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Ligera: la teppaglia di via Padova

Storia del laboratorio multietnico di Milano e della sua resistenza alla militarizzazione in atto.

Giacomo Stefanini

Giacomo Stefanini

Appena arrivi a Milano dal paesino in cui sei cresciuto, in cerca di fortuna e con l'idea che ora, nella metropoli, vedrai un casino di concerti e te ne andrai in giro tutte le sere, finisci quasi subito in via Padova. Magari ci vai a mangiare un kebab a buon mercato, o a bere le birre in un vicolo, o c'è una mostra, o c'è un concerto. In quest'ultimo caso, ci sono buone probabilità che il concerto sia al Ligera, numero civico 133, un po' più avanti di parco Trotter e al di là del ponte, ma prima di quel tratto in cui diventa una strada periferica "normale", incontrato il naviglio—è ancora la via Padova ruspante che confonde le amministrazioni e spaventa gli anziani. 

È importante premettere che la ligera, in dialetto milanese, è una categoria piuttosto precisa di persone: la teppaglia, la classe povera, quelli che fanno gli operai e, quando va male, i ladri. Oggi il locale è frequentato da ogni tipo di clientela, anche se la predilezione per la teppaglia resta evidente. È facile capirlo dai concerti e dalle iniziative che organizzano, legate da una parte alla rete underground internazionale, dall'altra al territorio locale di via Padova.

Via Padova è lunga e difficile da raccontare, una zona trattata tanto dalla stampa quanto dalle istituzioni per estremi: quando apre lo studio di un artista è NoLo, la nuova Brooklyn, la nuova SoHo, un quartiere destinato alla gentrification; quando c'è una rissa tra ubriachi, un regolamento di conti fra bande, un acquisto di droga andato male, la narrazione entra nel campo semantico della tragedia, usando parole come ghetto, Bronx, paura, "non si può più vivere qui"—e così arriva l'esercito, per combattere una guerra che la politica non ha il coraggio di affrontare, quella contro l'alienazione sociale, che in un quartiere popolare ad alto tasso di immigrati dalle provenienze più disparate è il pericolo più grande.

Fortunatamente realtà locali come quella del Ligera, un vero "bar di quartiere" se ne esistono ancora, organizzano la resistenza: tramite contatti con le associazioni locali, l'obiettivo di questo locale è non solo di continuare la propria attività di cultura culinaria e musicale con concerti, proiezioni, serate a tema, ma di aiutare via Padova a costruirsi da sola il proprio futuro senza attendere che il fantomatico "problema sicurezza" venga "risolto" con un colpo di spugna che rischia di spazzare via le caratteristiche multiculturali del quartiere. 

Abbiamo chiesto al co-fondatore del locale Federico Riccardo Chendi, già tra gli autori di un libro di racconti ambientati in via Padova intitolato L'ultimo bar a sinistra, di spiegarci cosa significa gestire un locale nel "ghetto creativo" (per sintetizzare, no?) di Milano, dei rapporti con il vicinato e di quando la Moratti gli impose il coprifuoco.

Foto di Ambra Castelli, via Facebook.

Noisey: Partiamo dai cenni storici. Come nasce il Ligera e in quale contesto?
Federico Riccardo Chendi: Il Ligera nasce nel 2007, proprio in mezzo a via Padova. Con il mio socio, Riccardo, lavoravamo in una galleria d'arte di Firenze, e penso fosse in un clubbettino di Berlino est ci siamo detti, perché non apriamo in Italia un locale così? Abbiamo immediatamente pensato di impostare lo spazio con al piano terra una sala tranquilla, modello enoteca, e nel sotterraneo un luogo adatto alla musica dal vivo—solo progetti originali, mai cover (se non per l'occasionale serata di tributo). 

Eravamo partiti abbastanza bene, ma nel 2010 è arrivato il primo problema: il coprifuoco. Fu una delibera comunale della giunta di allora (Moratti/De Corato) che ci imponeva la chiusura a mezzanotte. Noi eravamo partiti da tre anni scarsi, e per noi chiudere a mezzanotte con i concerti, e aprendo alle 18, era complicato. Così ci sono stati un po' di mesi surreali con concerti iniziati alle 20 e finiti alle 22, poi ci siamo anche presi qualche multa, ma abbiamo anche vinto qualche causa. 

