Fotografia dell'autore.

Un'intervista con Generic Animal, Jacopo Lietti ed Enrico Molteni

Una chiacchierata a tre per parlare del disco d'esordio di Generic Animal, di testi emo, dell'era post-Calcutta e del video di "Tsunami", qua in anteprima.

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gen 15 2018, 1:55pm

Fotografia dell'autore.

Vicino alla fermata Udine della metro di Milano c'è un self service cinese dove potete prendere per cinque euro un riso che assomiglia a un cantonese assieme a un po' di verdure buone arancioni, verdi e gialle. Arrivo lì e ci trovo dentro Luca, che da qualche tempo fa musica a nome Generic Animal, e ci trovo Jacopo, che ha scritto i testi del suo album, e ci trovo Enrico, che glielo stamperà. Mangiano lì spesso, e poi prendono il caffé e una tavoletta di cioccolato. Mi hanno invitato lì, in mezzo ai loro piccoli riti, perché abbiamo deciso qualche tempo fa che avremmo pubblicato qua la premiere del video di "Tsunami", e alla fine in effetti così è. Dato che sono arrivato tardi e gli amici cinesi devono chiudere ci trasferiamo a un altro ottimo baretto lì vicino, La Isla, e ci mettiamo a un tavolo a chiacchierare.

La storia di come siamo arrivati lì a parlare già la sapete, se avete letto qualsiasi cosa su Generic Animal prima di queste che sto scrivendo io. Ve le riassumo qua per evitarvi lo sbatti di aprire un link: Luca suona nei LEUTE, i LEUTE escono per Legno, che è l'etichetta/studio di Jacopo dei Fine Before You Came, che condivide lo spazio con La Tempesta di Enrico. I testi di Generic Animal li ha scritti Jacopo, e al tutto hanno lavorato anche Adele e Juju degli Any Other, e ci sono anche un altro paio di ospiti spruzzati qua e là tra le canzoni—che sono piccole cose con la chitarra acustica un po' piegata, le percussioni fuori forma e la voce smetricata sulle musiche come in un tangram sonoro.

È che non saprei bene dirvi che musica faccia Generic Animal. Anche tanti altri sembrano essere nella mia stessa posizione, dato che di Generic Animal si è parlato come di un disco calcuttiano, ma anche come di un disco hip-hop, ma anche come di un disco emo. Ma non dovrebbe importarci tanto, la questione, perché in casi come questi—di album un po' lì e un po' là—è più interessante concentrarsi sulle note a margine, sulle introduzioni, le biografie e le appendici attorno alla narrazione principale. Ed è quello che ho provato a fare, parlando con due ragazzi di 40 anni e uno di 20, cercando di capire quali sono le assi che hanno costruito il ponte esteso tra di loro.

Il video di "Tsunami", girato dai ragazzi di NO TEXT (cioè quelli che hanno fatto La Nuova Scuola assieme a noi), è qua sotto. Appena dopo c'è tutto quello che ci siamo detti, con un sacco di belle foto scattate durante le riprese da Guido Borso.

Noisey: Jacopo, Luca, voi due quando e come vi siete conosciuti?
Luca Galizia:
Quando abbiamo fatto il disco per Leute, in realtà anche in modo strano. Io sono molto amico di Alvin, uno dei due ragazzi di NO TEXT. E mi fa, "C'è Jacopo Lietti"—che io avevo sentito nominare, ma non che fossi fan dei FBYC...
Jacopo Lietti: Non eri neanche così fan... ci conoscevi e andavam bene.
Luca: Ecco! Mi fa "C'è Jacopo che è preso benissimo, quando puoi fagli una chiamata". Un giorno gli ho scritto un messaggio tutto formale pensando che fosse seduto su un trono di metallo vestito come il cantante dei Rammstein, perché l'immagine che avevo in testa era di un uomo mega serio super silenzioso...
Jacopo: Con un gatto! Il mondo è mio. Allora, Luca, accomodati...
Luca: E poi un giorno, quando avevo ancora i capelli, ci siamo beccati per pranzo anche con Marcone—che non sapevo essere il chitarrista dei FBYC, pensavo fosse un suo amico a caso—E abbiamo deciso di fare 'sta cosa di Leute. Questo un anno e mezzo fa.

