Il mondo dei Kina non ha frontiere

Abbiamo intervistato Gianpiero Capra, bassista della leggendaria band di Aosta, per parlare di punk, di questi anni che sono corsi via e della nuova ristampa di 'Se ho vinto se ho perso'.

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ott 6 2017, 9:13am

Era qualche anno fa. Mi sono imbattuto nei Kina come lo potrebbero fare tutti. Sei nella fase della vita in cui hai scoperto i Fugazi e i Minutemen, innamorarsi della musica punk hardcore—e dintorni—è un po' come una rivelazione. D'un tratto qualsiasi band rock assorbita durante i primi ascolti da foruncoloso appassionato di musica, che siano Lynyrd Skynyrd o Led Zeppelin, finisce inevitabilmente in secondo piano. Quello che nessuno ti aveva detto, e che gli ascolti di "Waiting Room" o "Corona" ti fanno percepire, è una strana sensazione di fratellanza nei confronti di quella musica. In qualche modo quei gruppi riescono a dirti qualcosa, ti parlano dritti dritti dentro la cassa toracica, come se fossero cosa tua. È un po' come l'oroscopo. Non è scienza, è mistica. Sì, che è scritto da un tizio che non ti conosce e di te non ne sa proprio un cazzo. Ma chi crede nell'oroscopo ha quella sorta di conforto nel rileggersi sul trafiletto settimanale e pensa che le proprie ascendenze astrali lo facciano stare bene nei giorni che verranno. Non c'è nessuna ambizione scientifica, è puro bisogno di sentirsi guidati.

Dopo l'hardcore americano si finisce per forza di cose ad ascoltare quello di casa propria. È così che ho scoperto i Kina, e non posso negare che io li abbia amati in particolar modo per una canzone che si trova nel loro album più importante, che si chiama Se ho vinto, se ho perso. È il 1989 e negli anni precedenti la scena italiana ha assistito a Lo spirito continua dei Negazione, Il giardino delle quindici pietre dei Franti, c'è stato lo scioglimento dei Declino e dei Nerorgasmo. L'album riflette le intenzioni dei tre musicisti, Capra, Milani e Ventrella, che vogliono sperimentare, aggiungere la poesia e levare un po' velocità e durezza al punk. Ne escono fuori canzoni difficili da dimenticare, tipo "Camminando di Notte" o "Sfoglio i miei giorni". Ma soprattutto "Questi anni". "Questi anni" è sempre rimasta nei miei ascolti settimanali negli anni a venire, e credo che sia la canzone della provincia (italiana) per eccellenza.

Vivo lontano dalla mia città natale da ormai più di dieci anni, ma quando ci ritorno vengo investito da un'ondata di malinconia. Il quartiere nel quale sono cresciuto è uno di quei piccoli dormitori ai confini con la campagna, dove dominano le luci silenziose dei pali che guidano le strade e i cani abbaiano e si riescono a sentire i versi dei gatti che si accoppiano. Non ho mai capito quel senso di abbattimento che provo quelle poche volte che salgo in macchina e attraverso il quartiere, tornando verso casa. È qui che entrano in scena in Kina, ancora una volta nella mia vita, come ogni anno. Quest'estate c'era solo una canzone che riuscivo ad ascoltare nel tragitto verso casa, ed era proprio "Questi anni". O in generale tutto Se ho vinto, se ho perso.

Ogni grande canzone è in grado di sedurti nell'intimo, tirare fuori qualcosa che chissà come è capace di modellarsi sulla geografia dei tuoi posti e delle tue persone. Il mio gruppo preferito sono gli Hüsker Dü e quando ho ascoltato i Kina non ho potuto non trovarci delle affinità. Per me c'è un legame nella semantica stessa dei pezzi, nel modo in cui fanno i cori, e di aver lavato entrambi i panni della loro musica nelle acque melodiche del rock. In effetti i Kina venivano chiamati ai tempi "Huskers from the mountain". La cosa bella è che ho scoperto che quando i Kina sentirono questo paragone, durante i primi tour in giro per l'Europa, il gruppo di Bob Mould non l'avevano mai ascoltato.

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Sergio Milani.

