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10 anni di nuovo Hip Hop italiano

Noisey

Di Matteo Lenardon, foto di Marco Valli

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Sono ad Assago, nel forum che ospita il modo più romantico che ha trovato Armani di buttare i propri soldi ogni anno; nello stesso luogo dove avvengono i concerti delle più importanti pop star mondiali. Gente come Lady Gaga o Beyoncè ha suonato in questo palazzetto. Questa sera c'è invece la serata dedicata al quinto compleanno di "Hip Hop TV". È una organizzazione imponente per un network relativamente giovane; il palco è decorato da giganteschi schermi sincronizzati per ogni singolo rapper che suona e ci sono telecamere e fotografi ovunque. Il pubblico poi non manca: oltre alla gente che ti aspetti effettivamente di trovare, c'erano insospettabili ultraquarantenni, nerd con i capelli lunghi e migliaia di ragazzini a sventolare tubi fosforescenti per tutta la serata. Gente normale, che si può trovare nei concerti gratuiti al Duomo o in quelli a San Siro per Ligagiovapelù.
 
Del resto, esiste un vestiario prestabilito per riconoscere il fan di Laura Pausini o Vasco Rossi? O quello di qualsiasi genere che non sia una sottocultura? Non è un caso che il rap in Italia abbia sfondato proprio quando ha perso quella bandiera identitaria—ma allo stesso tempo elitaria e respingente—dell'oversize; col pantalone largo e basso, le tshirt XXXXL e le Vans coi lacci emostatici. Paradossalmente i rapper contemporanei appaiono molto più accessibili e ordinari, quando accade invece proprio l'opposto. Hanno le tue stesse sneakers, ma tu le hai prese da Zara per 79 euro, loro da Balmain per 705 euro. Hanno i tuoi skinny jeans, ma non i Levi's da 100 euro, piuttosto quelli di APC da 450. Hanno tshirt stampate Givenchy e giacche varsity Saint Laurent da migliaia di euro e così via.
 
 
Si potrebbe dire che i rapper di oggi sono delle fashion blogger con dei peli sul petto se non fossi abbastanza sicuro che il petto, loro, se lo depilino. Basta prendere l'esempio di Kanye West; nella sua già leggendaria intervista a Zane Lowe della BBC ha dichiarato che due dei pezzi più importanti del suo ultimo Yeezus—"I'm a God" e "Black Skinhead"— sono stati ispirati da un "fashion diss". Durante la fashion week parigina dell'anno scorso il designer Hedi Slimane "costrinse" Kanye a una decisione: vedere il suo show doveva essere una esclusiva, non poteva cioè assistere a nessun altra sfilata successiva. Kanye decise allora di rubare il music producer di Slimane e di correre in uno studio di Parigi a scrivere e registrare questi due pezzi. È possibile immaginare un pretesto così "traumatico" come ispirazione per delle canzoni a qualche rapper degli anni Novanta?
 
Consideriamo che un MC importante come Pusha T ha iniziato una stretta collaborazione, e una collezione personale, con il più importante PR della moda milanese, Marcelo Burlon. Consideriamo anche che il pezzo dell'estate è stato il remix di "Versace" di Migos con Drake, una canzone dove il nome del brand italiano viene ripetuto un centinaio di volte in poco più di quattro minuti, e che proprio Versace ha deciso di chiudere il suo show alla settimana della moda milanese pompando questo pezzo per capire come, ormai, il rap non è solo il genere musicale dominante, ma è anche la nuova cultura pop.
 
Certo, anche negli anni Novanta i rapper erano affascinati dal lusso e i grossi brand della moda. Ma nessuno di loro ha mai collaborato con una Maison. E quando entravano nel business lo facevano creando brand di vestiti Hip Hop, non per tutti.
 
 
Questo lo si può vedere anche sul palco di Hip Hop TV, perché la timidezza di appropriarsi dei trend americani è cessata così tanti anni fa che nessuno prova più il minimo imbarazzo ad allinearsi a qualcuno come Rick Ross, Chief Keef o A$aP Rocky. Per questo il rap nostrano è ora così competitivo e popolare, a differenza della "Old School", composta da persone così orgogliose da essere incapaci di evolversi e di uscire dalla propria cappa autoreferenziale. Dove anzi, chi provava a divergere dalla strada battuta dai rapper bolognesi veniva visto come un appestato. Oggi personaggi come Guè Pequeno o Marracash sono guardati addirittura con attenzione dalla moda, come dimostrano le relative feature su riviste come L'Uomo Vogue. Proprio quest'ultimo è uscito giusto giorni fa con #GVNC, un inno materialista che ricalca ancora di più la scarificazione che il rap sta imprimendo al mondo della moda e della cultura pop. "Il mio flow è Givenchy / i miei testi Givenchy / il mio stile è ghetto chic," dice Luche—cresciuto fra Scampia e Marianella a Napoli—nel ritornello del pezzo. "Perché Hermes non è street".
 
