre synth zozze che aprono o chiudono al cosmo, a piacere. Insomma, il nostro eroe ha musicalmente le idee chiare, prende anche roba anticommerciale e la ripassa nella padella del pop italiano easy listening.

E queste idee eccole spuntare in “Little Man”, con un incipit solenne tutto chitarroni distorti e slide di guitar synth che a un certo punto evoca gli U2 di Pop, immagino. Forse per questo il brano più debole (in certi momenti pare Ligabue in maniera inquietante, ma tutto sommato lo perdoniamo perché poi c’è un momento di violenza chitarristica/bassistica in cui tutto è così distorto da sembrare i Weezer). E in effetti poi si stempera in un momento introspettivo psichedelico (che ci siano di mezzo anche Le Stelle di Mario Schifano?). Il testo oscilla fra consigli alle nuove generazioni di farsi coraggio e affrontare la vita al suo esatto opposto, quindi arrendersi (il lapidario “lascia perdere” finale che Grignani lancia probabilmente a se stesso).

In “Buongiorno Guerra” incredibilmente arriva una sveglia di synthoni quasi HD! Ma quasi non c'è il tempo di accorgersene che tutto si trasforma in un'altra ballata acida piena di delay e flanger, con leggeri echi di Lucio Dalla periodo pasticche. Il ritornello sembra un misto inedito fra Vasco e i Beatles nelle armonie, con accordi dissonanti e psichedelici di chitarra acustica che non ti aspetti, e poi ci ritroviamo in una zona tra Radiohead e ancora una volta lo spettro della Martini (a proposito, il nostro ha vinto non a caso il premio omonimo), spettro che salva il giro armonico poiché classico scesone psichedelico sentito e strarisentito. Il testo invece, in poche parole, porta avanti l’assunto (in stile taoista) che senza guerra non c’è pace e viceversa. Probabilmente un sentimento che Gianluca sentiva prepotentemente dentro di sé, più che all’esterno, a giudicare da questo disco, che è un po’ un inno al “doppio” (nonostante il nostro sia Ariete e non Gemelli).

E infatti in “The Joker” Grignani si mette a nudo: “non sono una persona equilibrata / e ho l’anima sdoppiata che ogni tanto viene su”. Confusione mentale che in qualche modo Gianluca ha portato alle estreme conseguenze, fino a farne un manifesto d’intenzioni, tanto che i suoi fan lo soprannominano proprio usando il titolo di questo pezzo (un po’ come Vasco, che viene chiamato Blasco per l'omonima canzone). Il pezzo inizia come una ballatona Beatlesiana per poi scoppiare in una schitarratona noise rock che a un certo punto mi vengono in mente addirittura gli Shellac con ovviamente le dovute proporzioni, e il testo è un’evidente citazione di “No dottore” di Battisti. Ovviamente tutto è incentrato sul fatto che lo psichiatra è da bruciare, come diceva anche Renato Zero in "Psicomania". Brano breve ma intenso, con il nostro cantautore brianzolo che fischia in fade out la sua follia.

Follia che in un certo senso è lucida, visto che il nostro in vent'anni di carriera non si è fatto mancare nulla, dagli attacchi di panico a presunte camere d’albergo distrutte a intossicazioni etiliche varie, attirandosi lo scherno del “bobolo di internet”. Beh, a differenza di molti finti ”santi” nostrani, moralisti da balera, maledetti per forza o altre quisquilie simili, bisogna invece riconoscere a Grignani il coraggio di essere quello che è, senza troppe ipocrisie.

Quello che gli rimproveriamo, questo sì, è che da un bel po’ non combina nulla di decente, ma in generale proprio nulla di nulla (se non contiamo il featuring con Emis Killa del 2015 e il disco del 2016 Una Strada in Mezzo al Cielo, che ripropone i due primi album e in cui, guarda un po’, Campi di Popcorn non è assolutamente calcolato). Il Joker non ha niente da perdere: prima, infatti, di tutto il revival asfissiante sul Battisti di Anima Latina e prima che codesto disco di Battisti venisse saccheggiato dai Verdena, da Iosonouncane e compagnia, strombazzati (ingiustamente a nostro avviso) dalla critica, prima dell'odierno indie pop le cui radici sono spesso e volentieri (e non ci si crede) quelle del rock duro, c'era Gianluca Grignani. Solo per questo dovrebbe tornare in pista con l’idea che la “destinazione Paradiso” è ancora lontana, e scatenare anzi l'Inferno in Terra – musicalmente, s’intende. Glielo auguriamo di cuore.

Demented è su Twitter: @DementedThement.

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