L'ho scoperto leggendo Come macchine impazzite, un esperimento letterario edito da Agenzia X. È una biografia a quattro mani: due vite, quella di Gianpiero Capra e quella di Stephania Giacobone. La galoppata dei Kina incrocia l'esistenza di Stephania, attraverso poster del passato sui muri scalcinati dei centri sociali, tracce archeologiche della storia della band che negli anni ha finito i suoi concerti, sciogliendosi dopo qualche piccola reunion.

Per chi non l'avesse ancora capito Gianpiero Capra è il fondatore dei Kina, il bassista, compositore per metà dei testi della band. L'altro autore è stato Sergio Milani, che dopo l'esperienza dei Kina fonderà, assieme a Alberto Ventrella, i Frontiera. È leggendo l'autobiografia che l'immagine dei Kina prende dimensioni geometriche reali, non quelle alterate e intime della band da ascolti notturni e provinciali. È la storia di un gruppo di ragazzi di Aosta che finisce nel giro clamoroso della scena torinese. Salgono su un furgoncino e attraversano l'Europa. In centinaia di centri sociali del vecchio continente, molti di questi oggi sepolti dalla polvere, i Kina hanno lasciato le loro urla.

Capra oggi è una persona sotto certi aspetti molto diversa dal ventenne che imbracciava il basso. Nonostante io l'abbia conosciuto solo indirettamente, tramite scambio di email, ne ho potuto percepire il carisma da leader e da scrittore. I suoi testi e quelli di Sergio hanno influenzato la generazione successiva e mi piace pensare che i Kina possano rimanere gli ascolti dei ragazzini di oggi che domani scopriranno la bellezza di una "band che potrebbe essere la tua vita".

È finalmente in ristampa Se ho vinto, se ho perso in vinile. La butto lì. Basta scrivere a Gianpiero direttamente su Facebook. Io mi sono fatto mettere da parte una copia autografata.

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Gianpiero Capra e Alberto Ventrella.

Noisey: Gianpiero, chi sei oggi? Grazie a internet (e successivamente all'autobiografia) ho scoperto una carriera ormai ventennale di fisioterapista, e addirittura insegni o hai insegnato all'Università. Manca qualcosa?
Gianpiero Capra: In realtà io sono sempre stato quella cosa lì, anzi, tutto è iniziato quando da Aosta sono sceso a Torino nel settembre 1981 per studiare fisioterapia. Ci siamo permessi tour lunghi tra il 1984 e 86 perché eravamo tutti disoccupati, ma dal 1987 ho iniziato a lavorare in ospedale come fisioterapista, nel 1999 mi sono trasferito a Milano e entrato nella clinica ortopedica dell'Università Statale di Milano e ho iniziato ad insegnare nel corso di laurea in fisioterapia (professore a contratto, i paria dell'università italiana); nel 2003 mi sono diplomato osteopata, nel 2008 sono diventato Fellow della Society of Orthopaedic Medicine di Liverpool e ho iniziato ad insegnare per loro in Italia e in Inghilterra. Nel 2009 vengo assunto come docente professionista presso la SUPSI di Lugano per il corso di laurea in fisioterapia, dal 2011 sono il responsabile della formazione post laurea, dal 2012 vivo in Svizzera e sono molto felice di questo pezzo di vita, se posso essere onesto.

Torniamo indietro nel tempo, al 1982. Quanto è cambiata Aosta in trentacinque anni? E in cosa? Una cittadina di trentamila anime circondata dalle montagne. Ho l'impressione che alla fine dei conti le cose lassù cambino molto lentamente.
Sì, è vero, la provincia è lenta, ma ho sempre pensato che per certe cose fosse ok così. Avere più tempo vuol dire riflettere di più, vuol dire sentire di più le cose, vuol dire anche essere più stabili, approfondire di più le cose che stai facendo. Certo, spesso vuol dire anche ignoranza e isolamento. L'attitudine fa la differenza.

Quanti eravate a suonare punk e derivazioni in città?
Nel 1982 io e Sergio abbiamo incontrato Alberto. Ecco, a partire da quel momento c'erano tre musicisti punk ad Aosta, i primi e gli unici per ancora un po' di anni.

