Tutte le fotografie compaiono per gentile concessione di Ghemon.

La rivincita dei buoni, dieci anni dopo

Abbiamo parlato con Ghemon del suo primo album e di come, nelle sue parole, "non è stato del tutto capito".

|
01 agosto 2017, 8:29am

Tutte le fotografie compaiono per gentile concessione di Ghemon.

Nel 2007 Gianluca, detto Ghemon, studiava giurisprudenza a Roma e si pagava le bollette facendo lavoretti qua e là. Quell'anno uscirono il suo primo mixtape e il suo primo album: si chiamavano Qualcosa cambierà e La rivincita dei buoni. Mentre il Chicoria, Duke Montana, Jake, Guè e compagnia bella comparivano nei porno a tema "cocaina e poliziotti corrotti" facendo la storia—e confermavano la narrazione predominante del rap come luogo di racconti di strada—lui rappava di tipe che non gli rispondevano al telefono, di quanto Roma fosse grande e complessa e affascinante, di quanto potesse essere umiliante e deleterio l'egoismo nelle relazioni, dei pregiudizi nei confronti di ogni amore non eterosessuale. E lo faceva non su produzioni da G-Unit ma su beat che cucivano assieme straccetti soul e R&B. Insomma, faceva la persona buona e non aveva paura di dirlo chiaramente nel titolo e nell'artwork del suo disco.

Oggi Ghemon e Unlimited Struggle—che nel 2007 fece uscire il suo primo lavoro collettivo, Struggle Music—rappresentano una garanzia di pensiero indipendente. Ma ci sono voluti anni per arrivarci, e per capire come è stato farsi tutto il percorso dalle prese per il culo ("Ha un maglione coi panda viola? FROCIO!") al rispetto, dalla sfiducia alle pacche sulle spalle, dalle prese male alla consapevolezza del potere dell'auto-teraptia, ho parlato direttamente con Ghemon, un pomeriggio, nello studio di Macro Beats a Milano.

ghemon live deda speaker cenzou shocca mecna
In senso orario, da in alto a sx: Una foto dal mastering del disco a Treviso con Shocca, Ghemon e Frank Siciliano; Kiave, Ghemon e Clementino; Deda, Speaker Cenzou e Ghemon; Un live di Ghemon con Mecna in prima fila.

Noisey: A che punto della tua vita eri quando uscì La rivincita dei buoni? Quando avevi cominciato a lavorarci?
Ghemon: Era un disco che preparavo da un sacco di tempo. Ho cominciato a rappare nel 1995, il primo demo in cassettina è arrivato nel 2000, e poi nel 2006 ho fatto il mio primo EP. Era un periodo di transizione tra un'era pre-internet e quello che sarebbe successo dopo, e avevo messo un quantitativo mostruoso di tracce da parte. A volte non avevo nemmeno tempo di andare in studio, le registravo dove capitava. Poi a febbraio di quell'anno, il 2007, uscì il mixtape Qualcosa cambierà, che riassumeva qualche pezzo edito ma poco conosciuto e undici, dodici inediti. E qualche mese dopo La rivincita dei buoni, il che significa circa una trentina di pezzi in un anno, tantissima roba. Soprattutto per i mezzi che avevo in quel periodo.

Che cosa facevi nella vita, in quel periodo?
Ero verso la fine dell'università, ho fatto prima il cameriere e poi il commesso alla SNAI . Dopo, anche il portiere d'albergo. La SNAI era un contesto aberrante, le persone ludopatiche sono molto difficili da guardare, soprattutto quelli appassionati ai cavalli. La paga era uno schifo. Non c'era nessuno stimolo, se poteva qualche cliente ti fregava. Però sapevo che era una cosa temporanea, perché in fondo le mie serate le facevo. In quel periodo dovevi proporti per andare a suonare e strappare un microfono, ma per me non è mai stato un grosso problema. C'era una grande voglia di ribalta da parte mia, di essere una voce in capitolo che faceva delle cose diverse. Quello che veniva transitoriamente da prima - Colle, Kaos, prendiamo questi due esempi - continuava su una determinata linea artistica, e già aveva un nome. Quello che usciva in quel periodo e iniziava ad andare per la maggiore, vedi i Dogo..

Quell'anno è uscito Vile denaro, e Fibra stava iniziando a sfondare.
Esatto. Non si può dire nulla se non che era pure tardi perché cose prettamente rap con un contenuto di un certo tipo arrivassero anche in Italia. Io però volevo fare il mio, che non c'entrava assolutamente niente con il loro.

