Gli Stregoni sono la band più numerosa del mondo

Guarda il video di una giornata con il gruppo che dà voce ai migranti e ai profughi.

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mag 5 2017, 2:16pm

Il video che vedete qua sopra è la prima testimonianza video di una vera giornata da Stregoni. Il progetto, nato da un'idea del gospel-punk-beatboxer trentino Johnny Mox e del chitarrista afrobeat-freak-psych marchigiano Marco Bernacchia aka Above the Tree, dal momento della sua nascita a fine 2015 a oggi, ha macinato migliaia di chilometri e ospitato più di mille musicisti.

Come ha fatto, potete scoprirlo semplicemente guardando il video qua sopra o leggendo l'intervista qua sotto, ma forse è meglio se vi do un po' di contesto. Il progetto Stregoni funziona così: i due arrivano in una città con un furgone carico di strumenti e si recano al centro di accoglienza migranti più vicino. Lì scaricano gli strumenti e si fanno prestare un cellulare da uno degli ospiti del centro, chiedendo di scegliere una canzone da far ascoltare a tutti; qualcosa di allegro, ritmato. Attaccato il cellulare a una loop station e premuto play, mandano in loop la base ritmica della canzone sopracitata, ed esortano tutti i presenti a prendere uno strumento e suonare, o cantare, o ballare. Se le persone non sanno suonare, danno loro alcuni consigli. Se fanno troppo casino, le contengono. Se si vergognano, insistono. Dopo qualche ora, la band è formata. La stessa operazione verrà ripetuta la sera stessa, davanti a un pubblico.

Non credo di dover stare a spiegare la forza e la bellezza di un'operazione di questo tipo e la sua importanza nel contesto politico in cui ci troviamo. Gli Stregoni sono stati ovunque, da Lampedusa a Parigi ad Amburgo a Malmö, e sono stati formati da musicisti improvvisati da ogni angolo del mondo (tranne quelli ricchi) e ogni sera hanno messo in scena il grande ballo dell'integrazione. Ogni tanto qualcuno va fuori tempo, a volte l'improvvisazione non prende il via, uno canta troppo forte o un altro va in crisi e non riesce a suonare, allora devono guardarsi e parlare e risolvere il problema insieme. Insomma, la metafora è molto chiara.

Ora, dopo un tour europeo e innumerevoli concerti, gli Stregoni sono pronti per la fase due: trasformarsi in una band totalmente senza formazione, quindi senza le due colonne Johnny Mox e Above the Tree, dando il via a una vera e propria invasione (ho detto invasione) mondiale di Stregoni.

Qua sopra potete vedere in esclusiva un breve documentario che racconta una delle date del tour, svoltasi in provincia di Macerata, che contiene le toccanti testimonianze dei ragazzi che hanno partecipato al concerto di quella sera. Di seguito, invece, potete leggere la nostra intervista con Johnny Mox, Above the Tree e il regista del video, Filippo Biagianti.

Gli Stregoni suonano il più spesso possibile: segui le loro attività su Facebook, organizza qualcosa nella tua città o valli a vedere alla prima occasione. Fidati.

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È passato un anno e mezzo dall'inizio di questo progetto. Come sta andando?
Johnny Mox: Molto bene direi. Abbiamo suonato con quasi 1300 persone provenienti da tutta l'Africa e tutta l'Asia, in situazioni molto diverse, in tutta Europa. Durante il tour abbiamo imparato molte cose, i nostri limiti e quelli dei ragazzi con cui abbiamo lavorato, ma anche le grandi opportunità che un progetto come questo può offrire. Infatti già da qualche mese abbiamo iniziato una seconda fase di Stregoni, il cui obiettivo è per noi quello di scomparire definitivamente dal progetto, lasciando ai ragazzi la possibilità di andare avanti da soli. L'idea è quella di creare una rete tra varie città italiane e, perché no, europee, ognuna con i suoi Stregoni, che utilizzano lo stesso metodo, la stessa integrazione tra musicisti e nuovi arrivi. Alla fine quello che succederà è che ci saranno più concerti nello stesso giorno in città diverse.

