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Young Signorino, illustrato da Pietro Amoruoso.

Perché è così facile odiare Young Signorino?

DiSergio Saviniillustrazioni diPietro Amoruoso

L'odio urlato online contro il Signorino dovrebbe farci riflettere sul rapporto tra noi italiani e salute mentale, diversità e libera espressione.

Young Signorino, illustrato da Pietro Amoruoso.

Il 13 maggio del 1978 Giovanni Leone, allora Presidente della Repubblica, firmò la legge 180 che prescriveva la chiusura dei manicomi in Italia, il frutto maturo della grande stagione di sperimentazione antipsichiatrica inaugurata da Basaglia e dal suo gruppo. L’eco dell’ipotesi basagliana fece il giro del mondo e tantissimi teorici e intellettuali “scettici”, per non dire indignati, verso l’apparato manicomiale presero ad esempio l’avventura dello psichiatra veneto per disegnare nuove e fino a quel momento irrealizzabili forme dell’apparato di cura psichiatrico.

Paolo Caputo, in arte Young Signorino, è un rapper italiano, ha 20 anni e viene da Cesena. Afferma di aver passato vari ricoveri in ospedale per via di problemi di salute mentale ed è proprio in seguito a uno di questi che avrebbe assunto l’alias Young Signorino. La bolla dei social è gradualmente diventata ipersensibile all'ascesa di Signorino: chi la saluta come segno dei tempi (e quindi come il male minore) e chi la individua come preoccupante sintomo di una gioventù alla deriva. È un caso che ha toccato chiunque avesse un minimo di curiosità per questo genere di fenomeni.

Ma in questa sede non ci importa di verificare ciò che Paolo Caputo dice del suo personaggio, ma prendere a pretesto il fenomeno per illuminare alcuni atteggiamenti che persistono in Italia nei confronti di temi quali la malattia mentale o l’handicap. Mentre la legge Basaglia festeggia i suoi 40 anni, pare ancora difficile, nel 2018, parlare in maniera adeguata di salute mentale.

Chiamasi abilismo “la discriminazione nei confronti di persone diversamente abili e, più in generale, il presupporre che tutte le persone abbiano un corpo (e una mente) abile” (Wikipedia).

L’abilismo, lungi dall’essere un atteggiamento difeso dal paese reale, permane però in tutti quei contesti comunicativi che involontariamente tendono ad emarginare e ritagliare delle minoranze all’interno della società. Nessuno oggi sarebbe disposto ad affermare consapevolmente che la dignità di alcuni individui valga meno di quella di altri per via di un deficit mentale o fisico, tuttavia, nell'universo parallelo dei social network e nel privato, ancora si conserva una leggerezza tremenda nello svilire nevrosi, ansia e depressione.

Nel periodo storico in cui si consumano più psicofarmaci che in qualsiasi altro, il disagio mentale, quando non già la malattia, subiscono un quotidiano effetto di miniaturizzazione: vengono ridicolizzate e costantemente spogliate della loro gravità. Parallelamente il discorso contemporaneo persiste nello stigmatizzare il disagio psichico cieco alla possibilità che questo non sia che il prodotto di un sistema socio-economico che non funziona più, almeno per qualcuno.

L’atteggiamento abilista dell’utente medio dei social viene innescato proprio dalla particolare immagine “malata” che Paolo Caputo ha costruito attorno al suo personaggio. Essa ha di certo attratto un pubblico di giovanissimi incuriositi dalla stravaganza del personaggio, ma ha altresì mostrato il fianco a ogni genere di sfottò a sfondo psichiatrico.

L’aggressività e l’odio che Young Signorino genera in maniera trasversale fra gli utenti dei social è preoccupante. Eppure l’altissima densità di un certo di tipo di commenti, assolutamente scorretti, non illustra tanto l’odio che Young Signorino attira su di sé, quanto l’odio e il disprezzo che ancora una certa parte di Italia prova per i soggetti più deboli ed emarginati di questa società, odio di cui Young Signorino è un semplice catalizzatore.

Commenti quali: ritardato, malato, pazzo, schizzato non fanno che etichettare coloro che ne sono oggetto costruendo la sensazione forte che le minoranze in questa società dovranno necessariamente essere individuate e marginalizzate. In un paese che ha conosciuto, prima di molti altri, la chiusura degli ospedali psichiatrici viene da chiedersi come sia possibile che i meccanismi di emarginazione e selezione sociale possano resistere e rivivere nel linguaggio dei social.