Jacopo, che impressioni ti hanno fatto i Leute quando hai sentito il loro album?
Jacopo: Io ne ho pieni i coglioni dell'emo, di tutto questo revival. Credo che sia un po' sfuggita di mano quella roba. Sono nati uno dietro l'altro gruppi che non avevano niente da dire, non hanno cambiato niente e non hanno aggiunto nulla rispetto a quello che c'era già stato. Quando ho sentito il disco dei Leute, non ho pensato CHEBBOMBA. Lo ascoltavamo io ed Enrico e ci faceva muovere la testa. In quel disco ho sentito dei talenti. Non era niente di nuovo, la voce era palesemente National, c'erano cose che avevo sentito e risentito in mille altri dischi, eppure mi sembrava—e ci sembrava a tutti e due—che ci fossero dentro delle robe potenzialmente giganti. Non espresse in quel disco, però.
Enrico Molteni: Io avevo risposto alle loro mail, gli avevo chiesto quanti anni avevano, e loro "venti, anche meno". E io, "Ma cazzo, i ragazzi della vostra età non dovrebbero ascoltare Drake?" E la risposta fu, "Ma noi ascoltiamo ANCHE Drake!"
Jacopo: Quando li ho conosciuti gli ho proposto di fare il disco con Legno, dicendogli "Guardate che con Legno non andate da nessuna parte". I dischi escono per Legno e rimangono non in una nicchia, molto di più. Te li devi andare a cercare, li devi volere tantissimo. Persino Fine Before You Came è un gruppo che non vende tanto, noi 500 copie ce le teniamo lì per anni. Se un gruppo esce per Legno, esce per un concetto, un'etica. È una roba che non riguarda il far girare la musica e arrivare a tutti i costi a tutti.

Fotografia di Guido Borso.



E ci arrivi umanamente, credo.
Jacopo:
Certo, è una cosa a cui teniamo molto.

Te lo chiedo perché Generic Animal mi sembra un progetto che nasce, appunto, da una serie di rapporti umani particolarmente stretti.
Jacopo:
Certo, anche se è qualcosa di completamente separato da Leute. Con Generic Animal l'intenzione era quella di fare un disco pop, di entrare in un mondo che non c'entra niente con Legno.
Luca: È vero che ci siamo fomentati in tre e poi alla fine... Enrico c'ha messo i sordi, Jacopo c'ha messo le parole, io c'ho messo la testa de cazzo! Prima di Generic Animal e di mettermi a lavorare sul primo testo che mi ha mandato Jacopo ho fatto un lungo periodo di sbatti e depressione in cui siamo diventati mega amici. Saltavo scuola, andavo a trovare Jacopo, gli dicevo "Non so che cazzo fare", stampavo delle mie cose. Non c'è mai stata l'idea di fare un disco. Pian piano mi sono risvegliato da solo e, in mezzo alla noia e allo sbatti, sono riuscito a creare questa cosa giorno per giorno—e, stando vicino a lui, ad avere un feedback. Mi ricordo quando gli ho mandato la prima volta la demo di "Broncio", arrivò la risposta dopo due giorni: "Ma merda, hai fatto la canzone dell'estate! Facciamone un'altra!" E poi sono passate due settimane, ma intanto avevamo cominciato.

Generic Animal mi sembra un progetto difficile da incasellare in una scena, è più una cosa che mette assieme diverse anime creative più o meno milanesi in un unico album. Perché c'è Jacopo con il suo passato, Enrico con tutta l'esperienza della Tempesta, tu Luca che ti sparavi l'emo e il punk da ragazzino, e poi i ragazzi degli Any Other, gli ospiti...

