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I Red Hot Chili Peppers nel 1999, foto promozionale.

Californication è stato il disco più importante dei Red Hot Chili Peppers

Diego De Angelis

Diego De Angelis

Nonostante vent'anni di album brutti, i Red Hot Chili Peppers resteranno sempre l'unica band che ha saputo spiegare anche a un'intera generazione di italiani la fine del sogno californiano.

I Red Hot Chili Peppers nel 1999, foto promozionale.

L'idea che mi sono fatto di questo articolo, prima ancora di cominciare a scriverlo, era di raccontare l'immaginario californiano nella cultura pop degli anni Novanta intersecato al culto dei Red Hot Chili Peppers dei tempi di Californication. Ma quando su Google ho cercato "Red Hot Chili Peppers Myth" gli unici risultati che mi sono usciti sono questi, ovvero paper accademici sulle emorroidi da peperoncini troppo piccanti. Sintomatica, 'sta cosa. Se uno ci pensa, dopo quasi vent'anni di album brutti i RHCP si sono totalmente depotenziati dell’immaginario musicale e vitale che li ha resi una delle band più importanti di quel decennio.

È invece un fatto storico quello del California Dream, pensiero tutto americano del trovarsi una terra promessa dove prosperare e far prosperare ricchezza. Il concetto che nasce alla fine del diciannovesimo secolo, ai tempi della fatidica corsa all’oro (la Gold Rush di Charlie Chaplin), in relazione con l’eterno motore socio-filosofico del sogno americano. La California è piena zeppa d’oro, immensa, è la terra promessa. Milioni di migranti si spostano nella regione, stando vicini alla costa che dà sull'Oceano Pacifico, tenendosi distanti dalle immense pianure del deserto ad est.

A livello geografico e urbanistico, la California nasce con due anime. Una è quella ultra-civilizzata delle città ad Ovest, dominate da Los Angeles. L'altra è quella rimasta selvaggia, il cuore dell’America oltre l’uomo, la desolante bellezza della Death Valley. Da una parte vive l’archetipo del nuovo secolo e del nuovo millennio. Dall'altra quello del selvaggio, impersonato dall'indiano e da quella figura borderline che è il cowboy (si veda Sentieri Selvaggi per approfondimenti). Negli anni la cosa è rimasta la stessa seppur in forma diversa, e se da una parte ci sono gli informatici della Silicon Valley dall’altra troviamo i romantici banditi in motocicletta di Sons of Anarchy.

I Beach Boys, fotografati nel 1962.

La California entra nella storia della musica entra con prepotenza negli anni Sessanta grazie all'immaginario dei cowboy del mare. Quelli che trovavano il selvaggio, per dirla con un noto film, nella "grande mareggiata da Sud". Surfer e musicisti si mischiano, un tizio di nome Dick Dale carica di riverbero la sua Fender Stratocaster e nasce qualcosa di nuovo, un suono mai sentito prima. Nei suoi riff c’è qualcosa di narcotizzante e danzereccio, derivante dalle sonorità messicane o comunque latine alle quali si rifaceva, unite allo slide che è un mantra, una meditazione per seguire le onde alte come dinosauri. "Misirlou" è forse una delle canzoni più famose di sempre, colpa anche di Quentin Tarantino. Ma la surf music passa inevitabilmente per i Beach Boys, che al mondo intero raccontano la storia di un paradiso fatto di spiagge, gare automobilistiche, ragazze bellissime, tramonti d’oro. Il culto della loro estate eterna passa per testi come “The West Coast has the sunshine / And the girls all get so tan / I dig a French bikini on Hawaii island / Dolls by a palm tree in the sand”.

Ma per farla breve, l’estate eterna non è. Finisce dopo lo sballo da LSD del ‘68 tra la Manson family, la guerra in Vietnam e l'omicidio di Meredith Hunter al concerto dei Rolling Stones ad Altamont per mano degli Hell’s Angels. Negli anni Ottanta, ma soprattutto nei Novanta, Los Angeles rappresenterà quella discrasia ormai galoppante tra un immaginario ormai inglobato dall’opulento sistema cinematografico hollywoodiano e una società immersa nel conflitto sociale, soprattutto etnico.

