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Gli Hotelier odiano le istituzioni ma amano le emozioni

Elia Alovisi

Elia Alovisi

Una conversazione con la band punk americana, che sarà in Italia tra poco, sulle troppe paranoie che ci facciamo e su come la musica possa aiutarci a stare meglio.

Sulla copertina di Goodness, il nuovo e terzo album degli Hotelier, c'è un sacco di nudità senile. Per scattarla sono bastati un annuncio su Craigslist e qualche volontario di buon cuore, ma anche una richiesta alla polizia per essere sicuri di non stare infrangendo alcuna legge. D'altro canto, da un album che si chiama Bontà, non possiamo aspettarci troppo grezzume—soprattutto se il suo punto è tentare di trovare la bellezza in ogni cosa, abbandonarsi a domande generalmente ritenute infantili, accettare la propria fragilità. 

La prima volta che ho sentito gli Hotelier è stato grazie a Home, Like Noplace Is There, il loro secondo album. Il loro esordio, It Never Goes Out, era un classico disco pop punk come tanti ne sono usciti negli ultimi quindici anni: melodie a tutto spiano, testi genericamente emotivi, un'onesta attitudine DIY. Home, invece, aveva dentro qualcosa di diverso, e il primo brano—dal titolo adorabilmente didascalico, "An Introduction to the Album"—lo metteva immediatamente in chiaro. Era un muro di testo, un saliscendi emotivo: uno spontaneo straripare di sentimenti forti, per dirla come Wordsworth (è un riferimento che ha senso e non è a caso per dire un nome famoso, lo giuro, aspettate).

Alla base di "An Introduction to the Album" e del disco stesso c'era, detto semplicemente, una montagna di merda personale. È difficile riassumere in poche parole quello che è successo al loro frontman Christian Holden: come ha raccontato a Stereogum, molti dei suoi amici avevano sviluppato tendenze depressive e/o suicide, la sua ragazza a sua volta lo minacciava dicendogli che si sarebbe uccisa per gelosia, e un suo caro amico aveva iniziato a picchiare la sua partner. Holden, nel disco, parla di tutto questo senza troppi giri di parole: e lo fa in modo torrenziale, brutale, senza filtri, riuscendo però a risultare inclusivo. Holden non è un narratore onnisciente; al contrario, si pone sullo stesso piano del suo ascoltatore e cerca continuamente di coinvolgerlo in un rapporto di empatia reciproca. "Ho cercato una via d'uscita / Non è quello che facciamo tutti?", dice in "Introduction"—un brano che sembra pensato per essere corale, e che suonato dal vivo dà un enorme senso di comunione

Home, Like Noplace Is There è stato l'album della svolta, per gli Hotelier, e li ha portati all'attenzione di qualsiasi importante sito musicale americano—persino The FADER, che se ne è uscito con un titolo del calibro di People Really Love the Hotelier. Home è risultato estremamente accessibile grazie alle sue sonorità, ma senza perdere il fascino di una complessità tematica tutta da sviscerare. Era un disco speranzoso, che trovava nella condivisione una chiave per chiudere definitivamente cattiveria e dolore in un immaginario ripostiglio. Goodness parte dalle stesse modalità espressive ma le usa per affermare la necessità di qualcosa di semplice e puro: l'assenza di ogni filtro e paranoia nel modo in cui ci poniamo domande sulla nostra esistenza e sul mondo in cui viviamo. E ci riesce raccontando di situazioni, persone e luoghi ben definiti e caratterizzati, facendoli però risultare universali. 

Fotografia di Kylie Schaffer.

Su Goodness c'è un pezzo che si intitola "Opening Mail for My Grandmother", per darvi un esempio. Christian canta di sua nonna e di una scena totalmente umana—lui, nipote, che legge a lei le lettere che ha ricevuto, e si riempie di gioia per la sua spensieratezza nel reagire all'arrivo di notizie da amici lontani: "Da Gingie a San Francisco, i nipoti stanno bene / L'infermiera del St. Beth's ha perso il marito / 'Ma presto si reincontreranno', tu scherzi alludendo". Quando gli chiedo che cosa ne pensa, sua nonna, del fatto che gli ha dedicato un brano, Christian mi risponde che è morta da poco. Mi viene subito da dire una lunga serie di "I'm sorry, I'm sorry"—ma lui dice che è ok, "Qualcuno le ha detto che avevo scritto di lei, ma non sono sicuro che sia riuscito a ricordarlo dato lo stato in cui era. Volevo trovare un momento per celebrarla, ecco."

Mi sembra che Holden pesi le sue parole, mentre parliamo. Il che ha senso, data la cura che mette in quelle che usa per la sua band. Avrei voglia di iniziare l'intervista chiedendogli di spiegarmi le radici filosofiche dietro a Goodness, ma gli risparmio la cosa dato che Alyssa Kai, sua amica e giornalista del Guardian, gli ha fatto un favore pubblicando un breve testo che ha dentro tutto il senso del nuovo corso del gruppo: "Siamo svegli e siamo stanchi e vogliamo di nuovo amore nelle nostre vite. E così ora ci troviamo nella Bontà, nei boschi fuori dai sobborghi, provando a re-imparare quell'amore." 