Nell'album c'era, mi sembra, molta voglia di porti in opposizione a paradigmi in cui non ti rivedevi. Tipo guarda "Su e giù", parlavi di ostentazione, ignoranza politica, della ricerca della fama, della "legge del gregge che ti era estranea".
All'epoca la mia vita era la musica, ma era contenuta all'interno di un ambiente che mi aveva cresciuto e protetto come una piccola serra, cioè quello dell'hip hop italiano. Era come se dovessi mettere in chiaro una serie di cose attraverso i pezzi. Essendo il primo disco, doveva essere un po' una dichiarazione d'intenti. Non so se oggi condivido questa cosa, perché col tempo ho capito fare questo genere di dichiarazioni che fa parte del rap, ma se sei diverso dagli altri è meglio farlo e non dirlo. Poi la gente se ne accorge.

Questo a livello tematico. A livello musicale e di ascolti, invece?
Le cose a cui mi ero avvicinato, soprattutto verso l'ultimo anno della scuola e i primi dell'università, erano tutte parte di questo mondo americano in cui si mescolavano hip-hop, soul, r&B. Le persone che mi circondavano ascoltavano rap e basta, e quindi non potevo condividere nulla di ciò che ascoltavo. Per informarmi avevo dei siti di riferimento americani, ma a quei tempi non avevo internet in casa. Da geograficamente svantaggiato, andai a vivere a Roma per l'università: eravamo in una casa di studenti e a quei tempi non c'erano ancora fibre ottiche e ADSL a buon mercato come oggi. C'era però questo Internet Café in Piazza Barberini, aperto 24 ore su 24, la notte credo andasse a tipo un euro all'ora. Io e il mio coinquilino prendevamo l'autobus la sera e ce ne andavamo lì, e restavamo anche fino alle quattro. Solo che non c'era un sito istituzionale di rap italiano. Quindi potevo percepire qualche news, ma niente di più. Di Mr. Simpatia sentii solo alcuni pezzi. Mi Fist, non sapevo assolutamente cosa fosse. Ma non per snobismo, perché non sapevo della loro esistenza o non potevo fisicamente ascoltarli. Lo stesso vale per 60 Hz, non l'ho ascoltato per intero fino a tre o quattro anni dopo. Ma questo mi ha permesso di appassionarmi seriamente alla black music: gli Slum Village, Common, Talib Kweli, Reflection Eternal, i Roots, Mos Def e la Badu.

ghemon rivincita dei buoni foto promo
A sx, un'esibizione live; a dx, una foto promozionale dell'epoca.

Da La rivincita dei buoni venne fuori una delle tue cifre stilistiche, cioè il presentarti in tutte le tue debolezze. E il mettersi in mostra è una grande tendenza del rap contemporaneo più progressista: allora tu scrivevi "Chiamami" e andavi in paranoia, oggi Tyler, the Creator si dichiara con una canzone travestita da messaggio lasciato in segreteria. In che modo questo approccio ti ha aiutato a conoscere meglio te stesso?
Parlare di debolezze mi ha aiutato a definire il mio personaggio, mi ha fatto capire c'era qualcuno che lo ascoltava e si sentiva rappresentato. Se sei al tuo primo disco puoi anche essere bravo tecnicamente, ma quello che fai è principalmente per te stesso. Era un processare le cose che mi capitavano, un po' di terapia.

Come ti rendevi conto delle reazioni di chi ti ascoltava? Immagino principalmente dal vivo.
Iniziavano i primi feedback su Internet, perché quello era il periodo di Myspace, e c'erano forum su cui passavano un po' tutti quanti. Mi ero particolarmente innervosito che le recensioni dopo il tape erano, "Bé, se il tape è così bello il disco non potrà mai essere così bello!" Cazzo dite? [ride] Credevo tantissimo nell'idea di avere un album che fosse un album ma non solo un'accozzaglia di pezzi.

Tornando al discorso rap progressista: perché in Italia non è successo ancora questo? Perché, per esempio, Jay Z ormai può fare un album in cui parla dei suoi errori e tutti si prendono da Dio invece di storcere il naso?
Perché da parte degli artisti, e soprattutto di quelli nuovi, c'è una visione ancora un po' immatura sul potenziale di una cosa del genere. I ragazzi si identificano così tanto con te che un determinato messaggio non solo gli arriva, ma gli arriva ancora di più del parlargli di come sei vestito. "Lui ha avuto la forza di parlare di cose che mi capitano ma di cui io non riesco a parlare, e perciò lo ascolto". La cosa di Jay è ancora più strana, perché si tratta di un uomo adulto...