Luca: Poi chiaramente quando mi intervistano dicono che è un disco post-Calcutta, però poi sono più d'accordo con te!

Fotografia di Guido Borso.



Un disco post-Calcutta. Perché?
Jacopo: Secondo me questa roba del post-Calcutta non dobbiamo ignorarla. Calcutta ha fatto una roba importantissima. È stato geniale. Viene dall'underground più underground immaginabile. Ha iniziato a suonare con Trapcoustic, assieme a Demented. Quello che faceva non era ostico, di più. Poi ha deciso di fare un disco mainstream, che ha chiamato Mainstream e ha fatto un botto incredibile ma ha anche aperto le strade a tantissima merda, e adesso credo che lui ne soffra tantissimo. Però ha una testa enorme. Nell'esperienza che ho avuto con Generic Animal devo tanto a Calcutta, perché mi ha fatto interessare al pop. È come se volessi mettermi alla prova in quell'ambito lì, cercando di farlo nel modo più di classe possibile, e ho trovato una persona che riesce a farlo senza c'entrare niente musicalmente con Calcutta, ma che a lui deve tanto.
Luca: A me è sempre piaciuto e l'ho sempre stimato. È che ha un'etichetta non diretta a lui come cantante e autore ma a quello che è successo dopo di lui. A chi veramente sta cercando di fare quella roba e non ci riesce. E se mi ci mettono dentro, dicendo che però sono strano e particolare... insomma.
Enrico: Le cose diventano sempre categoria. Mi ricordo che quando ero ragazzino su Rockerilla c'era una classifica alla fine con scritto "post-Jesus and Mary Chain sound". E alcuni gruppi magari li imitavano, ma altri che cazzo c'entravano? Che tu voglia o meno, rientri in una scia che c'è nell'aria, non è neanche tua responsabilità ed è figo che venga riconosciuto. Sono le tipiche etichette.
Luca: Senza manie di protagonismo, penso che questo dico abbia altre influenze.
Jacopo: Ma certo, è anche fatto in maniera diversa! È un disco che cerca di essere pop ma non può esserlo perché le persone che l'hanno fatto non vengono totalmente da quel mondo.

Una cosa difficile da spiegare che però abbiamo sentito tutti è il fatto che Generic Animal abbia dentro qualcosa di hip-hop. Ma se ti mi dicessi, "Elia, scrivimi un paragrafo su perché questo disco ha dentro dell'hip-hop" farei fatica a farlo.
Luca: Secondo me è perché ha dentro determinate figure ritmiche non canoniche. Sono tutte storte, fatte fuori tempo e fuori griglia. Nella voce, nelle batterie e nei loop c'è un po' di hip-hop vero, mascherato da tanto sporco, che però è la componente per cui mi diverto. Non vorrei mai essere il bianco che fa il disco hip-hop.
Jacopo: Secondo me ci sono delle metriche che fai con la voce che sono costrette dal fatto di cantare dei testi che non sono tuoi, testi che sono nati prima ancora della musica. Sei obbligato ad accelerare e rallentare, fare metriche matte su testi che hai dovuto adattare.

Fotografia di Guido Borso.



Diciamo che questa componente hip-hop quindi potrebbe essere l'incastrare le parole in una maniera che non dovrebbe suonare metricamente bene ma in realtà ci sta. Che è quello che fa Tedua, tipo.
Luca:
A me Tedua piace, che fa l'enjambement! E in un po' di canzoni lo faccio anch'io. "Tsunami", tipo, ha il ritornello un po' mindfuck. "Sul telecomando, il tizio del meteo". E devi leggere la frase intera per capire il senso. È questa la roba divertente del giocare coi testi non tuoi.

