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Galeffi fa sold out in sei giorni, e l'indie italiano dove va?

Anche gli esordienti fanno tutto esaurito, e forse tra vari cloni e imitatori stiamo tutti puntando troppo sul contenitore "indie italiano" invece che sul contenuto.

Alessio Altieri

Galeffi live al Monk Club di Roma. Fotografia di Matteo Casilli, via Facebook / Maciste Dischi. 

L’antefatto è questo: il 24 novembre esce Scudetto, l’album d’esordio di Galeffi. Il 30 lo presenta al Monk. E io ci vado. Per chi non lo sapesse, il Monk è uno dei migliori locali romani in quanto a musica live, ed è soprattutto una tappa obbligata per ogni artista indie: tutti sono passati da lì, o, quantomeno, tutti quelli della nuovissima ondata, da Calcutta a Giorgio Poi passando per Motta, giusto per citare i più influenti. Sei giorni. È questo il tempo intercorso dall'uscita del disco al concerto di presentazione. Centoquarantaquattro ore in cui il disco dell'esordiente Galeffi è andato così bene da fare sold out. Un lasso di tempo che si è rivelato sufficiente anche per far imparare a memoria praticamente ogni traccia dell’album (dieci totali, di cui una strumentale, per un totale di mezz’ora di musica circa) alla quasi totalità del pubblico.

Ora, va detto che Galeffi una piccolissima fetta di affezionati poteva già averla conquistata perché non è propriamente un esordiente: per anni ha suonato con gruppi minori nei più disparati locali di Roma, ma questo è il suo primo lavoro da solista in italiano con un’etichetta relativamente importante, la Maciste Dischi. Se si considera però che, per sua stessa ammissione, le dieci di Scudetto sono in assoluto le prime canzoni da lui scritte in italiano e che mai prima del 30 novembre era salito su un palco importante come quello del Monk, si può dire che sì, Galeffi è un esordiente.

E che il primo live di un esordiente sia accompagnato dal coro unanime di un tutto esaurito non è esattamente una roba da poco. Anzi, non lo è affatto, anche perché, questo è bene dirlo subito, Galeffi, per quanto ci provi, non è Calcutta e non è, per esempio, Niccolò Contessa, non è cioè un fuoriclasse (cooooosa? Su Noisey c’è scritto che Calcutta e Contessa sono due fuoriclasse?). Non ha la forza espressiva di Calcutta, che riesce a trasmettere il malessere anche con una frasetta che detta da altri sembrerebbe una stronzata. Il “regalami una moka per favore così mi sveglio accanto a te” di Galeffi non è nemmeno lontanamente potente come“non ho lavato i piatti con lo Svelto e questa è la mia libertà”, per dirne una. Eppure, a leggerle solo così, scritte su un foglio, nessuna delle due pare esattamente De André. Non è nemmeno innovativo come riuscì a esserlo Contessa con Il sorprendente album d’esordio de I Cani, che è stato uno spartiacque perché ha dimostrato a tutti che idee, competenza, faccia da culo (magari coperta da una busta che fa mistero) e una cameretta, adesso possono anche bastare per fare un grande disco.

Allora come è stato possibile tutto ciò? Mentre mi trovavo in mezzo al casino di gente mi è sembrato evidente che quello a cui stavo assistendo non era solo un concerto, ma l'autentico coronamento di questo momento d'esaltazione dell’indie italiano. E qui va fatta una precisazione. Essere indie in Italia oggi significa essere sotto contratto con certe etichette (che si fatica ormai a definire “minori”) e frequentare un certo tipo di locali o festival (dal Roma Brucia al MI AMI). È questo che rende un artista automaticamente indie, non la musica che fa: Carl Brave x Franco 126 fanno rap, Motta e Giorgio hanno uno stile più cantautorale seppur con sonorità molto diverse e Gazzelle ha una vena più spiccatamente pop, eppure sono tutti indie. Se Francesca Michielin stesse sotto Bomba Dischi e venisse di conseguenza presentata in un certo modo sarebbe indie, non ci piove.

Ma non è proprio tutto oro quello che luccica. Il timore è quello di trovarsi di fronte allo stesso processo che negli anni Settanta ha devastato il cinema italiano dei decenni a venire. Sfruttando l’onda lunga del successo del mattatore di turno (Celentano su tutti) i produttori facevano film pensati esclusivamente per la TV che garantissero un immediato successo al botteghino. Nessun incentivo alle coproduzioni estere, nessuna apertura al mercato internazionale: la volontà era unicamente quella di spremere fino all'ultima goccia il fenomeno del momento per monetizzare il grande amore che gli italiani avevano per lui.

Oggi, ugualmente, sembra che le etichette abbiano capito che il fenomeno di massa del momento non è tanto l’artista in sé, ma il contenitore—l’indie, appunto. E le case discografiche, quelle che dominano questo mondo (Bomba, 42, Maciste, Garrincha, Tempesta e così via) e che non hanno mai visto così tanto successo (e soldi), cercano di cavalcare questa tendenza immettendo sul mercato nuovi artisti con cadenza pressoché settimanale. Qui la domanda potrebbe essere: e che c’è di male nello sfruttare il momento? Se un’etichetta fa uscire un disco di un esordiente e una settimana dopo fa sold out, non sta solo facendo—bene—il suo lavoro? Non necessariamente. Perché quello che forse sta mancando è la lungimiranza. Chi dice che l’indie italiano fa tutto schifo dice una stronzata, perché una base di artisti che ha contenuti in grado di catturare lo spirito del tempo di una generazione c’è, non meno di quanto ci fosse negli anni Sessanta o Settanta (l’ho sparata grossa, lo so).

È vero anche che, a questo gruppo di "illuminati", fa da contraltare un’estesa prateria di doppioni e imitazioni. Si è ormai perso il conto dei cloni di Calcutta, e sembra che quanto più i contenuti sono sterili, tanto più le etichette debbano ingegnarsi per pompare il prodotto. Qualche settimana fa, per esempio, s’era creata una certa curiosità a seguito di diverse foto che artisti come Brunori Sas, Ex-Otago e Lo Stato Sociale avevano postato sui social in cui tenevano in mano un cartello con scritto “La legge di Murphy è più forte di me”. Alcuni giorni dopo aver creato quest'hype, si è scoperto che era una mossa per pubblicizzare il singolo di un esordiente, Cimini, il cui titolo era appunto “La legge di Murphy” e che assomiglia a "Gaetano" di Calcutta in modo parossistico—ed è per questo anche piuttosto divertente. E così può capitare anche che Repubblica, che evidentemente non vuole perdere la possibilità di poter dire in futuro di aver scoperto in anticipo il fenomeno del momento (tanto se poi non succede, chi se lo ricorda) ha addirittura caricato sul proprio sito il video di un esordiente classe ’99, Dorso, nuovo prodotto della 42 Records.

Il rischio è che le etichette si stiano dando la zappa sui piedi, facendosi quest’abbuffata ora che il vento soffia in poppa e continuando a riempire il mercato di una gran quantità di nomi di dubbia qualità. Lo spettro della bolla pronta a esplodere c’è, anche se per evitare che questo accada la differenza potrebbe farla anche il pubblico, cominciando ad applicare un atteggiamento più critico senza sorbire quello che passano le etichette. Per riconoscere il bello dal brutto, basterebbe parafrasare l’incipit di Anna Karenina, un romanzo non proprio indie: tutto l’indie brutto si somiglia, ogni indie buono è buono a modo suo.

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