Se ha ancora un valore analizzare un fenomeno già completamente nel fuoco della critica come Young Signorino, è perché questo ci può parlare di un malessere odierno sentito da molti e dell’insensibilità che ancora si esibisce nel trattare certe tematiche. Se l’emo mainstream ci ha convinti a parlare di malattia mentale, perchè non Young Signorino?

Dato che nel caso di Young Signorino è la “bruttezza” delle canzoni che sembra legittimare la violenza verbale che gli si riserva, mi sembra il caso di ricordare quanto e come la sensibilità estetica del Novecento sia stata plasmata da individui definiti indistintamente schizofrenici, alienati, dementi e quanto la categoria del “bello” sia stata formata in base alla sensibilità di individui considerati folli. Pensiamo a cosa sarebbe oggi il mondo se non avessimo avuto i girasoli di Van Gogh o le nature morte di Caravaggio, tutti artisti che hanno dovuto lottare contro particolari forme di disagio psichico.

Durante il Novecento l’arte dei folli, degli outsider, degli emarginati, è riuscita a illuminare coordinate dell’umano che restano, per questioni di salvaguardia, celate agli individui sani, ma non solo: ha saputo anche cogliere i segni di avanguardie artistiche che si sarebbero di lì a poco espresse. L’artista folle riuscirebbe, secondo questo discorso, a rendersi catalizzatore delle forme stilistiche a venire, anticiparle e superarle, tanto da non essere spesso compreso in vita.

La particolare forma espressiva di Young Signorino (e di una certa parte dell’avanguardia trap) trasmette la sensazione di una parola in decomposizione e potrebbe essere salutata come l’inizio di un nuovo periodo di consapevolezza e scetticismo verso gli automatismi di una comunicazione che rivela essere fatta per selezionare, dividere e categorizzare gli individui (il tipo di selezione che interviene nelle offese abiliste).

D’altronde se le fake news ci hanno insegnato qualcosa è a guardare con sospetto ogni forma di comunicazione che si consideri neutrale, oggettiva, imparziale. La generazione millennial è una generazione che ha dovuto abituarsi presto alla fallacia di una parola che ha perso, nell’era di internet, parte della sua autorità. Se anche Drefgold, un artista piuttosto integrato nel sistema estetico della trap, riesce a dire “se ascolti la mia merda dici fanculo al messaggio” mi pare se non già giusto almeno convincente dire che esiste una generazione di artisti che riflette sull’uso strumentale della parola.

Il problema di un certo modo di considerare il disagio psichico e l’adeguatezza sociale passa anche e soprattutto attraverso il linguaggio, ad esempio nelle domande retoriche che riempiono il nostro contemporaneo. Esso vive nel pour parler vuoto e nelle frasi fatte. Ogni volta che ci viene chiesto “come stai?” non siamo davanti a un dialogo utile a informare circa il nostro effettivo sentire; non è una manifestazione di cura o affetto e non prende in esame il nostro reale stato d’animo o psichico. Il linguaggio è pieno di prove di adeguatezza che i membri della società ci invitano a superare alimentando così il senso di competizione integrato nel meccanismo sociale e meritocratico. Una certa parte della scena trap sembra averlo capito, e questa consapevolezza si riflette nella loro musica.

Questa discriminante traccia anche una differenza netta fra hip hop e trap. La funzione fondamentale dell’hip hop era, sì, quella di riscrivere alcuni rapporti di potere linguistico, ma nell’esibizione di un senso del gruppo, della gang, della posse, del clan. L’argot esibito era funzionale a creare un ingroup e un outgroup: un gruppo a cui quel linguaggio diceva qualcosa e un outgroup che ne era escluso, individuando così un noi e un loro, quindi di fatto saldando l’identità di gruppo (noi) a un nemico comune (loro).

A fronte di ciò vediamo invece che la solitudine di Young Signorino è maestosa. Young Signorino non agisce, non si muove, non comunica a un gruppo di riferimento: le sue parole sono a malapena udibili mentre il senso letteralmente corre via. In un periodo in cui fare network è il primo comandamento e nel quale i trapper sgomitano per accaparrarsi questo o quel featuring, Young Signorino fa musica per capirsi e parlare a nessun’altro se non a se stesso. Fare musica per lui è una cosa necessaria e non è importante se ad alcuni le sue canzoni non arrivano o appaiono incomprensibili: all’inizio nessuna grande opera d’arte lo è.

Sergio è su Instagram.

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