È che mi sembra che l'hip-hop sia diventato così liquido da poter essere anche solo un suggerimento all'interno di qualcos'altro. E c'è poi tutto il discorso dell'ibridazione tra emo e rap, che negli Stati Uniti è ormai codificata.
Luca:
"Red Bottom Sky" di Yung Lean, che ha delle cose emo e vapor ma dipinte di pop, mi sembrava in testa la caricatura di una cosa che scriverei nella mia vita. Qualcosa di super maggiore ma triste. C'è sempre qualcosa che mi riporta all'emo, ma si presenta in sonorità diverse.
Jacopo: La roba incredibile di Luca è che se gli chiedono di fare un pezzo neomelodico napoletano e riesce a farlo, e con una velocità spaventosa. Gli mandi una roba e il giorno dopo ti manda una cosa da ascoltare che è già perfetta. Credo che riuscirebbe a fare un pezzo bello di qualsiasi genere musicale. Ma quando fa le cose per lui non decide "faccio un pezzo alla Drake", o "faccio un pezzo alla Frank Ocean", che avrebbe anche senso.

Fotografia di Guido Borso.



Dobbiamo parlare anche del video di "Tsunami", tra l'altro! È figo il fatto che lo abbiano curato i ragazzi di NO TEXT, e che arrivi dopo quello di "XO Tour Llif3" di Lil Uzi.
Luca:
Vero. Come ti dicevo, conosco Alvin di NO TEXT almeno da sei anni. Ero fan dei Notimefor, avevo i capelli lunghi piastrati, quasi da scene kid—ero di provincia e le robe arrivavano comunque tre mesi dopo.
Jacopo: Cazzo, avevate internet lento, eh! Col criceto che va sulla rotellina!
Luca: Avevamo internet con la chiavetta e i mega limitati, un'ora e mezza al giorno tipo! Fattostà che ci conosciamo, siamo amici da tanto tempo. All'inizio ha suonato il basso nei Leute, qualche volta, ma poi ha cominciato a lavorare full-time con NO TEXT. È stato lui il plug di tutta questa cosa, senza Alvin non conoscerei né Enrico né Jacopo. Lavorava qua vicino allo studio di Legno, e ha fatto da tramite per ogni cosa. Ed è quello a cui rompo sempre le palle per un parere finale a livello estetico e di comunicazione. All'inizio per il video volevo fare una cosa fatta super in casa, poi però ho cominciato a farmi dei viaggi e ho tirato in mezzo Alvin. Originalmente dovevamo beccarci a Toronto, dove ero stato quest'estate. Poi abbiamo pensato di farlo sul terrazzo di casa mia, e alla fine in realtà abbiamo scelto di tornare a Canneto, dove i ragazzi sono stati mille volte e quest'estate e dove avevo già scattato delle foto con Guido [Borso], che ci ha ospitati.

Devo dire che il completo giallo è davvero bello. Dove l'hai pescato?
Luca:
Ci hanno prestato dei vestiti e la mia ragazza, Andrea, ha fatto lo styling. Abbiamo fatto un po' le cose come fanno nei video seri un po' fashion. È un video che deve essere lentamente spiegato e ricondurre a un viaggio verso casa.

Fotografia di Guido Borso.

Non so se è una domanda di merda, Jacopo, dimmi tu: hai sempre cantato di cazzi tuoi, in buona parte.
Jacopo:
Al 100%,

Ecco: e farli cantare a un altro che cosa ti ha lasciato dentro?
Jacopo:
Nel disco di Generic Animal non sono solo cazzi miei. Dover scrivere per un ragazzino di 21 anni per me è stata una cosa bellissima. Io potrei essere suo padre e ho dovuto scrivere dei testi che parlassero di me, che ho 41 anni, e di lui, che ne ha 21 e una vita completamente diversa dalla mia. È stata una sfida gigante, forse facile da vincere perché l'ho giocata sulle cose generiche e sulla quotidianità. Ci sono pezzi che parlano solo di lui, pezzi che parlano solo di me, e pezzi come "Broncio". Per dirti, l'ho scritta per mia figlia. Cantata da lui sembra un pezzo che scrive per una sua amica, per un suo amico, per una sua fidanzata.