Ti ricordi il momento esatto in cui hai detto "Ok, è il momento di fondare una band"?
Certo, ero con Sergio a Radio Aosta International, una radio libera in centro ad Aosta. Stavamo ascoltando una raffica di 7" di Ramones, Clash e Fresh Fruits for Rotten Vegetables dei Dead Kennedys, e ce lo siamo detto quasi in contemporanea.

Fin dagli anni di Irreale Realtà siete stati paragonati agli Hüsker Dü, ma voi nemmeno sapevate della loro esistenza. Poco prima di sciogliervi, nel 1997, avete anche suonato due cover per un album tributo. Penso che la vostra vicinanza non fosse a livello strumentale, o vocale, o nella coincidenza di essere stati entrambi un power-trio (non sempre), ma per un'attitudine prettamente malinconica che brillava nei cori e nei testi. Siete stati tra i primi a raccontare la solitudine della provincia. Da dove derivava questa poetica? C'entrava il grigiore sociale dei tempi, o era qualcosa di più intimo?
Nei primi anni Ottanta nessun gruppo di Torino (eravamo assimilati alla scena torinese di fatto) ha mai scritto un brano meno che disperato. Va' a vedere i testi di Negazione, Declino, Contrazione, penso che siano facili da trovare. Non era uno stereotipo, eravamo veramente presi male. Erano anni cupi per tutti. Per tutti gli anni Settanta e fino al 1982 non era così difficile finire in sparatorie o esecuzioni in strada, nel 1981 a Torino la FIAT ha licenziato migliaia di operai e di impiegati. Torino era veramente cupa. Alle 19 tutto chiuso e nessuno per strada, tutti lavoravano alla FIAT e la FIAT stava licenziando quasi tutti, il futuro appariva veramente grigio e pieno di problemi. Noi eravamo immersi in quella atmosfera, ma ad Aosta mancavano anche le cose che a Torino davano un senso alle cose, tipo certe radio libere quali Radio Flash dove DJ illuminati facevano conoscere quello che stava succedendo nel mondo; o negozi di dischi dove potevi comprare Hüsker Dü, Adolescents, Black Flag, T.S.O.L., D.O.A., Dead Kennedys... E poi c'erano i concerti al Fire con Peggio Punx, Wretched, Rough, 5° Braccio, Kollettivo, Blue Vomit. Insomma, a Torino c'era il nostro mondo, ad Aosta no. E nessuno capiva di che cosa stavamo parlando. È proprio vero: in una scena di gente presa male, ad Aosta noi eravamo presi malissimo.

Mi diresti quali sono le band che sono state legate alla vita dei Kina? Compagni di viaggio, di concerto, di feste e di litigi.
Siamo sempre stati fratelli con tutti i gruppi di Torino di quel periodo: 5° Braccio, Kollettivo, Declino, Negazione, Franti, Contrazione (in cui ho suonato per un paio di anni), ma anche con altri di altre città come Indigesti, Peggio Punx, Wretched, Raf Punk, Teatro Quotidiano, Impact e tanti altri. Si condivideva tutto: il palco, il mangiare, si dormiva nei sacchi a pelo sul palco, si faceva autostop il giorno dopo. Una vita da grandi rock star.

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In "Nessuno Schema", da Irreale Realtà, scrivi: "Vivere senza autorità / Sono le regole ad uccidere la mente / La ribellione al potere é giusta / Mi rende ciò che mi è stato rubato". Sono frasi legate a una giovinezza immatura, o sei riuscito a rimanere libero dagli schemi anche diventando adulto?
Il testo di "Nessuno Schema" in realtà l'ha scritto Sergio, ci siamo sempre divisi la scrittura dei testi quasi a metà per ogni disco. Detto ciò, condividevamo le cose che dicevamo. Come vedo adesso quelle frasi? Un po' semplici e un po' ingenue, ma ci sta, avevamo 20 anni scarsi. Se devo dirti la verità mi confronto con quelle frasi quasi tutti i giorni e non mi sento affatto male, ma sono storie mie che non racconterò qui.