"Nei boschi fuori dai sobborghi", tornando alla copertina dell'album. Per Holden, come per Wordsworth (visto?), la natura è una forza enorme, benigna e guaritrice, a cui affidarsi in un processo di scoperta della propria identità. Per dirvi, c'è un pezzo—"Soft Animal", che prende il nome da una poesia di Mary Oliver, citata nel testo e tutto—in cui Holden toglie qualsiasi filtro e parla direttamente agli animali, ai fenomeni atmosferici, chiedendo conferma dell'integrità del suo io: "Cerbiatto, cerbiatta, nevischio / Fatemi sentire vivo / Fatemi credere che tutte le mie identità possano allinearsi." 

Sono molti i momenti in cui Holden alza lo sguardo al cielo, nel disco, incontrando quello della luna e del sole. Nella luna vede la faccia dell'altro—ma un altro alla Levinas, per spingere sul concetto di condivisione e coralità di cui sopra: "nell'epifania del volto dell'altro scopro che il mondo è mio nella misura in cui lo posso condividere con l'altro"—"Io vedo la luna, e lei vede me / E questo basta", canta Holden. Nel sole, invece, vede una fonte ambivalente di tepore e distruzione: chiede al suo interlocutore di "restare steso con lui dove il sole batte al punto giusto", ma afferma anche di non poter resistere a una luce troppo forte. 

Sole e luna, figure ancestrali come la nudità che adorna la copertina del disco: ed è alle radici di ciò che ci rende umani che Holden e gli Hotelier puntano, nel parlare di emozioni in forma musicale. E nel porre, come dicevamo, domande imbarazzanti togliendo qualsiasi filtro all'espressività. Devo vergognarmi del mio corpo? Posso parlare di sole e luna senza sembrare scontato? Ho troppa paura di morire? Sto davvero bene con questa persona? Ho dei problemi mentali? Tutte domande legittime, che spesso non si fanno mai parola, e restano a vegetare e marcire nelle nostre teste. Bé, gli Hotelier non fanno niente di complesso: le buttano fuori e basta.

Parlo con Holden su Skype, un pomeriggio di gennaio. Donald Trump è da poco diventato presidente degli Stati Uniti e, per una persona che di lavoro fa il musicista e vive in una comune anarco-punk predicando i meriti dell'unschooling, la cosa non è affatto una buona notizia. Holden è una persona tranquilla, disponibile—ma d'altro canto sarebbe stato strano se non avesse confermato nella realtà di essere come il narratore dei suoi testi. È da qua che cominciamo a parlare. 

Fotografia di Kylie Schaffer.

Noisey: Stavo leggendo l'intervista che avete rilasciato a Stereogum assieme allo stream di Goodness, e sono rimasto piuttosto colpito dalla parte in cui parli dell'unschooling—quella filosofia per cui al centro dell'educazione dovrebbero esserci le scelte del singolo studente e non una struttura ordinata, dall'alto al basso. Come ti sei avvicinato a questi concetti?
Christian Holden: Sono venuto a sapere dell'unschooling mentre ero ancora alle superiori, e non stavo necessariamente apprezzando la cosa. Quindi una buona parte del mio interesse può essere legato a questo disagio, ma ripensandoci oggi credo di essermi preso bene perché è un modo per applicare un certo modo di vivere anarchico alla realtà—e soprattutto per presentarlo ai ragazzi il prima possibile. E funziona, fa quello che dovrebbe e vorrebbe fare: introdurre i ragazzi a un mondo non necessariamente legato all'autorità e alle gerarchie, ma più ai loro desideri, all'interazione e alla collaborazione. 

Queste idee hanno toccato anche il modo in cui scrivi per gli Hotelier? Perché quello che percepisco, quando canti, è un forte senso di comunanza—vedi "An Introduction to the Album"—e credo che si possa fare un parallelismo con la filosofia dietro all'unschooling.
Il desiderio che ho di vedere un mondo in cui i ragazzi possano seguire i loro sogni a livello educativo viene dallo stesso punto che mi permette di buttare fuori emozioni crude facendolo sembrare naturale, credo. È tutto molto collegato, e anche se non ci penso spesso è interessante capire come i collegamenti tra i miei neuroni possano significare qualcosa per gli altri.

Goodness è una reazione ai cazzi personali che avete avuto mentre scrivevate Home, Like Noplace Is There
Alla fine percepisco Home come un disco piuttosto speranzoso di per sé, sai? Goodness è più una continuazione delle risposte che avevo dato in Home. Hanno un messaggio simile, entrambi parlano di crescita, in un certo senso. Di un passaggio tra stati.