...che può iniziare a parlare di sé in una maniera differente. Ed è ok.
Però, detto fuori dai denti, una larga parte di quello che sento è ancora tarata su qualcuno che deve mettere i puntini sulle i per dire che il resto fa schifo e il suo è meglio. E i ragazzini più giovani devono dire che non gliene frega un cazzo. Quindi coscienza di sé, nei pezzi del rap italiano, molto poca. Per questo non arriva ancora, ma arriverà.

Lo scriviamo, al cento per cento: arriverà.
Arriverà, e dico pure perché. Prima che uscisse Orchidee, i giornalisti mi facevano la solita domanda su quando si sarebbe sgonfiato il rap italiano, che è un po' lo sport nazionale dei giornalisti musicali. E io dicevo non solo non si sgonfia, ma cresce perché arriveranno le terze generazioni, i figli dei figli o i figli degli immigrati. La cosa sarà un melting pot e crescerà. Ero l'unico che lo diceva. Mi guardavano come per dire, "Vabbè, sei molto innamorato di questa cosa, povero illuso". Chiedete a Ghali e a Laioung loro cosa fanno di lavoro e poi ditemi se avevo ragione, per dirne due a caso. Potrei citarne altri.


Altro su Noisey:


In "L'amore", poi, parlavi tranquillamente di omosessualità. E anche qua, oggi, chi ne parla in Italia? Pochi o nessuno.
Negli Stati Uniti c'è un processo di accettazione e normalizzazione di identità sessuale, identità di genere, salute mentale, molto importante, che passa anche attraverso gli artisti. Qualche mese fa c'è stato il World Mental Health Day, twittava Lady Gaga, e magari l'unico che ha fatto un tweet o un retweet sulla cosa sono stato io. Mi sembra che gli altri, che sono liberi di fare ciò che vogliono, restino nel loro microcosmo. Sono cantanti per i loro fan, non si sono accorti che esiste il resto del mondo. Se ne accorgeranno, perché a un certo punto gli argomenti finiscono, e devi scavarti un pochettino dentro.

E anche non avere paura di esporti.
Io ti devo dimostrare che sono invincibile, ma questo è alla base del concetto di rap. Si tratta di prendere coscienza di momenti in cui non ti senti niente.

Quando uscì il disco come venne percepito? C'è poi tutta quella storia della copertina, così diversa dalla norma che tirò su un bel po' di controversie.
Il disco venne percepito bene. Poteva andare meglio a livello commerciale, ma io avevo solo pretese artistiche. Partiamo dalla copertina...

In passato hai detto che ti era rimasta dentro un'opinione che Moddi ti aveva dato a riguardo.
Posso dirti che Moddi è una delle persone più intelligenti che ho conosciuto nell'hip-hop italiano, e non parlo di cultura ma di sensibilità. Non gli devi spiegare troppe cose, ha sia una saggezza più da persona cresciuta in un quartiere popolare che una finezza di cervello che trovi in poche persone. Eravamo al Leoncavallo ed era una sera dove c'erano Moddi, DJ Trix e Kaos, io e Tsura, Inoki e Schizo. Gli avevo dato il disco, e lui mi disse, "Guarda che io ho capito. Ci vogliono due palle così per fare una copertina così in un periodo in cui il rap italiano è questo". Io ero stato scientifico: era una decisione volontaria di rottura. Basta ascoltare i miei pezzi per capire che parlo di donne e del mio rapporto con loro, perciò non avendo avuto dubbi di identità sessuale— dubbi, perché non sono problemi—mettermi un maglioncino lilla per me era una cosa cool. Tre anni dopo Dipset e Cam'ron si potevano vestire di rosa, io invece no. Io sono frocio, lui no perché è nero e viene dal Bronx. Le persone che hanno apprezzato la cosa l'hanno apprezzata punto e basta. Gli altri si sono fatti scoraggiare, e stop.

Torniamo al discorso sul modo in cui l'album venne percepito. Non andò tutto liscio, immagino.
Per tantissimo ho fatto live in cui vedevo le persone così [Ghemon resta qualche secondo immobile, con lo sguardo perso nel nulla]. Mi chiedevo se quello che facevo funzionava o meno, e ho vissuto anni di paranoia. Oggi so per certo che le cose che dicevo e quelle che avevo ascoltato e mi avevano ispirato a livello sonoro erano cose a cui non era abituato nessuno. C'erano punti di poca maturità artistica, ma credo che ci sia un valore nel mio voler rompere determinate cose e fare una cosa per primo. Mi avrebbe fatto comodo che qualcuno mi avesse aperto la strada, il fatto che nessuno capiva i miei riferimenti mi faceva disperare! Ma per me quel suono era abitudine da quando misi Fantastic, Vol 2 degli Slum Village sul piatto nel 2000.