Poi il coprifuoco è stato tolto, una battaglia per cui siamo stati in prima linea, contro l'idea che via Padova fosse un quartiere da trattare con misure speciali. Noi abbiamo sempre sostenuto l'idea che, certo, questa zona non è un paradiso, ma è anche un luogo che ha bisogno di spazi di aggregazione, dove la città respiri e la gente si incontri, dove avvengano contaminazioni tra le persone. Questa è la spinta che sta dietro alla proposta culturale del Ligera, dai cineforum alle serate musicali con realtà locali e internazionali. 

Oggi dovrebbe arrivare l'esercito, senza dubbio ci sarà un presidio proprio di fronte al locale visto che lì c'è il Centro di Cultura Islamica, con cui peraltro abbiamo ottimi rapporti (anche se ovviamente non sono degli ottimi clienti, visto che non bevono) [ride], insieme organizziamo varie cose come ad esempio il cinema arabo. Una volta al mese facciamo una serata dedicata a un paese africano, rappresentato sia nella musica che nel cibo. Questa è la nostra idea, noi sappiamo che è un quartiere difficile, ma è anche pieno di fermento e noi vogliamo essere parte di questa multiculturalità. 

Questa idea dell'esercito rischia di riportarci indietro, avere una camionetta piena di militari armati ti fa sentire un po' a disagio; non siamo in guerra, abbiamo bisogno di più spazi e di luoghi di aggregazione. 

Che cosa è cambiato nel quartiere dalla stagione del coprifuoco a oggi?
Il coprifuoco del 2010 fu una misura davvero demenziale. È il fallimento della politica. Quando l'amministrazione non sa cosa fare, mette una camionetta in strada così l'anziano sta tranquillo, ma non risolve assolutamente il problema, nella migliore delle ipotesi lo sposta di 100 metri. Però l'effetto positivo fu di farci arrabbiare un po' tutti e farci rimboccare le maniche, dando per esempio vita alla festa di via Padova con la partecipazione di tutte le varie associazioni. Questa volta secondo me sta succedendo una cosa simile. Mercoledì, ad esempio, ospiteremo proprio al Ligera un'assemblea per portare avanti un progetto, partito dalla pagina Facebook Via Padova Viva, per creare un'associazione che organizzi anche eventi che mettano in luce i lati positivi del quartiere. 

Perché via Padova è un quartiere bistrattato, ma questa assenza di istituzioni fa sì che nascano tantissime associazioni, gente che ha voglia di fare. Questo è il lato che dobbiamo far emergere, quello di singoli cittadini e associazioni che ogni giorno cercano di fare qualcosa per la propria città. 

Come è successo l'altra volta, pensiamo che questo sia il modo migliore per rispondere all'allarmismo istituzionale: non ci sentiamo un ghetto, dimostreremo di non essere un quartiere "feccia" ma un quartiere pieno di vita e di cultura. Il DNA del Ligera è questo: agire nel piccolo, nel locale. 

Tra l'altro un altro parallelo tra quello che successe nel 2010 e la questione odierna è che in entrambi i casi le misure derivano da fatti di cronaca successi nel quartiere ma commessi da persone non residenti nel quartiere. 

La narrazione mediatica sembra aver proceduto per estremi. Da un lato il fenomeno NoLo e i "creativi di via Padova", dall'altro il ghetto, la criminalità, le gang, il "non si può uscire la sera". 
La rigenerazione di via Padova stava effettivamente avvenendo, ma "a macchia di leopardo", cioè mentre alcuni tratti subivano una vera gentrification, altri precipitavano nelle loro criticità. Via Padova va rivalutata per tutti i suoi quattro chilometri. Non si può buttare via un territorio con queste potenzialità per due o tre situazioni critiche: si affrontano, si risolvono e poi tutta la via respirerà. È questo che manca a via Padova: aria fresca. 