Credo che questa dialettica scardini l'elemento diaristico alla base dell'emo. Perché alla base un testo emo, semplificando, è un tizio che condivide ciò che lo fa stare male con altre persone che possono aver provato la stessa cosa, e il risultato finale è lo stare meglio. Solo che qua l'esperienza testuale parte già da uno stato di condivisione.
Jacopo:
Capita che quando esce un disco la reazione sia "Ah, che triste, che presa male, bellissimo!" Ma secondo te fai una roba del genere per prenderti male? La fai per prenderti bene. Ora dirò una roba che mi farà veramente sembrare un idiota. Non so se avete letto gli auguri di buon anno di Papa Francesco. Io ho fatto le elementari dalle suore, le medie dai preti, poi ho provato la scuola pubblica al liceo ma continuavano a bocciarmi, e quindi sono tornato dai preti. Odio suore, preti, la chiesa, Dio, Gesù, il Papa. Ho un problema serio con tutto ciò che riguarda la religione cristiana. Ma quegli auguri mi hanno colpito tantissimo. Dicono che la felicità non è un cielo senza tempeste, una strada senza incidenti, una relazione amorosa senza crisi. Non è solo successi, ma è anche imparare dagli insuccessi e dai fallimenti. La felicità sta anche nelle cose apparentemente orribili. Io ho sempre vissuto quella roba lì come qualcosa di felice, con dei fratelli. Il gruppo in cui suono è la relazione più lunga che io avrò mai nella vita, ed è una roba felicissima. Non c'è niente di triste. Quindi non mi rompete il cazzo con 'sta storia, non state capendo.

Fotografia di Guido Borso.

Ti dico, la cosa che mi ha fatto prendere bene con l'emo in primo luogo è stata proprio questa. La condivisione di una tristezza, di una paranoia, di un rimorso, così da renderlo gioia.
Jacopo:
È gioia! Certo.
Enrico: Che poi io son vecio e ascoltavo la musica dark ed era la stessa cosa. Era scura, cupa, ma mi dava gioia perché mi faceva capire che non ero solo.

Non volevo parlare però tanto di questo, quanto del rapporto tra voce autoriale e aspetto diaristico.
Jacopo:
Io ho letto ultimamente un'intervista di Nick Cave in cui dice che quando un artista, senza volermi riferire né a me né a Luca né a Enrico, inizia a non trovare più l'ispirazione dentro di sé e cercarla fuori di sé lì comincia il suo declino. Tutto ciò che scrivi e fai, perché venga percepito e sia realmente genuino e vero, deve venire da dentro di te. Quando lo cerchi fuori è un'altra cosa. L'aspetto diaristico, personale, è fondamentale nell'emo, nell'hip-hop, in ogni cosa.

Fotografia di Guido Borso.



E appunto perché fondamentale, è figo—in un contesto in cui di solito ci si scrive le cose da soli—che un testo risulti convincente anche quando è cantato da un interprete.
Jacopo: Io per la prima volta... no, non è la prima volta, perché questo lavoro l'avevo già fatto con HAVAH, con Settimana, per cui ho scritto tre pezzi e mezzo. Già allora mi era piaciuto sentire i miei testi cantati da un altro. Riesci a vedere le cose con molta più chiarezza. Ieri mi sono riascoltato "Qualcuno che è andato" e mi sono commosso. Ed è assurda come cosa, te le fai e te le chiami? Però così è stato, perché Luca l'ha capita perfettamente, quella roba, e l'ha resa in maniera perfetta. E l'ha fatto con tutti i pezzi, e lo sta continuando a fare.