Above the Tree: Vogliamo semplicemente che al centro dell'attenzione venga messo il progetto, più che Johnny Mox o Above the Tree; che Stregoni possa vivere autonomamente nelle città senza che noi ne dobbiamo gestire ogni aspetto.

JM: Tutto il nostro lavoro è legato al progetto in sé. Non si tratta di una band tradizionale, non abbiamo mai avuto una formazione fissa in cui selezionavamo i più bravi migranti tra quelli che avevano partecipato e ce li portavamo dietro. L'idea è di interagire con più persone possibili, nel modo più naturale possibile. Questo seconda fase di Stregoni è in realtà il proseguimento naturale del progetto: non avrebbe senso per noi continuare solidificando un nucleo in particolare, il nostro interesse è di mantenere il tutto più fluido possibile. Alla fine noi ci limitiamo ad "apparecchiare la tavola" in modo che ci sia posto per tutti e tutti si trovino a proprio agio.

Avendo girato tutta l'Europa immagino che vi siate fatti un'idea abbastanza chiara delle proporzioni della crisi dei migranti e di come le istituzioni e la popolazione la stiano affrontando.
AtT: È difficile farsi un'idea chiara, precisa. La nostra esperienza è molto diretta, non abbiamo a che fare con i massimi sistemi ma con persone che incontriamo quasi per strada. Noi ci confrontiamo direttamente con le persone, non con le istituzioni o i programmi. Di conseguenza, ogni giorno la tua opinione o comprensione del fenomeno può cambiare totalmente. L'unica costante è che ogni persona è diversa.

JM: Dal punto di vista umano naturalmente ogni volta è un arricchimento ma anche una sfida, perché si conoscono persone che hanno tanto da offrire musicalmente e umanamente, ma anche persone che fatichiamo a capire, il che mi rende molto contento. Non capire le persone è stimolante, perché bisogna impegnarsi di più e lavorare insieme. È un po' il senso di tutto il progetto: non capirsi, provarci e venirsi incontro. Come abbiamo detto altre volte, i concerti non sono studiati perché funzionino–per noi è molto importante l'errore sul palco, il fatto di toppare qualcosa, di mostrare al pubblico la difficoltà, l'incomprensione, le cose che non funzionano. Persone che tentano di far stare in piedi la baracca.

Dall'altro punto di vista, il tema dell'immigrazione è temutissimo da tutta la politica in Europa. Nessuno guadagna voti con i migranti, quindi tutti hanno paura di questo tema. L'Italia ha appena promulgato una legge, la Minniti-Orlando, che dovrebbe essere riconosciuta come incostituzionale. Con questa legge l'Italia dimostra di starsi preparando a far fronte da sola a questa situazione, perché il resto d'Europa non ha interesse a occuparsi del problema.

Mi affascina molto questa idea di mettere in primo piano errori, incertezze e difficoltà nei vostri concerti. È un'ottima metafora per i problemi che s'incontrano e l'impegno che bisogna usare per arrivare all'integrazione, all'armonia, insomma, ad andare tutti a tempo.
AtT: Certo, la nostra idea è di mostrare un momento d'incontro vero, reale. Dare a tutti la possibilità di mettersi in gioco e di mostrare la propria personalità al pubblico. Partendo da questo presupposto, l'elemento caotico fa parte naturalmente del gioco. Non sappiamo mai dove andremo a finire una volta che partiamo, perché non conosciamo le persone con cui stiamo suonando. Il caos si trasforma in energia.

JM: Paradossalmente, il fatto che le cose non funzionino, le difficoltà, gli errori, finiscono per essere qualcosa di rivoluzionario. Viviamo in un'epoca in cui tutto può essere editato, si può mettere un filtro Instagram, tagliare, effettare… Rappresentare le cose che non funzionano ha una forza importantissima e serve per far capire anche alle persone con cui suoniamo che vanno bene come sono, perché ogni volta che c'è stato un problema, alla fine, a un certo punto è sempre arrivata la musica a travolgere tutto. Anche il fatto che il pubblico assista insieme a noi al lavoro, all'impegno, agli ostacoli, crea un'empatia che fa sì che quando le cose cominciano a girare l'euforia colga tutti.

