Illustrazione di Giulia Formica.

XXXTentacion resterà la voce di una generazione

Con tutte le sue contraddizioni, non esiste un modo “giusto” per ricordare un artista controverso.

di Elia Alovisi; illustrazioni di Giulia Formica
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giu 19 2018, 10:22am

Illustrazione di Giulia Formica.

La morte è vera, dice una canzone. C'è, la morte, anche se cerchiamo di tenerla il più lontano possibile. Si intrufola tra le pieghe dei nostri cervelli e lì si adagia. Ci fa scattare nel buio della notte mentre aspettiamo il sonno, oppure durante una turbolenza su un aereo. La mettiamo nei libri, nei film e nelle canzoni per esorcizzarla. Speriamo che lasciarcela scorrere tra le dita ci permetta di affrontarla meglio quando ci renderemo conto che, sì, la morte è vera. Un momento una persona, semplicemente, cessa di esistere. E non è roba di cui scrivere, non è roba di cui cantare. Perché quando la morte arriva, qualsiasi modalità espressiva si rivela idiota e incapace.

La morte è arrivata addosso a XXXTentacion in un pomeriggio di giugno 2018. Stava uscendo da una concessionaria di motociclette quando due tizi gli si sono avvicinati e gli hanno sparato. Un video girato da un testimone ce lo ha mostrato, orribile nella sua stasi, accasciato sul sedile della sua macchina. Nel giro di un'ora era tutto finito. Lo sceriffo della contea di Broward ha scritto un tweet tanto semplice quanto definitivo: "Il giovane adulto che è stato portato in ospedale è stato pronunciato morto".

Nel momento in cui scrivo, a pochi minuti dai fatti, mi è ancora impossibile rendermi conto del significato della morte di XXXTentacion. La sua vita, interrotta a vent'anni, è stata tanto breve quanto controversa. Ascoltare la sua musica era soffrire. Magari assieme a lui, che aveva scelto di mettere nelle sue canzoni parole fragili con cui provava a spiegare che cosa gli passava dentro - depressione, dolore, risentimento, probabilmente tutti e tre. O magari per lui, chiedendosi come faceva una persona così violenta e instabile a produrre arte tanto toccante quanto rivoluzionaria.

Nella prima stagione del podcast investigativo Serial, la giornalista Sarah Koenig cerca di fare luce sulla vicenda di Adnan Syed, un ragazzo americano di origine pakistana condannato per l'omicidio della sua ex ragazza Hae Min Lee. Lungo il corso di dodici puntate, la Koenig è scossa da scontri emotivi che non riesce a risolvere. Adnan, ragazzo prodigio adorato da amici, famiglia e dalla sua comunità, non sembra un essere umano capace di uccidere. Dal carcere in cui è chiuso a vita, al telefono, dimostra candore, passione, onestà. Ma nulla torna, e la Koenig si contorce indecisa: "Con chi ho davvero a che fare?", sembra chiedersi.

Per me XXXTentacion era qualcosa di simile. Un artista enorme che ha saputo prendere il concetto di "rap" e stirarlo come un pezzo di plastilina, plasmarne la superficie e la forma senza intaccarne la massa. Un autore capace di raccontare la tristezza in maniera genuina, alimentato dal fuoco creativo della gioventù. Se una generazione di ragazzini crescerà convinta che il rap non deve essere un sistema fisso ma anche essere degli accordi di pianoforte, un giro di chitarra lo-fi registrata con GarageBand, la distorsione di una chitarra elettrica o di un beat dai volumi sputtanati, il grido gutturale dello screamo, il merito sarà in buona parte suo.

Ma X era anche, fino a una prova contraria che ora non avremo mai, una persona orribile. La sua ex ragazza lo aveva accusato di violenza domestica e aveva rilasciato una serie di testimonianze in cui dettagliava una serie di abusi stomachevoli. Con questo ronzio nell'orecchio, mi era difficile ascoltare le parole di un brano come "I don't wanna do this anymore": "Mi vuoi nel tuo letto perché ti sono entrato in testa", cantava X, e io ci sentivo un suggerimento di controllo. La sua adesione estemporanea a luoghi comuni dell'hip-hop, tra classici "puttana", "ti scopo, stronza" e "fammi un pompino", non aiutava a quietare i miei dubbi sulla sua natura.

Ora come ora mi sento confuso e tradito. È che so per certo che non capiremo mai qual era il vero XXXTentacion, se ce n'era uno. L'unica certezza che abbiamo è che un tizio incappucciato con una maschera rossa gli ha sparato, un pomeriggio di giugno, davanti a un concessionario in Florida. Che la morte è arrivata anche per lui. Forse ci giocava, quando la definiva la sua compagna. Forse esagerava consciamente, quando diceva di essersi arreso all'odio e al dolore. Forse scherzava, quando diceva di volere andarsene di notte. O forse no.

La sua morte, in un certo senso, ci impedisce di crearci altri dubbi. Non potrà più spiegarsi, XXXTentacion, né aggiungere parole al libro della sua arte. E quando un artista che ha toccato una generazione scompare, il vuoto enorme che la sua assenza prospetta si riempie di significato - "Era un grande", ci diciamo, "E ora sarà leggenda". Mark David Chapman ci ha portato via John Lennon con un colpo di pistola sparato senza motivo, e ci siamo consolati provando anche noi a credere nell'utopia che lui e Yoko Ono si ostinavano a sostenere potesse diventare reale. Proprio lui, che picchiava la sua prima moglie e si era poi messo a predicare un messaggio d'amore.

Qualcuno, oggi, ci ha portato via XXXTentacion con un colpo di pistola sparato senza motivo, e l'unica cosa che ci resta da fare è consolarci provando anche noi a credere nell'utopia che si ostinava a sostenere potesse diventare reale. Quella di un ragazzino che affrontava la sua depressione a viso aperto, cercando nella condivisione del dolore un modo per renderlo qualcosa di bello. Quella di cui abbiamo tutti provato a convincerci, prima che la morte si rivelasse vera anche per lui.

Elia è su Instagram.

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