Del resto i rapper americani più importanti non si vantano più di aver spacciato droga per sopravvivere o avere cicatrici da pallottole, ma di poter chiamare Riccardo Tisci per nome. Il sottotesto non è più "guardate da che buco di merda sono uscito per farcela," ma "ce l'ho fatta, e ora mi godo la vita e i soldi."
 
 
Tutto questo è ciò che rende irrecuperabile lo scisma fra chi è cresciuto nella scena Hip Hop anni Novanta e i ragazzini e i rapper di oggi. Perché la vera differenza di fondo è l'investimento emotivo di chi decide di ascoltare questa musica. Quindici anni fa, l' Hip Hop, era una "gated community" di persone che non si riconoscevano nella cultura dominante di allora: nei tamarri, nella musica dance, nel Deejay Time, in Vasco Rossi e Ligabue e nella partita di calcio la domenica—insomma, nel conformismo italiano. Era un modo per creare un mondo a parte in cui farsi grattini a vicenda: con i propri valori, le proprie regole e persone che sapevano di doverle rispettare per non dover essere espulse. Era un investimento totale: dovevi essere Hip Hop per il 100 percento del tuo tempo, o non lo eri affatto. Se solo decidevi di ascoltare anche musica di altri generi eri visto come uno strano da redimere.
 
Il grosso errore commesso da chi la pensava così—errore che è costato loro essere spazzati via e la distruzione della cultura che tanto amavano e volevano proteggere—è stato, ironicamente, fraintendere il messaggio e la motivazione originale di chi ha creato l'Hip Hop.
 
 
Il rap, nato negli anni Settanta, era semplicemente un'estensione della disco music—musica per ballare e divertirsi. Quando negli anni Ottanta il rap ha invece acquistato la sua coscienza e personalità è diventato un modo per persone che non avevano un cazzo—soprattutto voce—ed erano letteralmente ghettizzate ed estraniate dalla cultura WASP di esprimere il proprio disagio e vissuto. Il rap, negli USA, non è mai stato usato da qualcuno per crogiolarsi e auto-commiserarsi in questo disagio, nessuno ha mai solo pensato di lamentarsi se qualche pezzo o rapper diventava troppo popolare o "commerciale". Perché era controproducente. Volevi che ciò che ti uccideva venisse ascoltato da più persone possibili. Volevi utilizzare il rap per uscire da ciò che ti stava ammazzando. Fare soldi. Migliorare la tua vita. Un messaggio mai ascoltato nell'Hip Hop italiano degli anni Novanta, dove è sempre stato più romantico morire piuttosto che vincere. E se qualcuno lo faceva, era comunque uno stronzo.
 
 
Oggi i rapper italiani, invece, vogliono tutto. Sono gli unici indipendenti in grado di camminare con le loro gambe. A differenza degli asettici "artisti indie"—indie come branding e basta—tipo Colapesce o I Cani, hanno la capacità di comunicare con qualcuno che non sia solo carlopastore o qualche giornalista che dorme dentro tshirt dei Sonic Youth e degli Slint che si commuove, fermo, nel traffico di Milano. E di farlo riuscendo a vendere—gasp—degli mp3. Come Rocco Hunt, un ragazzo del 1994 partito a 11 anni dalla provincia di Salerno e arrivato oggi, completamente da solo, a pubblicare album con la Sony BMG. Il mondo dell'indie italiano è così terrorizzato dall'influenza attuale dell'Hip Hop in Italia proprio perché si trovano nella stessa posizione in cui stava il rap negli anni Novanta: capaci solo di parlare di loro stessi e delle persone che li ascoltano. Colapesce ha dichiarato nell'intervista a Repubblica che l'Hip Hop è una moda passeggera che sparirà come l'emo dei Finley—non si è reso conto che nell'equazione il tizio coi capelli di merda è lui.
 
 
Fra qualche mese saranno passati dieci anni dall'uscita, nel 2004, di Mr. Simpatia di Fabri Fibra e venti, nel 1994, di SxM dei Sangue Misto. Il primo ha chiuso l'Era lanciata proprio dal terzetto bolognese, preparando a sua volta il rap in Italia all'attuale periodo di successo. Ancora oggi puoi incontrare tizi, ormai verso—o oltre—i quaranta che ti vogliono convincere con violenza che non ti può piacere sia l'uno che l'altro; che devi compiere una scelta. Ma il rap è l’unico genere in grado di cambiare completamente ogni cinque anni rimanendo comunque coerente con se stesso—e di successo. Non è mai il rap a peggiorare o a perdere il contatto con la realtà, sei tu che invecchi.
 
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