Una delle cose che a me a volte dà fastidio nella musica che tanto funziona è l'egotismo. Il fatto che si percepisca un certo "io sono fico e questa mia storia è importante". Ecco, è una cosa che non percepisco come preponderante in Generic Animal, forse anche perché ci sono dentro tante persone, e quindi non un solo ego artistico che si impone.
Jacopo:
Quando fai una roba del genere l'ego c'è per forza. Persino nei Fugazi ci deve essere una parte di narcisismo ed egocentrismo! Forse è il momento di dire che c'è stato un lavoro grosso anche di Juju.
Luca: Si è creato un immaginario. Ovviamente anch'io ci ho messo il mio tempo a digerirlo, ma adesso è chiaro a tutti. Prima di questo disco c'erano delle demo che magari avrebbero fatto renzare a mezzo mondo, ma lavorarle con Juju e Adele le ha veramente segnate. Tipo, "Qualcuno che è andato" se non c'era Adele era un'altra cosa.
Jacopo: Era un pezzo dei Weezer! Bellissimo, comunque. La roba figa è che hanno mantenuto l'imperfezione di quei pezzi. L'hanno solo spostata da un'altra parte. Sono stati super rispettosi.
Luca: Io e Juju abbiamo lavorato assieme per un mese, Adele è arrivata nel momento in cui dovevo fare le voci. Quelle che avevo registrato su GarageBand erano tutte corrette con un autopitch, e ci siamo dovuti mettere a capire come metterle a nudo. La domanda era, "Ma come cazzo le canto?" Da solo non ho mai cantato, se non per qualche cagata. In Leute la mia voce è sempre stata affiancata a un'altra. E sono stati loro a creare questa nuova dinamica.

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Luca, i tuoi disegni—ma non quelli dell'album, anche quelli che hai su Instagram—sono la fine di che viaggio estetico? È Paint? Fammi un riassuntone.
Luca:
Ho fatto la copertina dei Leute, e poi ho capito che mi piaceva disegnare più del dovuto. Mi sono iscritto a grafica dell'arte a Brera, che è una bomba se sei appassionato e ti fai gli sbatti, ma dopo un anno e mezzo ho fallito.
Jacopo: Non hai fallito, non ti interessava. Tra l'altro ho fatto il papà in quella situazione: "Dai, non lasciare l'università..."
Luca: Morale, mi sono detto "Basta disegni, comincio a limitare il mio trip nonsense". La roba di Paint c'è sempre stata, poi quando ho cominciato a saper usare un po' Photoshop e Illustrator—che non so davvero usare—mi sono fomentato. Ogni giorno aggiungevo una cosa più brutta, un elemento di fastidio, così sono riuscito a fare robe belle che mi piacessero. La roba dell'animaletto è diventata il nome per puro caso. Ho fatto questo disegnino che è l'unico a cui ho dato un vero nome, un animale generico, un insieme di tutti gli animaletti brutti. L'ho fatto due anni fa e poi quando mi sono chiesto come volevo chiamarmi l'ho ripescato. Voglio chiamarmi anch'io De Gregoris & The Super Friends o usare un nome che mi appartenga e mi faccia anche un po' ridere? Anziché chiamarmi Luca Galizia, così com'è, ho deciso di chiamarmi Generic Animal. Così sono già pronto anche per un disco in inglese, nel caso.
Enrico: So che alcune persone con le parole in inglese hanno difficoltà, il loro cervello le skippa. Ed è assurdo nel 2018, c'è gente che nemmeno lo sa scrivere. Tipo, "Generic, com'è che si scrive"?
Jacopo: È una preoccupazione, ma solo nel giochino del pop.
Enrico: Certo! Però per lo schema mentale di alcune persone è più facile che ricordino De Gregoris che Generic Animal. A me piace il nome, ci mancherebbe, però dicevo "Cacchio, una roba in italiano..."
Luca: Cristiano il malato! Un nome stravolgente.
Jacopo: È che Ghali era già preso...
Enrico: Potevamo fare Gali, senza l'acca, che tanti lo scrivono senza per il discorso di prima.
Jacopo: Poi lo mettiamo in free download, sai in quanti lo scaricano?
Enrico: Facciamolo con Sfera! Esce lo stesso giorno. Andremo a vedere le charts.

Comunque io volevo non parlare del perché ti chiami Generic Animal, ma ce l'abbiamo fatta lo stesso. Bravi tutti.
Jacopo: È bello che sia arrivato alla fine, naturalmente. È giusto.

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