Lontano dai viali incantati, oltre gli anfratti onirici della Mulholland Drive di David Lynch, monta la rabbia della comunità nera e della rivolta popolare. La rivolta del ‘92, durata qualche giorno, è simbolo di ingiustizie, istituzioni corrotte e orrori nascosti dietro la facciata tutta sole e culi della migliore America possibile. Musicalmente, però, per la California è un periodo clamoroso. C'è l'hip-hop di Tupac e dei Cypress Hill. C'è lo stoner dei Kyuss. Ci sono i Metallica post-Black Album. C'è lo skate punk degli Offspring. C'è il tumulto hardcore di Fear, Black Flag, Circle Jerks e compagnia bella.

All’interno di questo miscuglio di conflitti sociali e musicali nascono i Red Hot Chili Peppers. La loro formazione originale risale al 1983, ma tossicodipendenze varie la rendono piuttosto instabile. L'idea di formare una band viene a tre compagni di liceo: Anthony Kiedis alla voce, Flea al basso e Hillel Slovak alla chitarra. Alla batteria ci finisce Jack Irons. Hanno tutti meno di vent’anni e si sente (ma soprattutto si vede) nel video di "True Men Don't Kill Coyotes", tratta dal loro primo album. In quel momento, i Red Hot sono una band capace di coniugare una passione per George Clinton (che sarà anche produttore del loro secondo album) con un qualcosa di sciamanico e desertico. Tipo i Birthday Party di Nick Cave, ma con il funk al posto del lugubre.

I Red Hot Chili Peppers nel 1987. Flea, Slovak, Kiedis e Irons, da sinistra a destra.

Poi succede che Slovak muore, a 26 anni, di overdose. Jack Irons abbandona con una frase lapidaria: "io non posso stare in un cazzo di gruppo che può uccidere i miei amici". Qualche anno dopo diventerà batterista dei Pearl Jam. Alla batteria ci passa anche per un anno Cliff Martinez, le cui frequentazioni musicali sono coerenti con il primo sound della band: Captain Beefheart, The Dickies, Lydia Lunch.

È un presagio e un monito la frase di Irons. Quando John Frusciante entra nel gruppo ha solamente 19 anni. Il suono dei RHCP vira verso la melodia. Ci sono il punk e il funk, ma anche il pop e la malinconia. Blood Sugar Sex Magik porta la band a un successo planetario. La produzione di Rick Rubin dona solidità alla frenesia compositiva e all'anarchia esistenziale dei quattro. Intanto alla batteria è arrivato Chad Smith, che alle prove si era presentato con una maglietta dei Metallica spacciandosi per il peggiore dei metallari. E invece.

I RHCP diventano uno dei simboli della californità della fine del secolo: giovani, belli, drogati e festaioli. Fanno skate e fanno surf. Il cinema dà loro un volto. Come in Point Break, in cui Kiedis interpreta un criminale di una gang di surfer, un mezzo coglione. Ne Il Grande Lebowski Flea è uno dei nichilisti (“Non crediamo in niente, Lebowski”). E manco a farlo apposta stiamo parlando di un film sulla stasi e sulla fine di un mondo: quello della California sognata.

Proprio un anno dopo Point Break Frusciante abbandona la baracca. In mezzo ci sono la tossicodipendenza e l'incapacità di accettare le regole del gioco del commercio. Ma questo dovrebbe essere un articolo su Californication e quindi devo fare un salto in avanti e arrivare al 1998, quando Frusciante rientra nel gruppo. È tornato in forma, ha smesso di bucarsi e ha ripreso tutti quei chili che aveva perso. Rimangono e rimarranno sulle sue braccia i segni incancellabili degli anni Novanta.

I Red Hot Chili Peppers nel 1999, foto promozionale.