Parlando di musica, che ruolo ha giocato la vostra curiosità verso il tipo di suono che avreste prodotto, quando avete dato vita al progetto? Che cosa avete trovato che magari non vi aspettavate?
AtT: Non è che avessimo chissà quali aspettative. Certo, io ai tempi mi stavo già occupando di musica dal mondo, ho condotto ricerche per diversi anni sulle musiche tradizionali di Africa e Asia… tutte nozioni che sono state spazzate via dalla realtà, in cui ho scoperto una contaminazione molto più ampia di quanto mi aspettassi. La contemporaneità è difficile da fotografare. Per dire, la musica nigeriana per come la consideravo io per i ragazzi nigeriani era roba da nonni. Poi, come ti dicevo, le cose cambiano da persona a persona. È difficile generalizzare. Di sicuro ogni mio preconcetto è stato smantellato.

Io vi ho vi ho visti soltanto con ragazzi che provenivano in gran parte dall'Africa occidentale, ma voi avete suonato con persone da tutto il mondo quindi immagino che abbiate affrontato una varietà di generi pazzesca.

JM: Questa cosa ci ha davvero aperto gli occhi. Il concetto di world music per noi era già una cosa assurda prima di cominciare, ma questo capita a chiunque allarghi un po' l'orizzonte dei suoi ascolti. Che senso ha raggruppare sotto lo stesso ombrello la musica del Mali e quella della Colombia? È questo che fanno i negozi di musica occidentali. Ovviamente non ha senso. Detto questo, abbiamo scoperto un sacco di musica zeppa di vocoder che ci ha fatto piuttosto schifo, ma non importa, non è questo il punto. Il nostro entusiasmo rimane lo stesso. Ci sono anche dei posti in cui la musica tradizionale è maggiormente radicata, per esempio ad Amsterdam abbiamo avuto la fortuna di suonare con un cantante tradizionale siriano, e anche nel Mali c'è moltissima contaminazione tra musica contemporanea e tradizionale.

Suonare con pachistani e afghani è una cosa molto diversa: tanto per cominciare i balli di gruppo vanno per la maggiore, e poi fare i loop con le tablas è un'operazione impossibile. [Ride] Usando il cellulare come base per mettere la musica, spesso mi è capitato di vedere che la canzone scelta era l'inno della nazionale di cricket, cose così. Piano piano ci siamo fatti un'idea: ad esempio in Senegal e Gambia gravitano di più verso sonorità caraibiche, il reggae per esempio; in Nigeria invece sono molto filo-statunitensi (pare che 50 Cent, Snoop Dogg e Dr. Dre abbiano suonato davanti a due milioni di persone a Lagos). Abbiamo scoperto tanta musica interessante di cui non sapevamo niente.

Tornando al progetto di diffondere gli Stregoni in ogni città lasciando totale autonomia ai migranti, che musica vi immaginate che venga fuori? Pensate che ci sarà contaminazione come succede sotto la vostra guida?

JM: Di certo sarà difficile veder formare una band di pachistani e nigeriani, ad esempio. I motivi sono molteplici, perlopiù extra-musicali: vivere in un centro migranti con altre centinaia di persone non è una passeggiata, quindi spesso si ricreano dei vincoli tribali molto stretti. Se noi italiani ci trovassimo nella stessa situazione, quelli di Trento starebbero con quelli di Trento. Noi abbiamo visto queste difficoltà: siamo sul palco con un gruppo di africani e, non appena arrivano alcuni pachistani, i primi smettono di suonare—non perché ci sia astio tra i due gruppi, è solo una cosa che succede naturalmente. Il nostro lavoro è sempre stato quello di rompere le scatole perché invece provino a lavorare tutti insieme, e quando ci riusciamo chiaramente è una bomba, e lo riconoscono tutti. Però sono dinamiche molto comprensibili.

