Recensione: Luca Carboni - Sputnik

Luca Carboni avrebbe fatto meglio a evitare gli autori più giovani e a fidarsi della propria poetica, che rimane profonda, matura e imbattibile.

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giu 14 2018, 2:57pm

Premetto che simpatizzo da sempre per Luca Carboni perché, oltre ad aver scritto delle grandi pagine della nostra musica, è uno dei pochi che è riuscito a superare gli anni Ottanta senza crolli di popolarità e senza rifugiarsi nella nostalgia, tenendo invece gli occhi ben aperti sul contemporaneo, anche a costo di rifarsi la plastica facciale. Ecco, in questo suo ultimo lavoro quello che potrebbe essere un pregio è invece un difetto.

Di per sé il concept potrebbe essere interessante: fare tutto senza chitarre, usare solo synth, anche quelle che apparentemente si sentono in lontananza sono sintetiche. Nelle intenzioni dell'autore dovrebbe essere una cosa che prosegue sulla scia della new wave da cui è musicalmente nato. Ma, in un’era in cui la Gibson fallisce e la chitarra rock è praticamente assente in buona parte delle produzioni pop, non vediamo proprio cosa ci sia di innovativo o di dirompente in questa ideuzza. Ed è quello che vorrebbe essere il singolo “Una grande festa”, una canzone pop dirompente che parla di sofferenza ingiustizia, protesta, rabbia in un contesto pop di plastica… sì, ok, in effetti si sente il tentativo di scuotere un po’ l’ascoltatore medio oramai inebetito di cazzate, però la paraculata del “fare la festa al mare” per reazione a tutto questo dimostra che l’ambiguità dei tempi che viviamo purtroppo non riesce a scrollarsela di dosso neanche lui che ne avrebbe gli strumenti (e infatti il singolo è diventato subito un successo).

Ok, la festa al mare è praticamente una parziale resa al sistema, anche se travestita da nichilismo esistenzialista, ma il disco prosegue cercando di parlare invece di quello che Carboni conosce bene, cioè la fragilità umana, i sentimenti ma anche e soprattutto un mondo sempre più disumanizzato e ferocemente ignorante della propria condizione di insetto nel cosmo (la metafora dello Sputnik). A parte "Amore digitale", che sembra incredibilmente affine ad alcune uscite PC music e che, anche qui sul filo dell’ambiguità, mette sul piatto i pro e i contro di una situazione destinata comunque ad essere totalizzante e totalitaria, il resto del disco suona incredibilmente tutto uguale e lo sbadiglio cresce di pezzo in pezzo. Poi però arriva il finale con la title track, "Sputnik" appunto, e improvvisamente in questa nenia stuporosa, dai testi delicati e profondi, quasi una ninna nanna, troviamo il guizzo che fa la differenza, la commozione. Scruto fra gli autori (perché questo disco ha una caterva di autori, tra i quali anche Calcutta e Alessandro Raina, ex Giardini di Mirò) e noto che è… solo opera di Luca Carboni.

Ecco, forse Luca dovrebbe smetterla di appoggiarsi a duecento altri autori ingaggiati per “svecchiarlo” e contare solo su se stesso, senza regole e senza scadenze da supermercato. Perché la sua poetica rimane imbattibile: d’altronde anche uno Sputnik, se lasciato partire, può competere con i missili di nuova generazione. Per ora è, ahimè, ancora fermo sulla pista di lancio.

Sputnik è uscito l'8 giugno per Sony.

Ascolta Sputnik su Spotify:

TRACKLIST:
1. Una grande festa
2. 2
3. Amore digitale
4. Io non voglio
5. Ogni cosa che tu guardi
6. I film d’amore
7. L’alba
8. Prima di partire
9. Sputnik

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