L’album esce nel 1999, alle soglie del nuovo millennio. Californication è una parola nata negli anni Sessanta come intreccio di "California" e "fornication". Era un modo per descrivere l’incredibile sviluppo dei territori che stava avvenendo nel sud della regione. Ma la Californication del '99 è un'altra cosa. Decenni di musica, televisione e cinema hanno creato attorno allo stato più popoloso degli USA un immaginario unico, fatto di sesso, giovinezza, droghe, facili successi e altrettanto facili fallimenti. C’è qualcosa di lascivo e sognatore, di perennemente assolato e cosmico, nel culto californiano. Futuro e passato convivono. Bill Gates e Steve Jobs, il Sunset Boulevard, case in cui ragazze di campagna girano porno in cerca di fortuna, la lunga schiera di ville della benestante Orange County, le notti sbronze di Bukowski e quelle esoteriche di Raymond Chandler.

Il punk non c'è più. Invece c'è qualcosa di melodico. Forse è rock, forse è pop. Sulle tristi, soffici trame di Frusciante Kiedis è ispirato. "Californication", la canzone, è un groviglio di immaginari. Nel testo si legge di ragazze svedesi in cerca di fortuna, come Greta Garbo o Ingrid Bergman. Delle illusioni che provoca LA, "il confine della civiltà". Di chirurghi plastici che in cambio di milioni di dollari ti regalano l’eterna giovinezza, di universi fantascientifici ricostruiti in scantinati di periferia.

Nonostante 15 milioni di copie vendute, Californication è un disco che nasce da un amalgama di esperienze private. Kiedis parla di sé. Leggete al contrario "Emmit Remmus", dedicata alla sua breve relazione con Melanie C delle Spice Girls. Su Scar Tissue, la sua biografia del cantante, si legge di "Porcelain", dedicata a questa candida, pallida ragazza, giovane madre e tossicodipendente, persa nella terra di mezzo tra giovinezza e vita adulta ("Quando sorridi profumi di ragazza?").

Il funk non sparisce, invece. C’è in "Around the World", in "Get on Top", ma è come se fosse diventato più un gioco esoterico affidato all’effetto magico, quasi voodoo, che la chitarra di Frusciante aveva sulla voce di un Kiedis che aveva finalmente imparato a cantare. Attorno, Flea e Chad Smith alzavano una cappa di groove calda come il deserto. "Scar Tissue" è probabilmente il pezzo più bello dell'album, accompagnato da un video memorabile. Su una Cadillac decappottabile, i quattro attraversano una lunga highway nel deserto californiano, una sorta di Route 66. Sono sporchi, segnati da tagli, coperti di stracci e incerottati; ovvio che sia una metafora, sono le ferite di storie andate male, segni della sopravvivenza su fisici ormai adulti.

Nel migliore delle ipotesi la storia dei RHCP sarebbe dovuta finire con questo album. O al massimo con By The Way, ecco. Californication ha 19 anni, ed è ugualmente valido dire che li sente tutti e che non li sente affatto. Il suo suono è estremamente riconoscibile, ancora oggi. E quindi è un classico, come quelli dei Beach Boys o di Dick Dale. Ai primi l’immaginario di un’estate infinita, al secondo quello di un’onda da cavalcare sotto LSD. Ai RHCP invece tocca, con questo album, quello del tramonto dell’immaginario stesso. Un tramonto dalle calde radiazioni arancioni, un cielo che riempie la piscina al centro della copertina dell’album.

Qualche anno fa, John è uscito di nuovo dal gruppo. Questa volta, però, non c'è stato niente di tragico. È stata una separazione nata da necessità artistiche e dalla voglia di non far parte di una band ormai monotona. Per scappare dalla consuetudine, quella fatta di tour, inutili promozioni pubblicitarie e la falsa speranza di poter dire ancora qualcosa al mondo. “Un salto fuori dal cerchio”, per dirla con Enrico Brizzi.

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