Una narrazione senza sfumature ovviamente non aiuta. La verità sta nel mezzo: via Padova è una strada popolare che ha tante cose da dire, tante comunità di nazionalità diverse che vi convivono, è un quartiere che va capito, che non si può ridurre a un piatto "nuova SoHo" o "ghetto"—questo vuol dire non capirci un cazzo. 

Ovviamente l'arrivo dei creativi è comprensibile: è una zona che per un tratto si può definire semi-centrale, gli affitti sono bassi, e alcune case sono veramente di pregio. Poi ci sono anche i palazzi che sono andati in disfacimento, e lì sarebbe il caso di intervenire. Le situazioni di criticità assoluta, di malavita vera e propria, sono poche; il problema sono le zone grigie: gente senza lavoro che bivacca al giardinetto e sporca, lascia in giro bottiglie, eccetera. Ma questo degrado non si affronta con l'esercito, si affronta con politiche sociali degne di questo nome. La camionetta dovrebbe essere l'ultima spiaggia. 

Il nostro locale è inserito in questo contesto: se fosse in centro, si trasformerebbe immediatamente in una situazione fighetta e vuota, invece noi abbiamo voluto inserirlo all'interno di un contesto popolare. 

Per un locale come il vostro che si occupa spesso di musica rock, alternativa, underground, sarebbe facile trasformarsi in un locale "bianco", mentre voi avete scelto la strada dell'integrazione e della collaborazione con le realtà di via Padova. Immagino che ci sia anche una componente di resistenza a quel processo di segregazione che misure come l'arrivo dell'esercito potrebbero portare.
Sì, la nostra clientela fortunatamente è varia. Non dimentichiamo che le seconde generazioni hanno ormai l'età per produrre musica e cultura. Per esempio, nella scena punk hardcore la comunità filippina è molto presente. Poi la nostra idea è educare alla musica come contaminazione: serate balcaniche, serate africane... c'è spazio per tutto il mondo. Ovviamente non è semplicissimo e non si può fare tutte le sere.

Ma se prendiamo i musicisti che vengono dagli Stati Uniti, loro sono assolutamente abituati a suonare davanti a un pubblico composto da persone di varia estrazione etnica. Non ci trovano nulla di strano. Sono i gruppi italiani che a volte ti dicono: "Ho letto che via Padova è pericolosa, cosa devo fare?"—forse la verità è che noi milanesi non ci sentiamo in una metropoli, abbiamo una visione provinciale.

Anche il concetto per cui i concerti fighi possono essere soltanto nei posti grandi, e un piccolo club di quartiere non possa funzionare... Anche questo è un aspetto provinciale. Se invece di andare a vedere due concerti giganti all'anno presti più attenzione alle realtà più piccole che hai sotto casa, ascolti più musica, ti diverti di più e dai più humus alla cultura musicale cittadina. Certo, gli spazi sono sempre meno, è una cultura che si sta impoverendo.

Come vedi il futuro del Ligera nel contesto di via Padova?
Se abbiamo resistito l'altra volta, quando eravamo proprio agli inizi, supereremo tranquillamente anche queste camionette che non dureranno più di pochi mesi e non faranno alcuna differenza. Siamo abbastanza radicati nel territorio per dire che andremo avanti per la nostra strada, quella di fare ogni sera un pezzo di cultura musicale e di cercare di far respirare il quartiere. Naturalmente pensiamo che questo provvedimento ci faccia tornare un po' indietro, ma finché non si affrontano in maniera seria i problemi della zona sarà ciclicamente sempre così—tra qualche anno ci sarà un nuovo provvedimento d'emergenza. 

Noi comunque vogliamo continuare a raccontare questa zona, una zona piena di cose da dire e meno banale di tanti altri quartieri di Milano, senza paura di far vedere anche il suo lato oscuro—da cui forse deriva anche il suo fascino, quel brivido che provi quando passi piazzale Loreto. 

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Giacomo, quando non è al bar, è su Twitter: @generic_giacomo.

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