Ci sono tre brani, sull'album, i cui titoli sono coordinate. 
Le prime portano al luogo di cui parlo nella poesia che è il testo del pezzo stesso. Le seconde e la terze, invece, sono posti in cui mi sono fermato a guardare la luna mentre stavo scrivendo: il primo è il posto dove abbiamo registrato quel dialogo e quei suoni, al campeggio per unschoolers in Vermont dove lavoro; il secondo è un posto a tre chilometri da casa dei miei dove andavo spesso da ragazzo, questa parete rocciosa da cui sgorga un ruscello che è davvero una figata.

Nonostante i vostri pezzi siano pieni di riferimenti a luoghi e persone ben definiti, sono riusciti a toccare nel profondo un sacco di persone. Trasmettono sentimenti tutto tranne che generici, ma al contempo sembrano universali. È una cosa a cui pensi mai? 
Sì, ci penso molto. È una vita che ascolto musica pop, ed è grazie al pop se ho iniziato a scrivere canzoni. Ma chiunque scriva canzoni pop probabilmente si scontra con la genericità delle sue parole. È difficile trasmettere emozioni complesse, e al contrario è troppo semplice scrivere cose stupide. La cosa che cerco di fare è trovare un modo in cui prendere questo genere, questo modo di scrivere canzoni, e renderlo capace di toccare la gente in modi diversi dal solito. E adesso, arrivato al terzo album, il fatto che i pezzi che ho scritto—fatti di così tante parole, e così difficili da memorizzare e cantare—hanno permesso ai nostri fan di relazionarsi alla nostra musica in modo molto profondo mi lascia un po' così. In positivo!

Che cosa pensi dell'opinione per cui il punk potrebbe avere una nuova infusione di energia dalla presidenza di Trump? E in che modo Trump influisce su voi Hotelier?
Credo non importi, in realtà. Possiamo dire con certezza che l'ascesa di Trump e delle conseguenti tendenze fascistoidi che si porta a dietro non faranno bene al punk, ad esempio nella volontà di questo establishment di chiudere gli spazi DIY che, in primo luogo, permettono al punk di esistere. Almeno, negli Stati Uniti. Inoltre, qualsiasi taglio verrà fatto a livello sanitario sarà pesantemente destabilizzante per chiunque, figuriamoci per chi ha scelto come lavoro di suonare in un gruppo e andare in tour. Ma in fondo, davvero, pensiamo ad andare nel futuro—otto, dieci, vent'anni—e che cosa diremo? "Wow, sono usciti un sacco di bei dischi in questi anni!" Non importa niente. Il punk non è così potente, non sarà un risvolto positivo di ciò che sta succedendo negli Stati Uniti. Non so bene come Trump influenzerà noi Hotelier, ma sicuramente—escludendo It Never Goes Out—siamo sempre stati un gruppo con un'aura politica, ma non siamo mai stati particolarmente espliciti. Ora, invece, sento un deciso bisogno di dare evidenza a quello in cui credo, dato che il nostro avversario ora è definito, e meno trasparente, subdolo di prima. 

Fotografia di Kylie Schaffer.

Ti va di spiegarmi un attimo la storia che racconti in "Piano Player"? Perché è un pezzo piuttosto complesso, e la scena che dipingi nel pezzo è molto evocativa.
Non c'è un vero protagonista, in "Piano Player". O insomma, potrebbe essercene uno, il narratore. L'idea del pezzo è quella di dare due esempi di persone che a volte consideriamo come esempi di saggezza. Una bambina, ad esempio: il mondo è qualcosa di nuovo, per lei, e allora riesce a esprimersi con onestà e sincerità usando pochissime parole. Oppure una donna anziana, che guadagna saggezza dalla quantità di esperienze che ha vissuto. E nel testo entrambi interagiscono con l'idea di eternità. Il narratore si trova di fronte questa ragazzina che coglie fiori e li mette in un barattolo, pienamente cosciente del fatto che moriranno nel giro di un giorno anche tenendoli nell'acqua; ma a lei non importa, "Mi piacciono queste cose, e voglio portarmele in casa, mettermele attorno." E si crea questa contrapposizione tra narratore per cui l'eternità non esiste, e la bambina che non si pone il problema. 

E poi c'è la signora che suona il pianoforte, e si relazione all'idea di eternità in modo diverso: per la sua età, principalmente, ma anche in modo retrospettivo, ripensando alla sua vita e ai suoi amori attraverso il piano. Insomma, la domanda è: le cose durano per sempre? E sono fatte per durare per sempre?

E tu che cosa credi, a riguardo? 
Non credo debbano durare per sempre. Riesco a proiettarmi nel futuro ma tendo a non lasciare che quello che penso colpisca il mio presente. Un po' come la bambina con i fiori. 

Gli Hotelier saranno in Italia tra poco, sabato 4 febbraio al Colorificio Kroen di Verona e domenica 5 al Circolo Biko di Milano, entrambe le date assieme a quegli eroi dei Crying. Andateci, per favore.

Elia è su Twitter: @elia_alovisi
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