Quando hai notato una svolta nel modo in cui ciò che dicevi veniva percepito?
Quando è uscito il video di "Fantasmi Pt. 2". Eppure quel pezzo è un po' un canto del cigno, ci sono arrivati per il rotto della cuffia. Avevo anche scritto che avrei smesso di rappare.

In "La rivincita dei buoni" rappavi "Non sono un tipo che può fare un lavoro in ufficio / E dopo tanto tempo anche mio padre l'ha capito". Quando è successo? E come?
Quella rima era più una speranza che altro, ha! Per mio padre la musica era un hobby e avrei dovuto concentrarmi sull'università. L'idea era, "Se questa è la tua scelta, cercati una casa". Ho passato mesi di smarrimento totale. Ne uscii facendo tre serate, e devo ringraziare le persone che all'epoca mi avevano aiutato. Asher Kuno, Jack the Smoker e Mace che mi lasciarono prendere il microfono una sera che ero stato da loro; Giuann Shadai a Udine, che mi diede venti minuti anche se non avevo fuori nulla; Soul David e suo fratello a Genova, che mi rimborsarono il treno anche se avevo suonato davanti a una pista di gente che era lì per ballare. Forse mio padre voleva testare quanto fossi serio. Però ha testato il ragazzo sbagliato, dato che ero molto serio, ha!

ghemon rivincita dei buoni foto promo copertina
In senso orario, da in alto a sx: Una foto promozionale dell'epoca; Una foto dell'epoca scattata a Treviso; Ghemon e Mayer Hawthorne; La foto di copertina originale.

In "Avrei bisogno di un divano" compariva un rapper olandese, Pete Philly. Come lo hai conosciuto?
La cosa parte da Sumo, uno dei primi writer romani, il ragazzo che ha prodotto "La politica del tempo". Lo avevo conosciuto sul forum dei Little Brother, il cui produttore era 9th Wonder, e avevo scoperto poco dopo che viveva a dieci minuti di macchina da casa mia. Però ci eravamo conosciuti su un forum della North Carolina su cui scrivevo per parlare con persone che ascoltassero la mia stessa roba, assurdo. Ecco, anche Pete Philly scriveva lì sopra. Mi capitò di vedere un suo video su MTV, lo avevo trovato figo, gli avevo scritto, ha capito che non ero un matto, è venuto in vacanza a casa mia con la sua fidanzata di allora, è nata un'amicizia. Il pezzo è prodotto da Marco Polo, che stava in Canada—ai tempi avevo sentito una sua compilation di strumentali e il suo disco con Pumpkinhead, gli avevo scritto una mail e lui è stato felicissimo di fare qualcosa con qualcuno in Italia. Non ci siamo conosciuti di persona fino a due, tre anni dopo quando venne a Torino a suonare. A questo punto parliamo anche di 20Syl, il produttore francese che fece "Una vita nel giorno di Ghemon". È molto molto bravo, in quel momento il suo gruppo, gli Hocus Pocus, aveva fatto disco d'oro. A me interessava un sacco questa dimensione internazionale della cosa. Volevo persone con la mia stessa attitudine, dalle mie stesse influenze musicali, e che all'estero si sapesse che c'era anche questo in Italia.

Le uniche citazioni esplicite al rap italiano del passato sono a Neffa. In "Penso a te" dicevi, "La tele resta spenta e non la guardo", e "Ora che il fuoco è bruciato è quasi cenere". In "Una vita nel giorno di Ghemon" dicevi "Io cerco il sole".
Quando ho iniziato a dipingere, poco prima che iniziassi a rappare, sono stato toccato dall'influenza di Alessandro, mio compagno e capo di crew. La sua attitudine all'epoca faceva ridere ma era molto intelligente: secondo lui, dato che c'erano scuole di writing e forse anche di rap più avanzate, noi dovevamo essere a tutti i costi essere originali e non copiare niente. Il che veniva incontro a una mia esigenza di essere in qualche modo unico. Ho sempre ascoltato rap italiano, mi ci sono anche appassionato—non che non ho mai sentito il disco degli Uomini di mare, se lo mettiamo probabilmente mi ricordo delle rime. Come non posso dire che non mi piacesse l'attitudine dei Sottotono, o che non fossi un supporter di Speaker Cenzou. Ma questa cosa non è mai andata nella fandom-barra-emulazione. L'unica cosa che mi faceva pensare "Questi sono troppo bravi e devo imparare a essere bravo quanto loro" erano Neffa e Deda. Erano al livello delle cose americane che stavo ascoltando, per me.