Filippo, come ti è venuta l'idea di girare questo video?
Filippo Biagianti: L'idea è venuta dopo aver sentito parlare di Stregoni da uno degli organizzatori del festival Borgofuturo a Ripe San Ginesio (MC). Io ho girato vari documentari sul tema immigrazione, quindi sono rimasto subito incuriosito dal progetto. Mi sono presentato sul posto nel pomeriggio per seguire il workshop e il concerto seguente, mi sono fatto presentare i ragazzi e ho filmato in modo piuttosto spontaneo, seguendo lo svolgimento della giornata degli Stregoni. Devo dire che sono rimasto molto colpito da questo tentativo di dialogo in una forma così nobile, pura e paritaria, in cui tutti mettono il 100 percento. Tra l'altro tutto il materiale del video ha rischiato di andare perduto a causa di un problema con l'hard disk… per fortuna sono riuscito a recuperarlo. Quello che è venuto fuori è una sorta di racconto in presa diretta dell'esperienza.

Una cosa che ho da rimproverarti però è che mancano spezzoni del concerto vero e proprio.
FB: Purtroppo la qualità audio era troppo bassa per pubblicare le parti di concerto che ho filmato! È un peccato, ma non sarei riuscito a rendere giustizia alla loro energia live.

Alcune delle persone con cui avete suonato erano musicisti al loro paese, giusto?
AtT: Sì, è capitato. Per la maggior parte si trattava di suonatori di musica religiosa, qualche turnista, cose del genere. A Parma abbiamo conosciuto un bravissimo suonatore di kora, con cui siamo ancora in contatto.

JM: All'estero era più comune.

Ecco, e non vi è mai passato per la testa di formare una nuova band con queste persone?
AtT: Eccome! Ma la cosa bella del network di cui parlavamo è che poi sostanzialmente, mentre la nostra idea di partenza è di non avere un nucleo (lo schema è andare-conoscere-suonare), qua a Verona stanno cominciando a nascere delle band contaminate da stregoni grazie ai nostri amici dei C+C Maxigross. Come sul palco c'è un elemento caotico che caratterizza la nostra proposta, anche il futuro del network Stregoni è tutto da scoprire.

Ecco, questo punto è molto importante. Perché per quanto il vostro progetto sia ammirevole da mille punti di vista, ancora più bello sarebbe vedere una scena musicale italiana che non fosse composta quasi esclusivamente da musicisti figli di italiani, tutti con lo stesso background e le stesse storie. Non che non ci si stia lentamente muovendo in quella direzione, ma, soprattutto in certi generi, una vera diversità è ancora di là da venire.
JM: Questo, chiaramente, è l'auspicio. Ma il semplice passaggio dal suonare nei centri migranti al portare il progetto nei locali di musica dal vivo è stato importantissimo, perché questi ragazzi finalmente hanno l'occasione di mescolarsi naturalmente ai propri coetanei italiani (e viceversa). Se fossi il proprietario di un locale non vedrei l'ora di ospitare un evento di questo tipo, perché improvvisamente hai tutto un nuovo bacino di clienti. Certo, magari non hanno proprio tutti 'sti soldi per comprare tre o quattro birre, però se perseveri, ad esempio ospitando una serata del network Stregoni ogni mese, tra qualche anno il tuo locale sarà un punto di ritrovo per una vasta e varia clientela.

Quindi l'idea per il futuro è di fare sempre più iniziative contemporaneamente e creare varie "filiali" degli Stregoni in tutta l'Italia.
AtT: Certo, non è facile e ora siamo ancora all'inizio. Intanto ci siamo divisi in due, io me ne occupo a Verona e Johnny a Trento, ma vogliamo arrivare sempre più lontano.

JM: Vogliamo arrivare in tutto il mondo! Abbiamo molte idee, per adesso finiremo il documentario lungo che racconta tutto il nostro tour, nel frattempo cercheremo di coinvolgere vari gruppi di persone in varie città che abbiamo già toccato, insomma, la fase due di Stregoni è appena iniziata.

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Giacomo è su Twitter: @Generic_Giacomo.

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