Mi piacerebbe sapere qual è stato per te il momento più bello nella storia della band.
Tra ottobre e dicembre 1986 siamo stati in giro ininterrottamente in Europa col nostro furgone. È stato uno dei momenti più liberi della mia vita, per quanto veramente impegnativo. Ho imparato tantissimo. Abbiamo viaggiato in un'Europa dove le frontiere erano veramente toste, incrociando culture, lingue, storie. Abbiamo imparato a capire gli altri, a sentire il pubblico durante i concerti, a trovare i posti senza navigatore… non era facile allora, ci hai mai pensato? Ogni sera una città nuova e trovavamo sempre quel piccolo locale alternativo che ci aveva contattato, magari con una lettera 6 mesi prima, con un indirizzo su un pezzo di carta, ma la città stava in un posto dove la gente parlava una lingua che non conoscevamo. A volte mi chiedo come abbiamo fatto a trovare la Mehringdam a Berlino la prima volta che ci siamo andati, ma l'abbiamo fatto e senza troppi problemi in realtà. Siamo uscititi dalla provincia e siamo diventati cittadini del mondo, senza assemblee o lunghe serate in gruppi di autocoscienza, semplicemente con i nostri mezzi da quattro soldi e con le nostre canzonacce stonate e scordate. Avevamo una gran faccia tosta.

E' inevitabile chiederti di "Questi Anni". È un capolavoro senza tempo, per me uno dei pezzi italiani più belli di sempre. Mi racconti di come è nata e cosa significasse per te il testo di quella canzone?
Questa l'ho scritta io. Non mi piace molto spiegare i miei testi, è come spiegare le barzellette. Li ho scritti quasi tutti sostanzialmente di getto, sono tutti dei flussi di coscienza e fa strano spiegarli. In breve, però, "Questi Anni" racconta il periodo che stavamo vivendo, agosto 1987. Avevamo iniziato tutti a lavorare, ci stavamo allontanando dall'essere liberi e selvaggi come eravamo stati fino ad un anno prima, ma dentro eravamo sempre gli stessi di prima. Era la vita reale che stava bussando alla porta e stava chiedendo al nostro mondo fantastico di farsi da parte. Era il momento della riflessione, quando cerchi l'essenza delle tue cose dentro di te e cerchi di capire cosa può essere cambiato senza che la dignità finisca sotto le scarpe. È la sensazione che sta dentro a Se ho vinto se ho perso, una nostalgia per un passato recente di irruenza e di semplicità ma anche la corsa verso un mondo più adulto, più complesso e per certi versi più consapevole. Ecco, tutto qui. Le normali fasi della vita vissute in pubblico e cristallizzate in pezzi di plastica che giravano a 33 giri al minuto.

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Avete girato i centri sociali di mezza Europa. Ho sempre pensato che la vostra musica fosse, soprattutto nei testi, un inno a un'esistenza libera dalle regole, che nelle dinamiche del centro sociale il vostro sogno potesse realizzarsi. Buona parte dei luoghi nei quali avete suonato non esistono più, mi viene da citare la Diskarika di Foggia, tanto per dirne uno. Oggi in Italia gli ultimi centri sociali storici stanno venendo sgomberati a spron battuto e il più delle volte non riaprono. A Bologna, dove vivo, sono stati chiusi Atlantide, il Làbas, e l'XM24 è a rischio. L'Europa dei Kina non è lontana solo negli anni, ma anche nei modi in cui le persone, giovani e adulti, percepiscono certi luoghi.

Non voglio criticare la contemporaneità, vorrei solo capire meglio. Ma l'impressione, leggendo Come macchine impazzite, è che l'assenza dei social network moderni e della velocità del web vi desse la possibilità di creare reti sociali per le quali i centri sociali erano indispensabili. Oggi le cose si fanno in modo diverso. Cosa ne pensi?
Penso che la differenza stia quasi solo nelle apparenze e poco nella sostanza. Adesso è tutto veloce e facile, ma penso che siano apparenze, parlano della superficie delle cose e nulla più. Adesso in un attimo trovi la definizione di Paired T-test in statistica, ma quando l'hai trovata, conosci abbastanza bene l'inglese per capire che cosa è scritto in quella pagina di Wikipedia? Sai esattamente a cosa si riferisce quando parla di paired groups of the same population? E soprattutto sai cosa fartene? Parlo di statistica per fare un esempio lontano da ciò di cui stiamo parlando, ma i criteri sono gli stessi. Ci vuole un secondo a trovare un'informazione, ci vogliono anni per sapere che cosa sia quell'informazione, la sua storia, i suoi significati e il suo utilizzo.