Dato che hai parlato dell'album di debutto come statement, anche l'"Outro" dell'album è stata scritta in questo senso?
Certo, e mi collego a quello che stavamo dicendo. Neffa, in quel momento, stava andando verso la transizione come cantante. A me sembrava una cosa fighissima, mentre i tre quarti dei restanti erano indignati. Sono curioso e avevo iniziato ad appassionarmi presto alle cose che il rap campionava—c'è una foto di me col primo disco di J Dilla e Voodoo di D'Angelo in gita alle superiori—e quindi sapevo che il mio sogno era avere una transizione simile, ed è quello che poi in fondo è successo. L'Outro parte da un ragionamento simile. Anni prima avevo comprato un disco di Saul Williams, uno slam poet. Avevo visto il suo film, ero stato a un paio di serate slam a Roma, e in fondo essendo poesia recitata per me è praticamente rap. Quell'Outro l'ho scritto seduto in campeggio, in una vacanza in cui c'era anche Mecna. Era un azzardo.

Ti ho chiesto tutto quello che ti volevo chiedere. Abbiamo dato un'immagine sensata de La rivincita dei buoni? O non abbiamo toccato dei punti su cui invece vuoi dire qualcosa?
Non abbiamo parlato della persona fondamentale per questo disco, Fid Mella, che mi ha praticamente portato in braccio a Shocca dicendomi, "Guarda, conosco questo ragazzo di Vienna che è molto bravo a produrre". E io, "Dai, mandami qualche beat—il disco è chiuso, però se vuoi mandami qualcosa". E Fid ha finito per avere più beat di tutti sulla Rivincita e per diventare l'house producer di tutte le cose che sono venute dopo. Però ci sono due cose importanti che voglio dire su questo disco, a conti fatti. Punto primo: all'epoca, a parte per amici come Kiave e Mecna, che mi erano di grande supporto, ero particolarmente indigesto. Questo mio essere educato e gentile poi ha anche a che fare con una parte ambiziosa, cosciente rispetto a quello che faccio. Si scambia facilmente l'ambizione per presunzione, ma chi mi conosce capisce che è amore nei confronti di ciò che faccio e voglia di arrivarci lavorando. All'epoca c'era una frase che mi faceva essere impopolare: quando mi si chiedeva che genere di disco avrei voluto fare io dicevo, "Voglio fare il miglior disco rap italiano di sempre". Sembrava una frase presuntuosa e immorale. Oggi difendo quella volontà, perché era piena di passione. Volevo fare una cosa bella, perché avrei dovuto essere modesto nei confronti dei miei obbiettivi? Che avrei dovuto fare, come i calciatori? "Noi puntiamo alla salvezza, poi si vedrà durante la stagione". No. Vuoi sparare in faccia a uno, alza il fucile se non sei esperto perché sennò ti spari nei piedi. Lo facevo per il bello, non per quello che mi avrebbe dato il bello. Non per quello che sarei diventato.

Punto secondo: sono sicuro che un sacco di scelte di quel disco non siano state capite, o comunque non sono state capite in tempo. La linea sull'omosessualità mi ricordo benissimo, anche se è di dieci anni fa, dov'è, in che pezzo e perché è lì. Sono cose un po' passate in prescrizione, perché sono cose di cui non si parla di solito, non erano gli stilemi, non c'era un superomismo particolare. Un sacco di quelle cose, come i ritornelli di Hyst e Al Castellana, le collaborazioni europee... quando una cosa non viene capita del tutto o per niente, io sono uno di quelli che dice, "Dove ho sbagliato"? Non "Il paese non è pronto". Però ricordo che Alioscia mi parlava di CRX dei Casino Royale, che è uscito nel 1997, e di un discografico che gli aveva detto, "Questo è il disco più figo del 2005". Avendo fatto per primo determinate cose, forse non ne so neanche misurare oggi l'impatto. Non dico che fosse avanti, per me era in pari con altre cose che succedevano in Europa e in America. Però in Italia era la prima volta che si faceva, e secondo me non è stato così tanto premiato. Non voglio che venga fuori un discorso brontolone, ma è il dazio che uno paga quando fa le cose per primo. Ha messo una bandierina bella forte per me, per quello che è venuto dopo. E sono contento.

Elia è su Instagram.

Segui Noisey su Instagram e Facebook.