Non solo questo. Ora le informazioni sono tante e onestamente ogni tanto troppe, se vado su un motore di ricerca scientifico, che uso spesso, e digito low back pain mi escono fuori 30.000 articoli scientifici. Cosa me ne faccio? Li leggo tutti? Come li seleziono? E di quelli rimasti cosa faccio? E per arrivare alla sostanza, quando ho davanti a me un paziente che soffre di lombalgia da 10 anni, quei 30.000 articoli mi dicono qualcosa di utile? Ecco, non direi che oggi si risparmia del tempo: forse oggi tutti dobbiamo essere più selettivi, più acuti e più intelligenti di prima. Io penso che queste caratteristiche umane si coltivino e facciano crescere con l'interazione umana, da una tastiera non esce nulla del genere.

Quindi oggi i centri sociali hanno senso? Certo che sì. Sono il luogo dove si trova la gente, si parla, si confronta, si scontra, ride, si dà delle gran pacche, litiga, si ritrova, si accorda per poi litigare ancora e avanti così, ma non come dei guerrieri da tastiera con post da squilibrati. Lì si trovano le persone vere, quelle che comunicano per il 20% col verbale e per l'80% col non verbale, con posture e movimenti che nemmeno su Skype puoi cogliere. Noi comunicavamo con le lettere e con i telefoni a gettone; eravamo solo più lenti, e avevamo molto chiaro che le persone però si dovevano incontrare e frequentare, solo da lì poteva nascere qualcosa. Adesso? Io penso che sia ancora così.

Che musica ascolti oggi? Hai delle band preferite italiane o non? In realtà mi piacerebbe sapere se ascolti qualcosa delle nuove scene hardcore.
Non vorrei deluderti. In questo momento sto ascoltando Charlie Haden, un contrabbassista americano, il disco prima era dei Farside e quello prima era una compilazione Northern Soul. Ecco, questo mi è rimasto da quei tempi: ascolto dischi. Ho importato sul mio Mac 18.000 brani e me li ascolto al lavoro o con l'iPod in macchina, ma a casa mi piace mettere su dischi, LP o CD. Quest'estate sono andato coi miei figli a vedere i Green Day, poi ho visto Eddie Vedder da solo a Firenze, un anno fa sono andato a vedere i Cure. Ho smesso di seguire e di scoprire nuovi gruppi HC quando ho smesso di vendere dischi nel 1996. Ad un certo punto conoscere nuovi gruppi era un lavoro e non un piacere. In fondo a me sono sempre piaciuti Talking Heads, Psychedelic Furs, Wall of Woodoo, Echo and the Bunnymen, ma anche Black Flag, Minutemen, M.D.C., Crass, Stupids, Government Issue, Scream, Minor Threat, Embrace, Fugazi. L'ultimo gruppo italiano che mi è piaciuto tantissimo sono stati gli Eversor, che poi sono diventati Miles Apart. Insomma a casa ho 2000 LP e 1500 cd. Non è un problema scegliere qualcosa dagli scaffali.

Sei ancora in contatto con Sergio e Alberto? La storia è finita per sempre o, chi lo sa, la voglia di un ultimo concerto c'è ancora?
Sì, ci vediamo ogni tanto. Io non abito più ad Aosta da quasi 20 anni, loro sono rimasti lì. Ogni tanto si scassano qualcosa e mi arrivano in studio per le riparazioni del caso, così poi ne approfittiamo per farci una pizza e raccontarci gli ultimi mesi di vita. Non abbiamo mai parlato di concerti/reunion. Siamo un po' artrosici, con meno capelli, e quelli che ci sono sono bianchi, la memoria non è più quella di una volta e potremmo dimenticarci come fa un pezzo, insomma, forse saremmo un triste spettacolo. Va bene così, chi vuole sapere come eravamo dal vivo può andare su Youtube e ci trova nei momenti migliori. Se mi permetti volevo ricordare una cosa. In giugno abbiamo ristampato Se ho vinto, se ho perso in vinile, era sold out da anni. Ne abbiamo un po' in cantina, se qualcuno lo vuole mi può scrivere.

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